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La claustrofobia – dal latino claustrum, luogo chiuso, e phobia, dal greco, paura – è la paura di luoghi chiusi, ristretti e angusti in cui il soggetto si ritiene accerchiato e privo di libertà spaziale attorno a sè.

II claustrofobico è un soggetto affetto dalla fobia ossessiva dei luoghi chiusi. Questo vuol dire che la persona che soffre di claustrofobia sperimenta una paura e un’ansia molto intensa verso particolari situazioni: ascensori, stanze chiuse a chiave, sale affollate che gli rimandano un senso di costrizione e coercizione. Spesso la fobia specifica, come quella per luoghi chiusi e angusti, può svilupparsi in seguito a un evento traumatico (nel caso del claustrofobico, rimanere bloccati in ascensore!), in seguito all’osservazione di un evento traumatico capitato ad altri, oppure alla trasmissione di informazioni (ad esempio, l’ampia copertura mediatica di un disastro aereo). Probabilmente, molti, leggendo queste parole, s’identificheranno nella descrizione appena fatta. Ma non è del tutto corretto.

Anche noi, infatti, possiamo, in particolari situazioni, avvertire una paura forte e molto intensa, ma non per questo possiamo e dobbiamo parlare di fobia o meglio di claustrofobia. La paura per i luoghi chiusi, ad esempio ascensori, metropolitane, rappresenta un disturbo vero e proprio e implica anche un trattamento specialistico, quando la paura, l’ansia e l’evitamento sono persistenti e causano alla persona un disagio significativo e delle limitazioni importanti in ambito sociale, lavorativo e in altre aree importanti della sua vita. La letteratura scientifica ha fornito una descrizione dell’organizzazione familiare della persona fobica, e nello specifico della persona che soffre di claustrofobia, come di una famiglia in cui i genitori presentano ai figli il mondo esterno come pericoloso, sono iperprotettivi e limitano la libertà della prole.

I membri di queste famiglie sentono l’amicizia, l’amore e le altre forme di attaccamento in termini parzialmente negativi perchè le considerano come forme di dipendenza, mentre gli episodi in cui l’individuo riesce a far fronte da solo alle circostanze avverse della vita sono intese come forme di libertà e di indipendenza (“ce l’ho fatto da solo, con le mie forze!”), perchè si oppongono all’avvilente condizione di dipendenza. I soggetti claustrofobici tendono ad avere un’immagine positiva di sè che consiste nel sentirsi e nell’essere percepiti dagli altri, persone libere, indipendenti, capaci di cavarsela da sole. Per mantenere questa posizione evitano la messa in atto di comportamenti emotivi ed espansivi che li condurrebbero a percepirsi come dipendenti dagli altri, e quindi a perdere la valutazione positiva di sè.

Detto in altri termini, i claustrofobici tendono ad avvertire i legami affettivi e sentimentali come distruttivi e limitanti la loro capacità di realizzazione esistenziale e la loro autonomia. Questo non vuole dire che tali persone non stringano legami affettivi, di solito dispongono di diverse relazioni affettive, con gli amici, con il partner, che sono però “tenute a distanza”.
Ecco perchè il claustrofobico in un certo qual modo teme la paura degli spazi chiusi (aerei, gallerie, ascensori, ecc.), poichè esprime in modo metaforico il terrore di essere intrappolati in una relazione di dipendenza che mina l’autonomia e la libertà personale. Tuttavia, la fobia specifica e la claustrofobia in particolare possono e devono essere trattate. Un percorso di cura adeguato e il supporto di specialisti del settore rappresentano la soluzione migliore.

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