martedì, Maggio 5, 2026
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Massa di Somma, la vergogna dell’Alveo Molaro

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Esistono delle ricchezza nei nostri territori che se opportunamente valorizzate, non solo offrirebbero nuove occasioni di lavoro ma garantirebbero, a chi ci vive, stili di vita più salubri e più consoni a un paese civile.

Il primo dell’anno ci siamo voluti regalare una pedalata sul territorio, cercando di scoprire quei luoghi che nascondono sorprese sbalorditive ma purtroppo non solo dal punto di vista storico e naturalistico. Spinti anche dal cenone di fine anno e dalla bella giornata abbiamo inforcato le nostre due ruote e ci siamo inoltrati lungo le nostre strade rurali. Gioco forza siamo passati anche per l’alveo Molaro, per vedere se le sue vestigia borboniche languivano ancora tra i rifiuti, così come le avevamo lasciate mesi fa. Inutile sottolineare la mancata sorpresa nel ritrovare l’alveo nelle stesse condizioni di sempre e come del resto nello stesso stato di tutti i lagni vesuviani che, se non sono stati pericolosamente e ipocritamente tombati o inglobati in strutture abusive, sono fogne a cielo aperto.

Decidiamo quindi di andare oltre e con un po’ di fatica raggiungiamo un punto dove il Molaro si allarga e dove normalmente, durante la stagione calda, troviamo una muraglia quasi impenetrabile di arbusti, rovi e cannucce. Stavolta però la via è libera e sembra da poco falciata, seguiamo il letto dell’alveo in un alternarsi di cumuli di rifiuti e quando non sono accumulati sono sparpagliati tanto da costringerci a scendere dalle bici per non scivolare e non bucare le ruote; pare quasi che chi abbia ripulito quel tratto abbia facilitato il lavoro di chi scarica lì quei detriti. La nostra impressione è di sconforto, poiché il luogo è bello, perché lambisce le fertili campagne locali ma, in salita, volgendo lo sguardo verso destra riscontriamo le brutture di alcuni fabbricati, con buona probabilità abusivi, come gli scoli delle loro acque bianche e tutto quello che sversano al di là dei loro muri e delle loro cancellate.

Proseguiamo fin quando la natura ce lo permette e dove per fortuna ferma, oltre noi, anche tutti gli altri, quelli malintenzionati, creando una barriera tra essa e l’umana follia. Ritorniamo indietro sulla nostra strada, facendo attenzione a non scivolare sui basoli umidi o sul sabbione vulcanico che la pioggia porta a valle. Man mano che scendiamo abbiamo l’immagine diretta di come la natura viene fagocitata dall’uomo, più il declivio diminuisce e più la spazzatura aumenta. Il rifiuto è dei più generici ma abbondano i copertoni, gli scarti edilizi, pezzi d’automobile ed eternit, l’immancabile e nocivo amianto.

Facciamo una deviazione prima di uscire dal lagno e svoltiamo, in discesa e sulla destra, per una stradina che ci porta nelle campagne coltivate, verso uno di quei tanti sentieri che conducono alla Montagna, denominato della Castelluccia, per l’antico rudere, ancora presente e pericolante. Su questa strada, salendo, ci affacciamo a sinistra su una balconata su un mare di monnezza d’ogni genere; dalle tracce recenti di un camioncino e dalla "freschezza" dei rifiuti, capiamo che il luogo è una discarica molto frequentata e ci chiediamo cosa facciano le autorità locali per combattere questo scempio, dato anche il fatto che il luogo è famoso da tempo per l’uso che disgraziatamente se ne fa.

Torniamo indietro, passiamo e salutiamo dei simpatici giocatori di bocce che tra i rifiuti lanciano le loro palle di bachelite, ormai abituati anche loro a tutto quello schifo. Imbocchiamo la strada asfaltata che altro non è che il tombamento dello stesso Molaro. Chissà quali segrete schifezze nasconderanno le sue viscere, chissà se ci andrà mai qualcuno a ripulirlo, e chissà chi sarà il prossimo a nascondersi dietro l’evento straordinario e la solita tragedia annunciata.

CARRELLATA FOTOGRAFICA

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