Iniziano i laboratori sulle curiosità linguistiche. Di Giovanni Ariola
Benvenuti nel nostro laboratorio!
A quest”ora (sono le nove del mattino) nella grande sala lettura, seduto al suo tavolo abituale, c”è solo il prof. Carlo A., chiamato di solito “don Carlo”, soprannominato “il Tarlo”, per la sua ormai arcinota capacità di penetrare, anzi di intrufolarsi, proprio come il tarlo fa con il legno, nel corpo di un testo, nonchè delle singole parole per scoprire e carpire il loro significato nascosto e quindi il senso vero dietro quello apparente della lettera esterna.
Veramente ad affibbiargli questo soprannome fu, tempo addietro, il suo amico e collega, il prof. Geremia B., altro assiduo frequentatore del Laboratorio, il quale ha una vera e propria mania di appioppare appunto soprannomi e nomignoli scherzosi, ai suoi conoscenti, con il criterio di evidenziare la nota caratteriale dominante, come dice lui, del personaggio, attraverso la creazione di un rapporto di senso tra i termini rimanti, le parole “compagne di rima” (dice sempre lui, citando sussiegoso il Jakobson), disdegnando di lasciarsi guidare nei suoi atti creativi dal puro gioco di iterazione fonica della rima stessa.
Ha assegnato perfino a se stesso un soprannome: essendo (= ritenendosi e sedicendosi) poeta, dice a tutti “Non mi chiamate Geremia, chiamatemi Fantasia”. E tutti lo accontentano, anzi lo mandano in sollucchero, chiamandolo con enfasi prof. Fantasia, e, quando le sue orecchie sono lontane e non possono udire, lo indicano scherzosamente ma anche con il tono di un affettuoso sfottò, Geremia Fantasia.
Per il soprannome di “tarlo”, il prof. Fantasia era stato sollecitato anche da altra motivazione. Il prof. Carlo aveva avuto fra i suoi avi, bisnonno o forse trisnonno, un suo omonimo che era un ispettore di polizia, un vero e proprio segugio, che soleva ripetere all”indirizzo dell”ancora ignoto malfattore, autore d”un delitto, “Damme tiempo ca te spertoso /dicette “o pappece “nfaccia a noce” (“Dammi il tempo sufficiente e io ti bucherò/ disse il tonchio alla noce”).
Lo soprannominarono ” “o pappece” e il nome si estese alla famiglia e ai discendenti. Ragion per cui il prof. Carlo aveva già ereditato, anche lui, il soprannome di famiglia, “”o pappece”, che nella mente del prof. Fantasia fu italianizzato in “tarlo”, impropriamente in verità, trattandosi di due insetti diversi, come si sa.
Il prof. Carlo si sta occupando dell”ambiguità del linguaggio, con la manifesta intenzione di scrivere un saggio in proposito.
“L”ambiguità –precisa a chi glielo chiede– non è una caratteristica negativa del linguaggio. O meglio non è nè positiva nè negativa. Può però diventare l”una cosa o l”altra, dipende dalle circostanze e da altri fattori. La frase, ad esempio, “Ti offro protezione” per se stessa ha un valore in genere positivo: significa che una persona o un Ente offre aiuto ad una più debole e la difende da eventuali nemici e pericoli. Ma che cosa diventa la stessa frase, se a pronunziarla è il malavitoso rivolgendosi al proprietario di un negozio al quale è andato ad esigere il “pizzo”? (continua).






