Analisi scientifiche, manifestazioni, ricerca di soluzioni. Tutto questo tra poco non sarà più di moda e la profezia si avvererà. La Campania è stata autolesionista e rischia di tornare ad esserlo.
Bisogna continuare a parlare, a indagare, a svelare le magagne. Confrontate dati, documentatevi, fatevi un’idea personale, affidatevi ai contributi scientifici, diffidate di chi ha sete di protagonismo, ascoltate e realizzate quanto sia vero il fatto che ci hanno preso in giro per decenni.
Ecco qual è il rischio più grande: tra qualche tempo, accadrà che media e istituzioni non troveranno più di moda il discorso "ecomafie". Non ce ne accorgeremo nemmeno della differenza, eppure, miracolosamente, non se ne parlerà più, resteranno pochi gruppi lasciati soli con le loro grida e tutti gli atri torneranno alla solita vita come prima. Nessuno ne parlerà più, le promesse del tipo "Risolveremo tutto" basteranno per esorcizzare le nostre paure. Noterete manifestazioni ed espedienti politici, ascolterete anatemi e isterismi giudiziari, dopodiché non vedrete più nulla. Nessun provvedimento fermo e deciso, nessuna certezza della pena per i responsabili, nessun investimento vero per le bonifiche, nessuna soluzione sanitaria.
Niente sarà cambiato, neoplasie, collusioni, immondizia, Schiavone, terra dei fuochi, tutti discorsi vecchi che non attireranno l’attenzione delle prime pagine. Se è vero che è molto difficile risolvere il problema, è vero anche che nessuno pagherà e che soprattutto la Campania resterà una terra infetta in cui verranno ancora infossati veleni e ancora verranno prodotte collusioni. Accadrà, tra qualche mese o al massimo un paio d’anni, che ci tranquillizzeremo, posticipando il problema a data da definire e continueremo a vivere. Etichetteremo ogni insistenza mediatica come allarmismo noioso. L’abitudine al disagio diventerà la stagnazione delle soluzioni fino a trasformarsi in immutabilità.
Non daremo più importanza ai titoli sui giornali che riportano questo tema e le associazioni troveranno qualche altro argomento su cui indignarsi. Questa profezia, con molta probabilità diventerà realtà se noi continueremo a sentirci esenti dal problema. D’altronde non è la prima volta che si parla di questo disastro, i verdi ci provarono intorno al duemila, Amato Lamberti lo gridava dagli anni ottanta, così come tanti altri esperti del settore, oggi ci riprovano Maurizio Patriciello e altre persone. Il polverone alzato dal pentito Schiavone è soltanto l’ennesimo allarme, ultimo di tanti tentativi che in precedenza hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica. Stavolta, grazie anche ad un processo moderno di liberalizzazione culturale, pare che ci sia un po’ di timore in meno nel voler ammettere e riconoscere quelli che sono i legami tra Stato e interessi camorristici.
Ebbene, è proprio su questo punto che non bisogna far calare l’attenzione. Sono tanti i professoroni che ripetono quotidianamente “E’ inutile parlare, bisogna fare i fatti!” e hanno ragione! Così come però, non è affatto sbagliato continuare a parlare, a generare informazione, a far defluire cultura, a condividere dati, perché se è vero che il primo grande dramma è quello del connubio tra Stato e camorra, è vero anche che il secondo grande disastro è il divario culturale che c’è tra chi è a conoscenza dei danni ambientali e chi non lo è, tra chi agisce nel rispetto per i beni comuni e chi se ne frega, tra chi ritiene che la camorra sia problema di altri e chi pensa che sia una piaga per ognuno.
L’invito è chiaro e fastidioso come una zanzara: continuate a informarvi su quanto può essere pericoloso il prodotto del legame tra amministrazione politica e interessi mafiosi, continuate a riflettere e a lottare senza dimenticare la “profezia”. Se non pretendiamo modifiche storiche, appena spenti i riflettori tutto tornerà come prima e non sarà cambiato assolutamente niente, nonostante ci faranno credere il contrario. Camminerete ancora tra lo schifo. Continuare ad informarsi, forse potrà portare a qualche risultato, sarà servito quantomeno a salvaguardare il benessere e la cultura dei nostri eredi. Restando nel tema dell’inflazionato concetto di cultura, ieri mi è capitato di passare per un vialetto che divide due enormi campi a poche centinaia di metri dalla reggia di Caserta.
Immondizia ovunque. Si camminava tra macerie private di ogni tipo. Questo ci riporta ad un’altra riflessione, il nostro profondo stato di inciviltà, un atteggiamento colmo di bassezza civile con cui talvolta noi per primi produciamo devianza. Troppo spesso siamo scimmie ingestibili e menefreghiste, ma questo non lo si dice quasi mai durante le pubbliche riflessioni, poiché da sempre in qualsiasi contesto collettivo è più semplice e telegenico percepire il colpevole come un estraneo a noi, non rapportabile al modo di agire individuale. Errato.
Quella spazzatura in quei corsi non ce l’ha messa Schiavone o i clan, l’hanno portata le persone che hanno pensato “Che sarà mai un’altra lavatrice qua in mezzo, tanto già ce ne stanno altre. Trenta e uno, trentuno!”. Questo pensiero, questo semplice virgolettato, è uno dei tanti esempi di fattore culturale che ha condotto la Campania e il meridione dell’Italia alla totale e incontrollata sudditanza nei confronti del crimine organizzato. Solo dopo aver esposto in pubblica piazza il corpo infetto dello Stato colluso, si potrà proseguire nell’importante lavoro di civilizzazione su una cultura spesso più vicina al “non me ne frega niente” piuttosto che al “cambierò”.






