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La parte degli Angeli

Ken Loach rimane fedele a se stesso e sforna un altro film su un gruppetto di emarginati che cercano il riscatto.

Glasgow, disagio sociale, redenzione. Gli ingredienti per un film alla Ken Loach, anche questa volta, ci sono tutti. Il regista inglese non si smentisce e mostra tutto il suo talento nel fare film che continuano a girare intorno agli stessi temi ma con risultati (quasi) sempre soddisfacenti. A cambiare è il tono, che nel caso di questo film presentato all’ultimo Festival di Cannes vira dalle parti della commedia agrodolce.

Robbie è il classico scapestrato di periferia. Finito più volte nelle aule di un tribunale, viene salvato dall’ultimo giudice in ordine di tempo perché la sua compagna aspetta un figlio. Robbie viene così affidato ad un tutor che si occupa del recupero di giovani disagiati destinandoli a lavori socialmente utili. Il ragazzo ha un talento straordinario nel riconoscere i diversi tipi di whisky dall’odore; insieme ad alcuni suoi compagni di riabilitazione decide così di usare questa abilità per un colpo che potrebbe cambiare le loro vite. Inizia così una divertente avventura tra ironia e sentimenti.

Ken Loach rifà Ken Loach e propone un film che riprende temi e scenari passati. In una Glasgow periferica e problematica, il regista inglese illumina con il suo sguardo bonario e speranzoso un gruppetto di emarginati per i quali sembra non esserci alcuna speranza di riscatto sociale. I protagonisti – come d’abitudine – sono tutti segnati da una condizione di disagio di partenza (appartenenza ad una determinata classe), che si amplifica nel corso degli anni a causa di errori, risse, bevute, scelte sbagliate. Il determinismo sociale di Loach, all’apparenza schematico, diventa interessante perché l’autore contempla la possibilità del cambiamento e ce ne fornisce un’ulteriore prova in questo La parte degli angeli.

Il figlio che Robbie e la compagna aspettano è lo strumento narrativo per innescare il momento del riscatto. Contro tutti – la famiglia, la società – i due giovani decidono di tenere il bambino e cercano di migliorare la propria vita, anche se in modo poco ortodosso. Sebbene l’autore porti avanti una tesi, il film di Loach è come sempre onesto. Robbie non viene raffigurato come vittima designata di una società crudele; è un personaggio che sceglie consapevolmente di delinquere, naturalmente portato alla violenza e senza far nulla per cambiare la sua situazione. D’altra parte le simpatie dello spettatore si indirizzeranno presto verso la banda di sciagurati. La svolta – la nascita del bambino – è l’evento che provoca la frattura nella psiche del giovane protagonista e lo porta a desiderare un nuovo inizio. È a questo punto che la critica di Loach diventa implacabile; nessuno, né la società né la famiglia, sembra voler scommettere un centesimo sulla “redenzione” di Robbie.

Lo stile sobrio e la consuetudine di scegliere attori alle primissime armi, se non presi direttamente dalla strada, danno realismo al film e catapultano letteralmente lo spettatore nella girandola di risse, bevute e avventure per le strade di Glasgow. Si sorride e ci si appassiona, davanti a un film che tocca tutte le corde e che vuole essere ottimista senza rinunciare alla profondità dell’analisi e alla violenza e senza cadere nella melensaggine.

Regia di Ken Loach, con Paul Brannigan, John Henshaw, Roger Allam, Gary Maitland, Jasmine Riggins
Durata: 110 minuti
Uscita nelle sale: 13 dicembre 2012
Voto 6,5/10
(Fonte foto: Rete Internet)

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