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Le onde sonore di una voce che si espande verso nuove opportunità

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L’Associazione Amato Lamberti propone il suo nuovo simbolo ricco di significato, ricordando quanto era intenso l’impegno del Sociologo che analizzava il comportamento giovanile per attuare nuove opportunità. (I PARTE)

Un’idea che ha come scopo quello di diffondere un messaggio e di ampliare quella rete di opportunità necessarie per sostenere la crescita dei giovani, aveva necessariamente bisogno di un’immagine significativa che la rappresentasse. Se è vero che l’Associazione Amato Lamberti cresce per dare voce a quelle che furono le analisi del Sociologo, è vera anche la necessità di identificare l’insieme degli obiettivi in un unico segno rappresentativo. Quale poteva essere il simbolo capace di accomunare la diffusione di un messaggio, il proseguimento di una volontà e allo stesso tempo l’idea di crescita? Ce lo siamo chiesti per un bel po’ fino a quando dopo vari tentativi è nata un’icona intenta a chiarire quali sono le priorità necessarie: onde sonore della voce di Amato Lamberti, una voce che parte dalle sue intuizioni e prosegue nelle voci di chi agisce guardando al futuro.

Un’onda sonora che si espande e raggiunge distanze lontane, un’onda sonora crea un ponte tra ciò che è stato e ciò che potrà essere. Va detto che il significato è ambizioso ma è pur sempre pieno di quell’umiltà che contraddistingueva l’uomo a cui è stata dedicata l’Associazione. Non è un caso che il nuovo simbolo dell’Associazione Amato Lamberti nasce in concomitanza con il Premio Amato Lamberti, un progetto strutturato per contribuire alla diffusione non solo della cultura della responsabilità ma anche per incentivare economicamente la volontà dei giovani a non arrendersi, a rimboccarsi le maniche, a crederci ancora. Ogni simbolo è soggetto a libere interpretazioni e quando è stato mostrato ad una bimba di sei anni per testarne le reazioni, la risposta è stata “sembrano le vele di una barca!”.

Forse anche Amato Lamberti avrebbe visto in quelle onde le vele di una barca, quella che porta i giovani in una realtà migliore. Per questo logo si ringrazia il giovane grafico Carmine Di Matola che è riuscito abilmente a tramutare il significato di un’idea in un’immagine metaforica. Per Amato Lamberti era impossibile non pensare al cambiamento senza pensare alle opportunità da proporre ai giovani. Gran parte dei suoi studi, delle sue ricerche e delle sue tesi, avevano lo scopo di ideare realtà migliori per i ragazzi. Sia durante la sua esperienza politica che in quella accademica la regola più importante era quella di sostenere i giovani nei loro processi di crescita, denunciando l’incapacità degli apparati amministrativi in questa impresa, troppo spesso trascurata.

A vantaggio di questa riflessione intendo dare risalto ad una vecchia analisi del Professore, pubblicata su questa stessa testata giornalistica. Argomento di quella riflessione erano proprio i giovani e la loro crisi di legalità. La riflessione crea delle basi teoriche importantissime per chi intende affrontare l’analisi delle fenomenologie dei disagi giovanili. I punti esemplificati in quel pezzo sono un attualissimo modello di riflessione per tutti coloro che intendono esaminare i rischi possibili in cui incespica la crescita delle nuove generazioni. Ecco la prima parte dell’articolo, la seconda potremo leggerla la settimana prossima: Nel caso dei ragazzi italiani, la percezione che i dati, ma soprattutto le osservazioni dei diversi soggetti che operano nel settore restituiscono, è che il rischio concreto che singoli o gruppi di individui adottino stili di vita e comportamenti devianti, è andato dislocandosi in luoghi del sociale più differenziati rispetto un tempo, con una tendenza all’estensione delle situazioni implicate e ad una loro diversificazione.

Possiamo certamente dire che a commettere reati sono ancora, come in passato, i giovani che provengono dai tradizionali ambiti di “produzione” di situazioni di devianza, i ragazzi che crescono in famiglie e contesti socialmente e culturalmente deprivati, che si sentono e sono oggettivamente esclusi dal benessere e dalle opportunità di integrazione sociale. Nello scenario delle opportunità di consumo e di successo, ancora di gran lunga differenti sono le possibilità di pervenire a concretizzare quanto il sistema culturale dominante propone a causa delle diverse condizioni oggettive in cui gli individui si trovano a vivere. In molti ragazzi italiani (e a maggior ragione, in moltissimi individui appartenenti alle aree del mondo escluse dalle possibilità di sviluppo) il sentimento di deprivazione, il percepirsi nella condizione di esclusi costituisce ancora e sempre uno stimolo forte a cercare a tutti i costi di partecipare alle opportunità che sono fatte ritenere accessibili a tutti.

