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Quando il tempo non è galantuomo:

Era in attesa di una cattedra dal 1999, purtroppo si è spenta nel 2005. La triste storia di Sabrina C. apre una riflessione sul tempo sospeso e infinito che i docenti precari trascorrono nelle graduatorie della scuola.

 Chi per anni attende una busta gialla, di quelle dozzinali e paglierine, sulla quale campeggia il timbro dell’Ufficio Scolastico Regionale, conosce il valore del tempo. È avvezzo al suo sedimentarsi, al suo neghittoso ondivagare.

Conosce il significato della pazienza e sa riempire l’attesa con la speranza o semplicemente con il disincanto. Sa che il tempo, o almeno ha sentito dire, è galantuomo e che alla fine premia sempre i meritevoli e i tenaci. Si è forgiato e temprato negli eoni gnostici di astrologie Caldee alla ricerca di un tempo migliore. Ha visto negli occhi di Einstein un relativismo temporale che avvolge tutto l’universo e travolge troppo spesso le nostre esistenze. Spesso ha condiviso col filosofo della Hispania Betica il concetto di tempo presente: “Praesens tempus brevissimum est, adeo quidem ut quibusdam nullum videtur”.

Il tempo presente è brevissimo, a tal punto che ad alcuni sembra inesistente. Quella stessa inesistenza e inconsistenza del presente che avranno percepito i parenti della maestra Sabrina. La mattina in cui hanno aperto la busta gialla dell’USR del Lazio hanno tristemente realizzato che il tempo spesso fa delle volute su se stesso allontanandosi dalla linea dritta. In esso genera i buchi neri della memoria e riporta ad oggi ciò che è stato ieri. Sabrina si è spenta nel 2005 vittima di un mare incurabile. Nel lontano 1999 aveva sostenuto il concorso abilitante per diventare maestra di scuola elementare. Forse un sogno, forse solo una strada da esperire per trovare la giusta dimensione del lavoro nella propria vita. Non lo sappiamo e non lo sapremo mai.

Ma nell’attesa si è consumata una vita. aveva cominciato a fare delle supplenze che poi aveva dovuto interrompere per l’arrivo della malattia. La sorella della maestra ha esclamato: “Quando ho visto la raccomandata non volevo crederci. Sapere quanto fosse importante per lei non ha fatto altro che riaprire una ferita”. Per poi aggiungere: “Io e mio fratello siamo disoccupati da qualche tempo, sapere che almeno lei si sarebbe finalmente sistemata, soprattutto in un periodo di crisi come questo, sembra un’ulteriore presa in giro. Abbiamo comunque deciso di festeggiarla, sappiamo quanto ne sarebbe stata felice. Sabrina lo meritava davvero”.

Ci sono ferite che non sono individuali o familiari. Ci sono ferite che sono purtroppo sociali. Quel vulnus è di tutti. Non perché la burocrazia e la morte abbiano combattuto una macabra battaglia di precedenze. Semplicemente perché il tempo della vita è stato battuto da quello della morte. Il tempo della vita è il tempo del lavoro, a maggior ragione in una democrazia che dice di essere basata sul lavoro. La precarietà deve essere sentita, soprattutto in questo momento di crisi, come un attentato costituzionale, un golpe alle basi stesse del nostro vivere sociale e civile. Un flagello medievale che oscura il cielo dell’orizzonte. Nel frattempo, al senato si discute di decreto istruzione e ci si azzuffa, o si fa solo finta di farlo, per delineare un decreto che sia positivo e lungimirante.

Si discute se riaprire o meno le graduatorie ad abilitati tramite TFA, PAS, idonei dell’ultimo concorso e SFP, una giungla di sigle che dovrebbe contraddistinguere i futuri docenti o i docenti del futuro. Una congerie di concorsi, concorsone e concorsini che sta sfornando altri abilitati. Mentre ogni giorno leggiamo di ricorsi e controricorsi avversi a quel concorso o quell’altro per imbrogli, errori, misfatti o semplicemente, lasciatemelo dire, per voluta incompetenza. E sempre con enfasi si promettono assunzioni in ruolo che sgonfino le ipertrofiche graduatorie e consentano ai nuovi abilitati di intraprendere la lunga marcia di avvicinamento al ruolo. Su questo versante è arrivato il momento di dire basta.

Non si può più attendere. Basta con rimedi cervellotici e colpi di teatro che rinviano sine die la situazione del precariato nel modo della scuola. Basta con una navigazione a vista che riprende puntualmente quando nasce un nuovo governo, una nuova maggioranza e un nuovo ministro che ha voglia di essere protagonista e di legare il proprio nome a mezze riforme che dovrebbero essere la panacea per ogni male. Il tempo deve ritornare ad essere galantuomo e, consentitemelo, breve. Ma in un paese che cerca ancora i mandanti delle stragi degli anni settanta questa sembra una vera utopia…
(Fonte foto: Rete Internet)

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