Con le sue risposte, il prof. Giovanni Ariola sottopone i quesiti dei lettori ad una vera e propria radiografia. Aiutandoci a capire bene la Lingua Italiana.
Antonio N. da Casamarciano scrive: “Il professore di Italiano di mio figlio nel correggergli un tema in classe, ha sottolineato con due fregi rossi le parole «poter scrivere» considerandole cioè errore grave. A mio figlio poi che gli chiedeva spiegazione di tale così severa valutazione, ha risposto che non è consentito il troncamento di una parola davanti ad altra parola che inizia con la s impura. È proprio da considerare errore così grave?
Risposta – Le grammatiche tradizionali, ma anche la maggior parte dei testi grammaticali odierni, ritengono non corretto il troncamento nei casi come quello da lei riferito.
“Il troncamento – leggiamo in un testo preso a caso – è la caduta della parte finale di una parola. A differenza dell’elisione, che si può avere soltanto quando la parola successiva comincia per vocale, il troncamento si può avere anche quando la parola che segue comincia per consonante, purché non si tratti di s preconsonantica (s impura), z, gn, x, ps:
un tavolo, bel posto, ma uno stivale, bello zaffiro.” (Da “M. Dardano/ P.Trifone, La Lingua Italiana, Zanichelli, Milano, 1985)
Non così rigorosa e tassativa tale regola in altre grammatiche. Il Serianni, ad esempio, limita il divieto di troncamento in fine di parola (o apocope) davanti a s impura agli aggettivi santo e bello. “ 79. Tra i casi di apocope obbligata vanno ricordati bello e santo, che diventano bel e san là dove si userebbero il e un invece di lo e uno (….) «Che bel tipo!» (come il tipo, un tipo), ma «che bello studio!» (come lo studio, uno studio), «san Giorgio» (come il giorno, un giorno), ma «santo Spirito» (come lo spirito, uno spirito)” (da Luca Serianni, Grammatica Italiana, UTET, 1988).
Questo divieto è giustificato da motivi di eufonia, ossia dall’esigenza di facilitare la pronuncia e rendere gradevole e armonioso il discorso, evitando dunque la difficoltà di pronuncia e la cacofonia provocate dall’incontro di tre consonanti di cui la prima liquida – r – fa proprio a pugni con il digamma s + altra consonante. Nel caso riferito del tema di suo figlio si incontrano (e si scontrano) addirittura quattro consonanti.
La stessa motivazione (l’eufonia) troviamo a presiedere operazioni di modifica delle parole in senso contrario al fenomeno del troncamento, ossia di aggiunta di vocali o di consonanti all’inizio, nel corpo o alla fine di una parola (rispettivamente protesi, epentesi e paragoge o epitesi, contrarie dunque ad aferesi, sincope e apocope). Non diciamo ad esempio per scritto ma per iscritto; non diciamo e ella ma ed ella, non a Aosta ma ad Aosta (in questi due ultimi esempi si parla di d eufonica). Anche nel dialetto napoletano troviamo casi di paragoge: invece di dire nui e vui diciamo nuje e vuje, invece di dire sì e no diciamo talvolta, quando vogliamo marcare di più l’affermazione o la negazione, si-ne e no-ne.
Tuttavia abbiamo esempi più o meno illustri di trasgressione o, se si vuole evitare questa parola forte di condanna, diciamo di semplice non osservanza della regola. Tralasciamo la scritta “Si prega di voler scusare l’interruzione”, che compariva e compare sullo schermo televisivo in occasione di una interruzione nella trasmissione in corso, espressione cacofonica che, considerato il livello culturale di tanti che operano dietro quello schermo, non ci meraviglia affatto. Citiamo invece un esempio della stessa irregolarità tratto da un libro di Italo Calvino che è scrittore di tutto rispetto.
“Inutile dire quanto disdegno il Tenente Fenimore ostentava in questi casi verso quel che io potevo aver scoperto:…” (da “Le Cosmicomiche”, Mondadori, Milano, 2000, pag. 121).