Come sottolinea Bauman, mentre la parte del consumatore la si può far balenare a tutti, in realtà non tutti lo possono essere, dal momento che non basta volerlo. In questo senso nella società postmoderna, che è ancora una società stratificata, una parte di delinquenza, minorile e non, viene ancora alimentata dalle diseguaglianze di risorse e di opportunità.

Tuttavia, nel nostro contesto, come in molti altri, al fianco dei ragazzi deprivati e marginali, in questi anni abbiamo visto emergere nuove figure: – gli adolescenti che vivono forme più o meno gravi di sofferenza e di disagio psichico, sempre più diffusi; – i giovani con problemi di dipendenza da sostanze psicoattive, che commettono reati per le condizioni del mercato delle stesse sostanze; – i ragazzi che provano difficoltà sul piano della relazione e della comunicazione e manifestano tale esigenza attraverso atti devianti di valenza espressiva (tipico l’esempio del bullismo e di molte delle altre forme di violenza interpersonale); – i ragazzi pienamente “integrati”, educati alla logica del tutto subito e dell’individualismo esasperato, incapaci di gestire le relazioni interpersonali riconoscendo gli altri come portatori di diritti e se stessi titolari di doveri. Sotto il profilo dei comportamenti, vi sono tutte le premesse perchè crescano i reati di tipo espressivo, perchè si producano fatti apparentemente inspiegabili in quanto spesso casuali e del tutto sproporzionati rispetto agli stimoli o alle circostanze che li hanno provocati.

E vi sono le premesse perchè si rinforzi la tendenza all’aggregazione di individui similmente fragili e quindi si diffondano forme di comportamento delinquenziale di gruppo (con evidenti effetti di rinforzo sull’individuo, conseguenze sociali più gravi, allarme elevato). Nel caso dei minorenni italiani la tesi che si può sostenere è che si vadano assottigliando i confini tra normalità e devianza sotto il profilo dei comportamenti, ma prima ancora delle condizioni che sottostanno alle scelte degli individui. Alcuni tratti che connotano quella che è da tutti considerata la “normalità” hanno una forte incidenza sulle propensioni individuali a superare i confini delle norme penali. Pensiamo ad orientamenti diffusi che segnano l’orizzonte dei riferimenti collettivi come la crisi della legalità, l’esaltazione dell’individualismo consumatore, la percezione della violenza come forma di regolazione normale dei conflitti. Se associati a fragilità emotiva e disagio relazionale, tali orientamenti possono facilmente determinare comportamenti “problematici”, scelte di trasgressione o illegalità, atti fortemente connotati in senso “espressivo”, non di rado svincolati dalla percezione delle conseguenze reali e dei danni che si possono arrecare. Se si guarda ai comportamenti dei ragazzi delle nostre città e dei nostri paesi che entrano in contatto con la giustizia si possono osservare come molte delle scelte si iscrivono in un contesto di estesa crisi della legalità ossia di profonda messa in discussione dell’orientamento culturale che vede in essa il tessuto connettivo della vita di relazione.

Le conseguenze sono, da un lato, la diffusione dell’illegalità come modalità dì comportamento nella quotidianità e, dall’altra, considerare accettabile anche il farsi giustizia da sè. Nei comportamenti di molti ragazzi si possono cioè scorgere le tracce di quell’atteggiamento culturale ampiamente condiviso che è stato definito di relativismo morale, ossia la relativizzazione dei sistemi di significato in rapporto al contingente, al presente, all’utilità immediata. Vi è in essi, come in moltissimi adulti, il predominio di una “morale del compromesso”, che dà luogo ad atteggiamenti di “permissivismo nei confronti della trasgressione, soprattutto se quest’ultima tende ad esprimere soggettività, particolarità individuale, soddisfazione personale, realizzazione dell’io, senza compromettere eccessivamente l’ambito delle relazioni pubbliche”. (continua:)

OSSERVATORIO SOCIALE

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