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La solitudine dell’articolo determinativo

Di come si acquisiscono vocaboli e di come si perde per pochi spiccioli la propria grammatica.

Quando eravamo poveri, quando eravamo forse più veri perché voltandoci indietro eravamo ancora capaci di vedere da dove venivamo, anche le parole, benché intrise ancora di un allora in voga francese, avevano un senso più compiuto e meno evocativo dei nuovi anglicismi che invadono il nostro lessico.

Negli ultimi tempi, visto il potere dei mezzi di comunicazione di massa, parole come spread, bound, budget, joint venture, rating, manager, holding, business, off shore, golden share, stake holder, competitor, e molte altre, se già esistevano, non avevano forse in Inghilterra il significato che oggi noi gli diamo, per lo meno non con la stessa enfasi. È molto probabile che altrove, sul Tamigi come sulla Senna, ci siano persone che amano darsi un tono con parole forestiere e magari qualcuno userà anche la nostra bella lingua che non vanta pochi crediti rispetto alla cultura di questo mondo. Questo però dimostra che, almeno direttamente, non stiamo subendo nessuna invasione anglosassone ma stiamo minando le basi della nostra lingua, autonomamente e in patria.

La parola manager, ad esempio, forse grazie all’iconografia hollywoodiana, ha acquisito un’aura ben diversa dal più anglosassone executive della City o di Manhattan. Il nostro salumiere di fiducia, essendo imprenditore di sé stesso, sarebbe consequenzialmente al vocabolario della Oxford un manager, ma vaglielo a dire tu alle signore acquirenti che don Vincenzo è un manager! Forse riderebbero, perché la parola in questione non evoca certo l’uomo in grembiule bianco e bisunto, col berretto sponsorizzato e la matita sull’orecchio! Il fatto è che le parole inviano messaggi e immagini e queste immagini sono spesso quelle che noi vorremmo essere o il mondo che noi vorremmo vivere e non sempre la realtà storica e sociale che ci ritroviamo.

Il mondo dell’economia e di quella stramaledetta finanza che ci sta rodendo il fegato, parlano inglese; perché dai tempi della fillossera, passando per la Spagnola e la crisi del ’29, tutti i guai vengono dall’America! Solo che, visto che sembra che siano i soldi a muovere il mondo, anche se crediamo che siano invece un altro paio di cose a farlo, di cui la prima è il mangiare e l’altra lascio alla vostra immaginazione scovarla, ragion per cui il profumo dei bigliettoni verdi dà più enfasi ai nostri sogni di eterni proletari in ascesa e dal complesso di inferiorità facile e univoco, che vuol vedere in tutto ciò che è anglosassone l’ambita perfezione.

E tutto questo, anche se loro, i discendenti degli angli e dei sassoni, ci vedono sotto tutt’altra scala, sono loro infatti, assieme a qualche altro nordico simpaticone a immetterci tra i famigerati PIGS! Il poco cortese acronimo che vuol dire Portugal, Italy, Greece, Spain. Tutti paesi mediterranei e qui si aprirebbero spiragli interessanti e con qualche approccio che possa anche rasentare il razzismo visto l’accostamento al poco blasonato suino. Qualcuno ha sostenuto, in verità con pochi argomenti ed esclusivamente italiani e legati a un tardivo sciovinismo, che quella I stava per Ireland e non per Italy ma la sfumatura era talmente flebile che pochi hanno creduto che la storia fosse realmente quella anche perché almeno il rapporto tra debito pubblico e PIL del paese celtico è generalmente migliore del nostro e gli altri valori non sono più di tanto difformi tra i due paesi cattolici.

L’ultima chicca dell’anglofinanziario è la scomparsa dell’articolo davanti ai nomi delle aziende, sembra traendo ispirazione dall’inglese, tanto è vero che molti traduttori si vedono ritornare indietro le bozze con l’obbligo di togliere l’articolo davanti al nome delle ditte. L’ultima è di Marchionne con FIAT invece della FIAT, ma ricordiamo molto bene anche quando la Moratti, prima che divenisse ministro della Pubblica Istruzione e faceva il direttore della Radio Televisione Italiana, ci ammoniva che si diceva RAI e non la RAI!

PAROLE BARBARE

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