La tosse teatrale

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Chi va a teatro lo sa, chi non ci va ci vada presto.

Più puntuale di un orologio svizzero, ineluttabile quanto una profezia Maya, immancabile come il ritardatario cronico in ogni combriccola che si rispetti.

Sono le 21:18, appena venti minuti dopo l’inizio previsto della pièce de les pièces de toutes les pièces. A stento si ode il soave chiacchiericcio provenire dalla platea mentre su in cima, fra palchetti e gallerie, si discetta animatamente d’arte, filosofia, sperimentalismo spinto, psicopatologia comportamentale e neodeviazionismo comunista. Ma ecco che lo speaker annuncia (ed è già la quarta volta, ndr) con vociona profonda: «Signori, ha inizio lo spettacolo. Si prega pertanto di spegnere i telefoni cellulari e di non utilizzare apparecchiature fotografiche poiché il flash potrebbe compromettere gravemente la già cagionevole salute degli attori. Leggere attentamente il foglietto illustrativo, non somministrare al di sotto dei 99 anni. Se il sintomo persiste, consultare un medico (buono)».

Buio, si spalanca il sipario, il protagonista schiude le labbra ad evocare battaglie, gesta ardimentose, intrighi e inganni, amori infelici, passioni travolgenti quando… “cough, cough”. Come avrebbe detto Eduardo, «due colpetti di tosse proprio secca, sinistra, quella tosse cattiva. Tenete due polmoni sono due pietre: brunchite, pulmunite… state cchiù allà ca accà». È la cosiddetta “tosse teatrale”, un fenomeno ben noto ai frequentatori dei vari Bellini, Mercadante, San Carlo e compagnia cantante e recitante. Ma non crederete mica che la cosa riguardi soltanto i teatri “seri”? No no no no no, il rituale si svolge tale e quale in tutti i laghi e in tutti i luoghi, dai teatrucci di provincia alle palestre comunali, passando per i saggi di metà anno fino ad arrivare alle apprezzatissime, coinvolgenterrime recite scolastiche. D’altronde, si sa, pure ‘e pullece teneno ‘a tosse.

Il bello è che poi questa non è una tosse qualunque; è una tosse intelligente, a cronometro. In pratica si attiva solo ed esclusivamente nei momenti topici della rappresentazione: «Ora l’inverno del nostro travaglio è mutato in splendida estate grazie a questo sole di [cough, cough!]; «Salve, Macbeth, che un giorno sarai [COUGH, COUGH, COUGH!]». – Ma c’ha ditto, che un giorno sarai che? – Boh, ‘mbè, e che m”o chiedi a me? (dialogo inferito fra un gagà napoletano e un chiattillo dei Parioli).

Come estirpare questo autentico cancro dalle nostre arene? In primis aiuterebbe una massiccia dose di Bisolvon Linctus (leggere attentamente il foglietto illustrativo, non somm… ehm, scusate), o in alternativa latte e miele (VIDEO). In secundis si può provare con lo sguardo in cagnesco e il tipico scuotimento di capo schifato.

Che poi il tossicomane irriducibile è una bel problema, d’accordo, ma ora non fatene un dramma; potevate sempre capitare dietro quello alto.

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