Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace: “La politica non deve puntare all’abbattimento dello stato sociale e democratico, erodendo i diritti sociali”.
Lo stato sociale è la crisi nella crisi. E a pagarne le conseguenze sono sempre le fasce più deboli della società: i giovani senza lavoro e gli anziani. E’ notizia drammatica, rimbalzata prepotentemente sugli organi di stampa di questi giorni, il nuovo record per il tasso di disoccupazione giovanile, che a novembre scorso è balzato al 37,1%, il top dal 1992.
Il tasso di disoccupazione nella fascia tra i 15 e i 24 anni, che misura l’incidenza dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è quindi in aumento di 0,7 punti percentuali rispetto ad ottobre 2012 e di 5 punti percentuali nel confronto tendenziale (vale a dire rispetto a novembre 2011). E, per quanto riguarda l’altra categoria debole, secondo gli ultimi dati Inps il 17% dei pensionati può contare su un reddito sotto i 500 euro, il 35% tra i 500 e 1000 euro al mese. Inoltre un milione di famiglie è a reddito zero. Ultimamente anche la chiesa è intervenuta su questo argomento, non solo con alcuni passaggi significativi del papa nel messaggio per la pace del primo gennaio 2013, ma recentemente anche attraverso un altro pronunciamento ufficiale.
"La politica non deve puntare all’abbattimento dello stato sociale e democratico, erodendo i diritti sociali". Lo ha detto alla Radio Vaticana monsignor Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace. Per mons. Toso, i partiti nei loro programmi e agende "debbono avere come punto di riferimento i diritti e doveri dell’uomo considerati come unità indivisibile", e non devono trascurare ad esempio "il diritto al lavoro". Monsignor Toso ha spiegato, inoltre, che i partiti "non possono essere privi dell’orizzonte del bene umano integrale. Il vero riformismo di cui tanto oggi si parla si trova avvicinandosi il più possibile, nelle agende, nei programmi partitici, all’integralità dei diritti-doveri dell’uomo. Là dove, per varie ragioni tattiche di alleanza, si mette la sordina su alcuni diritti fondamentali, si frena il vero riformismo. Il riformismo è tale se favorisce la pienezza della umanità in tutte le persone".
Ancora, il vescovo ha osservato che "l’attenzione alla totalità dei diritti-doveri induce la politica a non trascurare, ad esempio, il diritto al lavoro: il lavoro è un bene fondamentale e non un optional come farebbe intendere la nuova dottrina del capitalismo finanziario sregolato, e, pertanto, occorre promuovere politiche attive del lavoro per tutti". "Così, la politica – ha proseguito – non deve puntare all’abbattimento dello Stato sociale e democratico, erodendo i diritti sociali, pena la crescita delle diseguaglianze e il conseguente indebolimento della democrazia partecipativa". Secondo l’arcivescovo, "senza i diritti sociali non sono fruibili i diritti civili e politici. Analogamente, non si debbono contrapporre politiche dello sviluppo e politiche sociali".
Per monsignor Toso, "se tagli sugli sprechi debbono essere fatti, se tassazioni ci debbono essere ciò non significa penalizzare gli investimenti nella ricerca, nell’innovazione, nello studio, in nuove aree di operosità. Si dovrebbe escluderli, in definitiva, dal deficit di bilancio". "Essi – ha concluso – rappresentano le condizioni indispensabili per favorire la crescita e la ricchezza nazionale". Queste fondamentali, (direi anche) elementari osservazioni, care alla Dottrina sociale della Chiesa, devono essere oggetto delle varie “agende “, in occasione delle prossime elezioni politiche di febbraio. Pena lo “spread sociale” che si allargherà sempre di più tra garantiti e non garantiti. E tutto questo a scapito di una democrazia compiuta dove i diritti dell’uomo devono essere assicurati a tutti e non solo a pochi.
(Fonte foto: Rete Internet)