Non un errore insomma tanto grave, sig. Antonio, da giustificare quei due segni rossi sul tema di suo figlio. Ma…a volte il docente si lascia andare ad un po’ di severità eccessiva a fini educativi, sperando che enfatizzando la gravità dell’errore, questo (con la relativa correzione) rimanga più impresso nella mente dell’alunno e sia più facilmente evitato in futuro. Non impugni dunque l’arma della contestazione contro il docente in difesa di suo figlio, anzi sia contento che ce ne siano ancora di questi insegnanti attenti, diligenti e preparati che siano in grado e soprattutto sentano il dovere di insegnare ai loro allievi la sempre più derelitta grammatica italiana.
Emilia R. da Afragola scrive: “Ho appreso da mia sorella che vive e lavora a Modena che in questa città e nella provincia così martoriata dal terremoto, è attivo il Centro di Servizio per il volontariato che coordina le operazioni di soccorso alla popolazione colpita dal sisma. Chiunque voglia e possa dare un contributo di tempo e di lavoro, mettendo a disposizione la propria professionalità, può contattare il Centro e dare la sua disponibilità, via internet. Mi è piaciuto molto il nome che hanno dato al loro sito, un bell’esempio di parola nuova, nata dalla fantasia commossa di una mente feconda: “volontariaMo.it”-
Risposta – Fra i tanti verbi denominali di nuovo conio, spesso arbitrariamente inventati e sgradevoli sia per forma che per contenuto, questo “volontariare” (=svolgere attività di volontariato) mi sembra fare un’eccezione, in senso decisamente positivo. Coniugato poi alla prima persona plurale del congiuntivo presente (congiuntivo esortativo), presenta una valenza conativa ed una espressività così perentoria da riuscire della massima efficacia. Un valore aggiunto è la maiuscola M del suffisso terminale che estende e arricchisce il messaggio comunicato, informandoci (e suona come un appello accorato) che il volontariato urge nella città di Modena e nella sua devastata provincia.
Giulio G. da Ercolano scrive. “A proposito di parole nuove e di manipolazione disinvolta delle parole esistenti, ho letto in un articolo di Davide Rondoni su Avvenire (“Ma il libro non è merce”, Giovedì, 31 maggio 2012): «Ma in questi anni quanti editori si sono impegnati in una vera azione di educazione del gusto dei lettori, non solo spillando soldi dalle loro tasche lanciando questo o quel best-seller (azione che evidentemente non ha ispirato a più leggere, bensì a legger meno..), ma collaborando con la scuola o con la tv, affrontando i nodi di una “rieducazione alla lettura”…? Stavano fuori in fila dai vari Marzulli (quello originale e il suo clone Fazio) a mendicare uno spottino…».
Ma è consentito fare il diminutivo di una parola straniera?“.
Risposta – Diciamo subito che questo spottino, diminutivo di spot, non è affatto bello ma non lo ritengo scorretto. Anzi ci sono vari esempi precedenti. Da bar si è formato baretto; da pullman è derivato il diminutivo pullmanino e perfino con un’operazione di sincope (troncamento all’interno della parola) pulmino. Citiamo a parte il caso di film da cui non solo derivano gli alterati filmino, filmetto e addirittura filmina, ma si sono formati l’aggettivo filmico, l’avverbio filmicamente e il sostantivo filmologia.
Bene dunque l’alterazione di spot ma non sono d’accordo e ritengo superfluo il raddoppiamento della t finale, anche se capisco l’intenzione dell’autore, il prof. Rondoni dell’Università degli Studi di Bologna, nonché illustre scrittore e poeta, di conservare nella forma grafica il raddoppiamento fonosintattico effettuato nella pronuncia.
Dispiace infine quel Marzulli, che è il plurale ingiustificato e inopportuno del cognome del noto conduttore televisivo Gigi Marzullo.

