Nel corso dei suoi numerosi viaggi in Italia, Klee venne rapito dal fascino quasi imperscrutabile di Napoli dove “cercò di scendere nel cuore delle cose non ancora nate”.
Musicista, letterato e pittore. Paul Klee ha frequentato quante più forme d’arte perché esse potessero dare forma al suo potenziale creativo, in modo da rispondere ai suoi bisogni intellettuali di libertà, di espressione e di rappresentazione. Figlio d’arte – il padre era musicista – compì gli studi nella natale Berna per poi finire, sul finire dell’ ottocento, a Monaco, patria della secessione i cui pittori più radicali operavano in controtendenza rispetto ai dogmi dell’ Accademia.
Nella città tedesca entra in contatto con l’ambiente di Der Blue Reiter, il Cavaliere Azzurro di Kandinskij, Marc e Von Javlenskij. Klee sperimenta i fremiti che preludono alla smaterializzazione della realtà, anzi alla sua “distruzione” (come asseriva Franz Marc, in aperto disaccordo con l’ Impressionismo), unica possibilità per sondarne le leggi più profonde, senza accontentarsi delle apparenze. È l’arte che permette di scandagliare la natura per verificare la sua intimità segreta, di squarciare il velo di Maya. Paul Klee fu, quindi, fra i promotori dell’ Astrattismo, ma proponendo un pensiero alternativo e meno radicale rispetto sia alla proposta kandiskiana di una pittura astratta che esiste a prescindere da forme riconoscibili, sia dell’arte geometrica e minimalista di Piet Mondrian.
Per il pittore svizzero, l’arte mantiene una connessione con le forme sensibili, segno di un legame imprescindibile per cui essa è “l’ immagine allegorica della realtà”: la natura ricorre all’artista per proseguire con la sua attività creatrice, le cui forze più segrete vengono interpretate dalle sensazioni del pittore e passano attraverso i suoi occhi. Klee fu, evidentemente, un fan accanito delle mirabolanti possibilità offerte dalla realtà naturale, di cui fu appassionato a tal punto da arrendersi ai suoi colori e da affermare che “il colore mi possiede. Non ho bisogno di tentare di afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento. Questo è il senso dell’ora felice: io e il colore siamo tutt’uno: sono pittore”.
L’idea che il colore sia fonte di felicità e di gioia, appagamento totale dei desideri di qualsiasi pittore, s’impresse in Klee grazie alla gamma cromatica che la natura gli presentava durante i suoi viaggi in nel Mediterraneo. L’ Italia fu meta prediletta di svago e di studio, tanto da tornarci per ben sei volte. Il primo lungo soggiorno risale al 1901 e dura sei mesi: un Grand Tour in giro per la penisola, sulla scia di Goethe e Burckhardt, le cui pagine italiane rappresentarono una sorta di vademecum per lo svizzero. Roma, la Sicilia, e, nel 1902, la visita prima a Pompei e poi a Napoli, che gli ruba il cuore. I mille colori di Partenope, il lungomare da cartolina, una tavolozza a cielo aperto a cui Klee non riesce a resistere.
Fu proprio a Napoli che, nel 1904, come riporta Valsecchi nel commento ai suoi diari, scoprì “il suo mondo dei pesci, dei molluschi, degli inafferrabili animali gelatinosi sospesi nell’acqua e appena rilucenti di riflessi labili”. Fu a Napoli che Klee, come scrisse nel suo diario, “cercò di scendere nel cuore delle cose non ancora nate” , posando lo sguardo indagatore da pittore oltre “questi orli dove la vita pulsa in bilico sull’amorfo e sull’indistinto” che divennero l’oggetto della sua analisi. I segni microscopici e primordiali della natura brulicante di vita lo iniziavano all’ordine stupefacente di un cosmo nuovo, che si svelava sotto i suoi occhi come per la prima volta.
Così Napoli rappresentò una tappa decisiva per il pensiero di Klee : la sua sensuale immediatezza dei colori e della luce furono da stimolo per i successivi dipinti che avrebbero destato l’impressione della “primitività”. I colori e i microrganismi più primordiali, segno di una natura prodiga e fertile che l’artista riconduceva a pochi, riconoscibili tratti primari.
(Fonte foto: Rete Internet)

