L’amara storia di un avvocato che per amore della figlia, e per liberarsi della propria debolezza, entra nel “territorio” del crimine. Il pittoresco a rovescio della Napoli notturna, senza mare e senza canzoni. Notevole l’interpretazione di Zingaretti.
“Perez”, di Edoardo De Angelis, regista napoletano dal “talento visionario”, è un film ambientato tra gli alti grattacieli del Centro Direzionale: un film freddo, cinico, coinvolgente, costruito su una trama noir che non concede pause, non permette di distogliere gli occhi dallo schermo.
Al centro della vicenda vi è la storia di Demetrio Perez, interpretato da Luca Zingaretti, un avvocato che svolge il suo mestiere in uno stato di amara rassegnazione, apatico, remissivo e sottomesso agli eventi quasi come un personaggio di Dostoevskij. L’unica luce della sua vita è la figlia Tea, interpretata da Simona Tabasco, figura alquanto complessa, una sorta di “femme fatale”, debole e tentatrice allo stesso tempo. La vita di Perez procede senza sussulti fino al giorno in cui Luca Buglione, capo camorrista che ha deciso di collaborare con la Giustizia, non entra nella sua vita proponendogli uno scambio: l’avvocato dovrà estrarre dalla pancia di un toro un carico di diamanti e Buglione in cambio farà in modo da togliere di mezzo Francesco Corvino, giovane camorrista rivale che ha avviato una relazione amorosa con Tea.
Spinto dall’amore per la figlia, che crede gravemente minacciata dai suoi rapporti con Corvino, Perez decide di collaborare con la camorra, e liberandosi dell’ “ebbrezza della debolezza” che lo affligge, riesce a dare una scossa definitiva alla sua vita: dopo varie vicende, tra cui il suicidio del suo migliore amico e l’estrazione in piena notte dei diamanti dalla pancia del toro, l’avvocato ucciderà Francesco Corvino.
Perez appare come un uomo dalle passioni oscure, spaventato e al contempo esaltato alla maniera alfieriana da figure tetre come Buglione e Corvino: egli è incapace di agire per il proprio bene, ma è disposto a tutto per rendere migliore la vita della figlia, l’unico affetto per cui valga la pena combattere, la sola giustificazione della sua esistenza. De Angelis indaga minuziosamente la psicologia dei personaggi, ne sottolinea i punti critici e dimostra che, in fin dei conti, abbiamo tutti un lato oscuro, siamo tutti capaci di cattive azioni e di sentiti pentimenti, e che, dal camorrista più cinico al cittadino più banale, siamo tutti debolmente “umani”. E’ questo l’aspetto originale del film: la violenza non è quell’ esercizio di brutalità estrema, patologica, che viene illustrato in certe serie televisive sulla camorra, ma è una condizione comune a tutti coloro che vivono in una città simbolo della democrazia imperfetta, del sistema sociale scardinato dalla crisi economica e dal disastro delle relazioni famigliari. La fotografia del film risponde pienamente al senso profondo del tema.
Il Centro Direzionale viene spesso inquadrato nei momenti in cui non c’è gente e gli uffici sono chiusi:la fredda geometria dei suoi grattacieli, la opprimente solitudine, l’intensità ambigua e minacciosa del silenzio lo rendono una terra di nessuno. Napoli si dimostra una città multipla, in grado di svolgere anche il ruolo di una metropoli di questo nostro tempo che ha perso il senso della misura e non ha scala di valori. Nella seconda parte del film è incalzante la successione di scene cupe, ogni aspetto della vita dei personaggi viene squadernato in tutta la sua problematicità , secondo lo stile di Dostoevskji. Proprio questi fattori rendono “Perez” un film molto avvincente, capace di sollecitare la riflessione dello spettatore a lungo, di costringerlo a guardarsi dentro, e a guardarsi intorno.

