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martedì, Novembre 30, 2021

“Miss Italia” contestato a Napoli

Se si vuole contrastare la cultura maschilista generatrice di violenza è necessario imparare a riconoscerla in primo luogo nei messaggi mediatici.

Anni fa fece il giro del mondo la notizia delle violenze scoppiate in Nigeria per protestare contro la manifestazione di Miss Mondo che doveva tenersi in quel paese. Vi furono molti morti e feriti. In seguito si disse che forse la causa dei disordini non era da attribuirsi alla protesta contro l’elezione della Miss, ma che c’era qualche altro problema. Tuttavia l’episodio fu sbandierato come prova dell’arretratezza culturale e della misoginia dominante nel paese islamico. L’elezione della Miss assunse il ruolo senza precedenti di simbolo di civiltà, modernità e, cosa veramente incredibile, della libertà e dell’emancipazione delle donne.

In altre parole che le donne occidentali fossero emancipate e libere sembrava essere dimostrato dai concorsi per l’elezione delle Miss, che si tengono un po’ovunque nel nostro mondo sviluppato e democratico. L’elezione di una Miss pare avere un tale appeal da essere perfino considerato corredo indispensabile di un’identità politica e territoriale, in altre parole non si è un vero paese senza una propria Miss, tant’è vero che la Lega Nord, per mostrare la di essere all’altezza dell’Italia, istituisce Miss Padania, che va avanti indisturbata dal 1998.
Nato nel 1939 come Miss Sorriso, il concorso si è presto trasformato in Miss Italia con edizioni ridotte e nostrane che sono proliferate ovunque come funghi. All’interno dello stesso concorso si contano decine di, diciamo così, sottotitoli: da Miss Cotonella a Miss Dermogella, da Miss Byoetic a Miss Deborah.

Il sistema è sempre lo stesso, lo sappiamo tutti. Le donne, sempre più giovani, sfilano in costume da bagno davanti a una giuria, per lo più composta da uomini. La giuria sceglie quella che a suo parere è la ragazza più bella. Non è una gara, non c’è niente che bisogna saper fare, né ballare, né cantare, né rispondere a domande. Bisogna solo essere belle e piacere. Vincere significa ottenere contratti pubblicitari e aspirare legittimamente ad entrare nel mondo dello spettacolo. Certo il successo non è scontato, perché per quello, spesso, è necessario anche saper fare qualcosa, ma tante ragazze belle ci provano.

Ma cosa dimostrano questi concorsi? Di cosa sono espressione? Di un punto di vista vecchio come il cucco, quello che vede nella bellezza di una donna, di un certo tipo di bellezza, un elemento talmente interessante, importante, eccitante da farci programmi televisivi, spettacoli, pubblicità, copertine, calendari e chi più ne ha più ne metta. E di che bellezza femminile si parla? Quella di una Simone Signoret, di una Katherine Hepburn, di una Anna Magnani? No. Qui non si parla della belleza che viene dal fascino, dalla personalità, dalla umanità con cui una donna guarda al mondo. Qua si tratta di misure ( sì le hanno abolite ufficialmente, ma buttate fuori dalla porta sono rientrate dalla finestra, cambiate, ma sempre misure sono): una certa altezza, certe proporzioni, manco fossero manichini pronti per una produzione di abiti in serie.

Così vediamo sfilare ragazze sostanzialmente tutte uguali, tutte belle, nel senso più banale possibile. Nessuna che lasci un segno, una traccia della persona che è. E tutto questo sarebbe un segno di libertà e di emancipazione? Al contrario è un retaggio del passato e della cultura maschilista che ha dominato per secoli la nostra società. Una sottocultura che nel concorso ha trovato la sua realizzazione commmerciale, trasformata in un business a cui nessuno vuole rinunciare. Nelle edizioni più recenti sono stati inseriti nuovi elementi, domande sugli studi e sugli interessi delle ragazze, che non sono altro che patetici e inutili tentativi di far sembrare Miss Italia qualcosa di diverso da quello che è e che è sempre stato.

In questa fine di luglio a Napoli c’è stata una contestazione alla selezione per Miss Italia che si è svolta sul cosidetto Lungomare liberato. “Boicottiamo Miss Italia” era lo slogan. Il fatto è che Miss Italia si coniuga male con “liberato”, le due cose cozzano, suonano male insieme. Perché liberazione è una parola che non ha niente a che fare con fenomeni come Miss Italia, che, senza demonizzazioni, è un business, come purtroppo ce ne sono tanti, fondato sullo sfruttamento di una visione della donna e della sua bellezza assolutamente non condivisibile da chi dà valore alla dignità, al rispetto e alla libertà delle donne. 

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