Le politiche urbane sono un laboratorio all’interno del quale si scontrano esperienze e visioni assai diverse. Ma controverso è il predominio degli interessi privati su quelli pubblici.
Dal Medioevo fino alla rivoluzione industriale la città europea mostrava confini ben definiti e serviva da punto di riferimento commerciale e politico per il territorio circostante, con raggio di influenza crescente in rapporto alla sua importanza. La città contemporanea è invece un organismo difficile da circoscrivere entro limiti precisi e con relazioni non condizionate dalla prossimità geografica.
Il sostegno materiale di città sempre più multifunzionali e complesse è rappresentato dalle infrastrutture urbane. La qualità di queste infrastrutture – sociali, culturali, tecniche – è fondamentale per garantire il corretto funzionamento delle attività urbane e per assicurare una qualità della vita decente alla popolazione.
Le politiche urbane dovrebbero avere al centro delle loro attenzioni le infrastrutture, intese non solo come grandi interventi ma soprattutto come l’insieme dei piccoli servizi collettivi a sostegno anche delle fasce più deboli.
In questo campo il coinvolgimento delle comunità locali è fondamentale. Il servizio offerto dallo Stato secondo dinamiche “top-down” appartiene ormai al passato; molte città contemporanee stanno sperimentando modelli basati sulla partnership tra attori pubblici e privati, mettendo l’accento soprattutto sulla partecipazione dal basso della popolazione alle fasi di programmazione e di gestione degli interventi infrastrutturali.
Sebbene questi concetti siano chiari a tutti, la loro applicazione pratica è ancora problematica; ovunque, anche nei Paesi occidentali, gli interventi vengono “pensati” e decisi da un numero ristretto di attori. Quando c’è coinvolgimento questo viene effettuato nei confronti di pochi gruppi di interesse, spesso quelli più influenti.
Le città europee hanno dovuto affrontare dagli anni Sessanta il problema del ritorno al centro delle classi medie, dopo che nei decenni precedenti i ceti agiati avevano preferito vivere negli spazi suburbani considerati più confortevoli e accoglienti.
Questa dinamica è stato il frutto sia di scelte dei privati sia di alcune imprese che hanno deciso di investire sulla ristrutturazione e riqualificazione di edifici e complessi abbandonati nei centri storici. La gentrification ha ragioni economiche ma anche culturali: la classe media preferisce vivere al centro della città e alimenta un mercato in continua crescita.
Questa rivalutazione dei centri storici in seguito alla gentrification viene spesso “cavalcata” dai politici locali come sintomo della rinascita di una città e dell’efficacia degli investimenti. La ristrutturazione degli edifici per le classi medio/alte chiama nuovi ristoranti, locali, edifici pubblici che cambiano la scenografia dei centri storici e rivitalizzano aree fino a 15-20 anni fa abbandonate a se stesse.
Il paesaggio sembra riflettere un miglioramento del benessere e della qualità della vita.
In realtà i processi di gentrification hanno più facce. La disgregazione sociale è una di queste. In molti casi i vecchi residenti dei quartieri centrali vengono espulsi dai nuovi investimenti; questa espulsione può essere diretta (sfratti) oppure indiretta, quando le classi meno agiate sono costrette a lasciare le vecchie abitazione per l’aumento dei costi. Questo esempio fa capire come anche i processi spontanei che cambiano l’assetto delle città richiedano un intervento del potere politico per tutelare tutti gli interessi coinvolti.
Dalla partecipazione delle comunità interessate alla “privatizzazione” delle politiche urbane il passo è breve, ma la distanza politica e culturale non potrebbe essere più grande. Molti gruppi sono esclusi da ogni processo politico che riguarda il proprio quartiere, mentre le decisioni sulle infrastrutture e i servizi urbani vengono prese da un nucleo ristretto di attori nel quale hanno un ruolo sempre più importante certi interessi privati, in sostituzione del potere politico.
Molti commentatori parlano in modo critico di una “privatizzazione della città”, per sottolineare come le dinamiche private e del mercato condizionino le scelte politiche e la struttura degli interventi.
La città “nobilitata” (traduzione assai impropria da gentrification) rischia di essere solo una scenografia dietro la quale si agitano i fantasmi della marginalità e della disgregazione sociale, in contesti dove pochi gruppi di potere erodono gli spazi pubblici, fisici e immateriali.
(Fonte Foto: Rete Internet)

