C’è una logica così profonda dietro “i bisogni della pancia” che quasi sempre proprio i populisti non capiscono quello che la “pancia” dice.
Il mondo della pancia ha una sua storia e una sua dignità concettuale: è l’ espressione fisica della metafisica del ventre. La pancia è, prima di tutto, volume: e se pronunci il napoletano “panza“, il volume si ingrossa.
La pancia soffre di una paura primaria, di essere la parte più vulnerabile e più esposta ai pericoli esterni: i legionari romani venivano addestrati a colpire proprio in quel punto i nemici, perché le ferite alla pancia, anche se non erano mortali, paralizzavano il corpo nel terrore. La panciera nacque come scudo della pancia, usato in battaglia sia dagli uomini che dai cavalli. Ancora oggi il mal di pancia può essere il riflesso di preoccupazioni e di angosce: mi hanno parlato del mal di pancia da versione di greco, che avrebbe esiti e dinamiche diversi, per esempio, dal mal di pancia da interrogazione di scienza o di matematica.
E’ probabile che il mal di pancia scolastico si trasmetta, “per simpatia“, dal ragazzo che deve essere interrogato alla madre. Questo spiegherebbe perché alcune mamme restano a bivaccare davanti ai cancelli delle scuole dall’inizio delle lezioni fino all’uscita dei figli. Soffrono con loro. La napoletana incinta, se si compiace di questo suo stato e vuole esibirlo più di quanto non faccia il rigonfiamento naturale, non si limita a tenere ‘ a panza ‘ nnanze, ma ‘a votta ‘nnanze, la spinge in avanti. La pancia è segno della fecondità e perciò anche figura dell’eros. Diceva il mio professore di latino e di greco che nei maschi una pancia significativa è un importante meccanismo sessuale, connesso al piacere dell’attrito: ma non è il caso di scendere ai dettagli.
Anche in questi nostri tempi, giustamente consacrati alle palestre, al footing, e all’ odio per il grasso, una pancia maschile che sia moderatamente, compostamente prominente suggerisce pur sempre rassicuranti immagini di energia e di resistenza. Tra le donne e la pancia, invece, è guerra aperta: e le donne, per vincerla, useranno anche la dieta genetica. La pancia è l’officina in cui il cibo si spoglia delle apparenze del piacere – piacere del naso, degli occhi, della gola -, si libera dalle scorie impure, e diventa nuda essenza vitale, puro alimento. La pancia è la dispensa del corpo, il deposito dei bisogni primari, il termostato della fame, il laboratorio della realtà concreta e oggettiva che si propone di far convivere gli impulsi nobili del vicino cuore con quelli meno nobili, anche immondi, ma necessari, dell’intestino.
L’ “uomo di panza“ a Napoli e a Palermo era il violento che cercava di ridurre al minimo il conflitto tra i bisogni della plebe e gli interessi dei “galantuomini“: la sua “panza“ era potenza, peso, consistenza. L’uomo di intelletto è magro: più è fanatico, e più è magro. Il che non vuol dire che basta essere magri per essere intellettuali. La storia insegna che gli intellettuali magri fanno le rivoluzioni, e gli uomini di “panza“ rimettono ordine nel caos. San Francesco non poteva essere che smunto e macilento, mentre i preti, i vescovi e i cardinali sono quasi tutti floridi, e anche pingui, per fortuna, poiché il loro benessere fisico è, per i fedeli, didattica immagine del benessere spirituale. Così dicono e così sia.
Era fatale che certi intellettuali magri facessero della pancia il simbolo della grettezza e l’antitesi del puro mondo delle idee. E quando l’on. Berlusconi ha accusato l’on. Alfano, che di nome fa Angelino, di non “capire la pancia del Paese“, l’on. Bersani gli ha dato del demagogo e del populista: ma si sa, l’on. Bersani si diletta a imitare Crozza che imita Bersani, e intanto si scorda di Gramsci, di Togliatti e dei magri intellettuali del PCI. Che opinione ha della dignità e dell’intelligenza del popolo italiano uno che dice del sistema di voto con le preferenze ciò che dicono il sig. Bersani e i suoi ?
In una strepitosa commedia di Aristofane, “I cavalieri“, Demos, il Popolo, lascia credere di essere in balìa di un suo servo, Paflagone. A cui gli altri servi contrappongono il Salsicciaio, che essendo una perfetta canaglia, ha tutte le qualità per prenderne il posto. Il demagogo in carica e l’aspirante demagogo si sfidano in un duello verbale davanti a Demos- Popolo. Tutta la vicenda è un trionfo della metafora del cibo, del magna magna. Paflagone promette a Demos – Popolo abbondanti razioni quotidiane di orzo, ma Demos – Popolo ha mangiato tanto orzo che ormai già solo il nome lo disgusta.
Paflagone promette allora farina finissima, mentre il Salsicciaio offre focacce bene impastate e piatti già cotti, e intanto ricorda che il demagogo in carica ha divorato i bilanci di Atene come se fossero cavoli, e si è fatto, con il danaro pubblico, una “ scarpetta” così coscienziosa che il piatto è rimasto pulito e lustro. Come si vede, 25 secoli fa i Greci avevano già visto tutto e previsto tutto, anche i nostri consiglieri regionali. I manuali scolastici, trascurando la parte più significativa della commedia, descrivono Demos -Popolo come un vecchio babbeo. E invece, quando i due demagoghi si allontanano per procurarsi il cibo da offrirgli, Demos – Popolo spiega al pubblico la sua maliziosa politica:
“Non avete cervello sotto le vostre chiome, se pensate che io non ragiono: a bella posta faccio lo sciocco. Mi piace mangiare tutti i giorni, e perciò allevo un solo ministro che ruba: quando è sazio, lo sbatto per terra.. ..vedrete se sono capace di prendere in giro questi due che si credono furbi. Mentre rubano, gli tengo gli occhi addosso, ma non se ne accorgono. Poi, sforzandoli con l’urna dei voti, li costringo a vomitare tutto.” Mi piace mangiare tutti i giorni, dice Demos – Popolo per bocca di un Greco di Atene. E i Greci di Napoli tradussero: “Panza vacante nun tene pacienza“. La pancia vuota non ha pazienza. Tutta la filosofia di Tommaso Hobbes, di Saint- Just e di Robespierre riassunta in cinque parole.
(Foto: quadro di H. Fussli, L’incubo, 1781)

