L”Italia va alla guerra su “ordine” dell”industria delle armi. La Libia rappresentava soprattutto uno sfogo per i problemi dell”emigrazione, “per conquistarla bastano poche cannonate”. Fu una carneficina! Di Ciro Raia
Nel 1911 l”Italia dichiara guerra alla Turchia, mirando, però, alla conquista della Libia. Il vessillo tricolore sulla terra africana rappresenta, infatti, una sorta di rivincita nella corsa alle colonie. E rappresenta anche una soluzione alternativa ai problemi dell”emigrazione. Ma la conquista della Libia è, soprattutto, un”impresa militare benedetta dai potentati economici, il più coinvolto dei quali è il Banco di Roma con i suoi vasti interessi a Tripoli ed in tutto il Medio Oriente.
I movimenti di propaganda favorevoli alla guerra parlano della Libia come di una terra ricca di oro e di petrolio. L”opinione pubblica si lascia, quindi, ammaliare da questo sogno e si infervora nel delirio bellico. Anche il primo ministro Giolitti, solitamente contrario alle avventure coloniali, si convince che è conveniente strappare la Quarta Sponda alla Turchia. Così, il 29 settembre 1911, è emanato un secco quanto inequivocabile comunicato: “Da oggi alle 14,30 Italia e Turchia sono in istato di guerra “.
Giolitti è convinto che bastano poche cannonate per abbattere ogni resistenza turca. Il primo ministro italiano chiede, perciò, al senatore Giovanni Agnelli di intensificare la produzione delle armi e dei motori per aeroplani. Nasce anche una canzone per la guerra, la canta la soubrette emiliana Gea della Garisenda –nome d”arte di Alessandrina Drudi- che canta: Tripoli bel suol d”amore.
Ma in Italia c”è anche chi protesta contro la spedizione coloniale. Pietro Nenni e Benito Mussolini –il primo repubblicano ed il secondo socialista- organizzano una manifestazione, a Forlì, per impedire la partenza dei giovani di leva per la Libia. Gli scioperanti, circa diecimila, gridano “Abbasso la guerra “; ci sono scontri con la polizia. La protesta sembra allargarsi ad altre parti del Paese. Poi, le endemiche divisioni interne alla Sinistra e l”arresto dei due capipopolo contribuiscono ad annullare il movimento pacifista.
Nel giro di poco più di un anno si conclude l”inutile guerra di Libia. Non sono bastate -come qualcuno sperava- poche cannonate. La resistenza turca è stata lunga; la sua resa avviene solo perchè si sta per aprire un altro fronte con gli stati balcanici. Il 18 ottobre 1912, a Losanna, è firmato il trattato di pace italo-turco. Ai turchi si prescrive il ritiro delle truppe e dei funzionari dalla Tripolitania e dalla Cirenaica; agli italiani, invece, il ritiro dalle isole conquistate dell”Egeo. Giolitti istituisce il Ministero delle Colonie; serve a coordinare i possedimenti italiani in Africa. Sono i possedimenti ottenuti in cambio di una guerra lunga, dispendiosa, che ha procurato 3.431 morti nel solo campo italiano!
Intanto, nello stesso anno 1912, il 14 di marzo, il re Vittorio Emanuele, mentre si reca al Pantheon, a Roma, per assistere ad una messa funebre in ricordo del padre, è fatto segno ad un attentato da parte dell”anarchico Antonio D”Alba; il colpo di pistola non sfiora nemmeno il sovrano.
Nel 1913, -qualche mese dopo che Mussolini è diventato il vero padrone del partito socialista (XIII Congresso, Reggio Emilia, 7-10 luglio) ed anche direttore dell”Avanti! (1 dicembre)- si svolgono le prime elezioni a suffragio universale. Votano oltre cinque milioni di italiani. La competizione elettorale è preceduta da un accordo siglato tra lo scaltro Giolitti ed il leader cattolico Vincenzo Ottorino Gentiloni.
Il cosiddetto patto Gentiloni prevede la presentazione di candidati concordati in molti collegi elettorali del paese; i cattolici, assenti dalla vita politica dello Stato usurpatore, per ordine dei vescovi, si impegnano a votare i candidati liberal-moderati. Ricevono in cambio l”impegno di Giolitti a non insistere sulla richiesta di introduzione del divorzio, ad appoggiare la scuola privata a svantaggio di quella pubblica, a sostenere l”istruzione religiosa ed il catechismo nelle scuole.
Con questo patto sono eletti 304 deputati dello schieramento di Giolitti, di cui 33 cattolici, che per la prima volta fanno il loro ingresso alla Camera. È un buon risultato, ma non certo quello che si aspettava il primo ministro. Ed ora bisogna fare anche i conti con le formazioni socialiste, quelle radicali e quelle cattoliche!






