Il difficile rapporto tra Insegnanti e genitori. Una docente è stata aggredita da un genitore per aver ripreso un alunno. Nella scuola del terzo millennio accade anche questo.
Che la scuola sia lo specchio della società è una di quelle ovvietà che anche monsieur Jacques de La Palice avrebbe difficoltà a proferire. Anzi, qualche volta la scuola è una incubatrice di mode e tendenza del sociale e troppo spesso un baluardo di conservatorismo e vecchiume che crea uno iato stridente col costume e le inclinazione del mondo esterno.
Comunque, nell’uno o nell’altro caso il rapporto osmotico e simbiotico tra indoor e outdoor è sempre stato una costante almeno nel panorama storico culturale italiano. E non c’è bisogno di scomodare Edmondo de Amicis o tutta quella letteratura tardo borghese per ricordare che sino a poco tempo fa i cancelli di una scuola rappresentavano una porta bidimensionale tra due realtà. E chi vi entrava lo faceva col rispetto dovuto non alle persone che li lavoravano ma quel mondo etereo e intangibile rappresentato dalla cultura e dalla formazione delle nuove generazioni. Una sorta di riconoscimento educato e romantico, un deferente omaggio alla propria dignità e a quella di un intero sistema. Sapere che stava per arrivare un genitore a scuola ti creava ansia già parecchi giorni prima dell’evento.
Non importavano le motivazioni di quell’arrivo, non aveva nessun valore la nobile disquisizione tra l’avere ragione o torto nei confronti del docente (per inciso avevi sempre torto!), ti inquietava quella presenza perché essa, novantanove volte su cento, era la spia lampeggiante di qualcosa di storto. Quel qualcosa si sarebbe poi materializzato tra le mura domestiche con sentenze di colpevolezza nei tuoi confronti che avrebbero limitato il già poco tempo libero a tua disposizione. Per non parlare, poi, della gogna familiare alla quale saresti stato sottoposto tra le ingiurie più disdicevoli e le iperboliche ramanzine sulla dignità, rispetto, studio, comportamento e chi ne ha più ne metta. Avere un genitore a scuole era, quindi, una iattura paragonabile alla caduta di un asteroide sulla terra, un cataclisma epico da evitare con qualsiasi mezzo.
Il cerimoniale scolastico non contemplava, come oggi, gli incontri scuola-famiglia, né i patti di corresponsabilità tra Istituto scolastico e genitori. La corresponsabilità era insita nelle radici stesse di quella società e coincideva nel remare entrambi nella stessa direzione senza aver bisogno di pezzi di carta timbrati e firmati per farlo. Per fortuna, la scuola moderna, quella dell’autonomia, quella post-sessantotto, quella dei dirigenti e non dei presidi, quella degli organi collegiali elettivi, ha aperto i cancelli alla società facendo in modo che i periokoi del territorio partecipino attivamente e fattivamente alla creazione di un contratto formativo aperto e moderno. E allora il genitore a scuola non spaventa più.
Anzi è una presenza costante e gradita. Nessun alunno suda alla vista della mamma e del papà, al contrario sono gli stessi alunni ad invitare i genitori a scuola per parlare col docente, per discutere, per chiarire…Tutto giusto e corretto, sino a quando i rapporti da tra docenti e genitori si improntano nell’ottica sinergica del bene del discente. In quel caso si crea un circolo positivo e proattivo che genera solo benefici per tutti gli attori in campo. Troppo spesso, purtroppo, questo circuito si interrompe generando black-out pericolosi. È successo, ancora una volta, pochi giorni fa in un istituto superiore del sud Italia. Una docente ha chiosato il compito di una sua alunna con una frase di pragmatica: ”Non è farina del tuo sacco”.
Una semplice frase che fa parte del kit di primo intervento fornito ad ogni docente già dal primo giorno di insegnamento. Essa fa la pari con altre espressioni del tipo: “È intelligente ma non si impegna, potrebbe dare di più, è vivace ma non rende, ecc”. Allocuzioni idiomatiche del linguaggio del docente. Ma quella frase ha scatenato la rabbia di un genitore che ha inveito contro la malcapitata con frasi ingiuriose concluse con il mortificante refrain tanto di moda negli ultimi tempi: “Tanto voi docenti non fate niente in classe e siete solo dei fannulloni ignoranti”. Ad aggravare il tutto è il lavoro del genitore in questione, ufficiale dei carabinieri. Status che il solerte genitore ha sbandierato più volte sotto gli occhi della docente.
Insomma, un pubblico ufficiale difensore della legalità che decide, a priori, di condannare una persona senza nemmeno aver svolto le indagini conoscitive di prassi. Un bel esempio per sé, per la figlia e per lo Stato. Alla docente non è rimasto altro che denunciare i genitori per le offese ricevute nonostante, nel frattempo, il papà carabiniere, abbia fato dietrofront e chiesto scusa dell’accaduto. La docente offesa e aggredita verbalmente e quasi fisicamente ora vive un dubbio amletico: perdonare i genitori ritirando la denuncia o tirare avanti per la propria strada difendendo la sua professionalità e quella dei colleghi?
Sommessamente, le diremmo di lasciar perdere. Se il suo operato si è svolto deontologicamente non vi sarà mai nessuna accusa che possa screditarlo. Ma tutto ciò impone una profonda riflessione. I genitori sono una parte fondamentale del percorso di crescita culturale ed educativa degli alunni che ci sono affidati. Essi, come noi, rappresentano la certezza e l’autorità. I due pianeti non possono entrare in contrasto. I nostri giovani vivono già senza punti di riferimento in balia di un mondo che fa del pensiero unico e dell’apparenza i capisaldi del proprio essere. L’inutile e dannosa querelle tra le due figure genererà adulti ancora più disorientati e incapaci di cogliere la luce dei fari nel corso della loro vita.
Non è un gioco tra le parti, non è una tenzone tra autorità. Che ognuno faccia bene e al meglio il proprio compito. Con abnegazione, con professionalità e, consentitemi se uso una parola anacronistica, con amore.
(Fonte foto: Rete Internet)

