Il rapporto del BES, sul benessere equo e solidale, fotografa la realtà dell’istruzione e della formazione nel nostro Paese. Ne emerge un quadro di un’Italia a due velocità.
L’istruzione, la formazione e il livello di competenze acquisite sono dei fattori determinanti per la crescita economica e culturale di una nazione. Il Know how che l’istruzione fornisce ad ogni singolo cittadino è il patrimonio spendibile in termini di futuro che i nostri giovani devono acquisire nel percorso di studi dalla scuola dell’infanzia all’università. Che questi fattori messi insieme siano anche determinanti per un maggiore benessere e rappresentino il substrato in potenza per una vita più dignitosa e con maggiori opportunità è la base di qualsiasi pedagogia in ciascun paese democratico e avanzato. L’accesso al sapere offre un ventaglio di opportunità sulle quali edificare la propria esistenza e le proprie scelte.
Maggior istruzione, conseguimento del diploma superiore, della laurea, di master e perfezionamenti, garantiscono un tenore di vita più alto, lavori più dignitosi, scelte di vita più salutari e l’accesso e il godimento di stili di vita culturalmente elevati e consoni. Appare evidente, quindi, che istruzione e benessere formino un binomio inscindibile e che ogni nazione civile dovrebbe, precipuamente, garantire l’istruzione, la formazione e la ricerca in maniera pubblica e democratica per conseguire il benessere. Invece, l’ISTAT, attraverso il BES, l’indice sul benessere equo e solidale, che sostituisce il PIL come indicatore di benessere socio-economico-esistenziale, ci rimanda una realtà dello Stivale tutt’altro che confortante. Grande accusata è la scuola italiana che non fornisce in maniera uniforme, da Nord a Sud, le stesse opportunità ai nostri giovani.
Il BES ha preso in considerazione le seguenti tematiche: Salute, Istruzione e formazione, Lavoro, Benessere economico, Relazioni sociali, Politica e istituzioni, Benessere soggettivo, Paesaggio e patrimonio culturale, Ambiente, Ricerca e innovazione, Qualità dei servizi. Tenendo presente gli indicatori, La Repubblica si è presa la briga di stilare una classifica tra le venti regioni italiane. Emerge chiaramente che le regioni del Nord risultano essere nelle prime posizioni, dalla provincia autonome di Trento alla Valle d’Aosta. In fondo troviamo, manco a dirlo, la Sicilia, la Campania, la Sardegna. Preoccupante è il dato sul numero dei giovani che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet, in età compresa tra i 15 e 29 anni, che hanno un picco in Sicilia e in Campania mentre al Nord il dato è risultato risibile. Altro dato allarmante è quello dell’abbandono scolastico con le isole maggiori e tutto il Meridione a farla da padrona (percentuali prossime al 25%).
E questo elemento imporrebbe una riflessione attentissima sulla qualità del sistema Istruzione. L’abbandono scolastico è una vera e propria piaga sociale , una fotografia impietosa delle condizioni di vita, economiche e culturali del Mezzogiorno. Le regioni del Sud hanno un “indice del rischio di povertà relativa” sino a cinque volte maggiore delle regioni del Nord. E, come sempre, la scuola è la vera cartina di Tornasole del “Sistema Italia”. Laddove i presupposti economici ed occupazionali sono in depressione si ottengono risultati peggiori nel successo scolastico. Ad esso si collega il numero dei laureati che va dal 26,7 % dei giovani della provincia di Trento al misero 14,7 % della regione Campania. E sempre in questa luce è da leggere il dato delle competenze informatiche tra i giovani, con Emilia Romagna e Bolzano in testa e la Puglia come fanalino di coda.
Davanti a quest’analisi cosi dettagliata e precisa restiamo sconfortati e delusi. Questa volta non sono le parole o i soliti “pistolotti” sull’importanza dell’istruzione e della scuola nel suo complesso a parlare. Stavolta sono cifre, grafici, numeri, istogrammi di ogni sorta che dipingono un Paese spaccato a metà da una Linea Gotica della cultura e dell’Istruzione che segna una linea di demarcazione netta tra settentrione e meridione. Ancora una volta, a bacchettare la scuola italiana sono i numeri dell’Istat. Essi ci ricordano che senza una politica seria di investimenti e di rilancio del complesso afferente all’universo cultura, il Paese regredisce e ritorna a standard qualitativi che ci riportano indietro di quasi cento anni. La mancanza di una prospettiva di sviluppo della scuola ne mortifica la spinta civilizzatrice. Viene meno la possibilità di avere una istruzione adeguata alle richieste di una società sempre dinamica e bisognosa di personale qualificato.
Non investire nell’istruzione ci fa perdere terreno rispetto agli altri paese europei e, nel contempo, scava ancor di più il solco tra le zone più industrializzate del nostro Paese e il Mezzogiorno. La vera partita si gioca proprio qui e si gioca ora, hic et nunc. Si gioca con il coraggio, politico-istituzionale, di costruire il futuro attraverso una scuola e una università di qualità, un sistema di istruzione e formazione che appiani diseguaglianze territoriali e sociali per donare a tutti le stesse conoscenze, le stesse competenze ed opportunità.
(Fonte foto: Rete Internet)

