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L’ “affare” Robogat nel crac della Pomigliano Ambiente

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Spese inspiegabili, seicentomila euro per costi di personale e “voci varie “. Una società di nettezza urbana che realizza un robot antincendio. Spuntano altre sorprese dall’inchiesta del procuratore Troncone.

Quando il 25 giugno del 2007 l’allora consigliere regionale dei Ds, Michele Caiazzo, e il sindaco di Pomigliano, sempre Ds, Antonio Della Ratta (foto), battezzarono nell’area del consorzio “Il Sole”, davanti a una folla nutrita, la prima dimostrazione pubblica del Robogat, un robot di titanio costruito per spegnere gli incendi nei tunnel, nessuno poteva immaginare che poco più di cinque anni dopo il progetto della magica macchina antincendio sarebbe finito in un’inchiesta per bancarotta fraudolenta.

Il crac è quello della Pomigliano Ambiente e risale a tre anni fa, data dell’imbarazzante fallimento della società di nettezza urbana. L’indagine invece è molto più recente, porta la firma del procuratore aggiunto di Nola, Maria Antonietta Troncone, ed è culminata la settimana scorsa con la trasmissione di 14 avvisi per altrettanti soggetti, ex sindaco di Pomigliano compreso, coinvolti a vario titolo nel buco finanziario (per il momento quantificato intorno ai sedici milioni). Ma cosa hanno in comune una società di nettezza urbana e un robot antincendio ? E’ ciò che si chiede la dottoressa Troncone quando sostiene che il “costoso quanto azzardato impegno finanziario profuso nel piano di realizzazione di questa macchina è illogico se si considera l’oggetto sociale dell’azienda”, che è, appunto, la raccolta dei rifiuti solidi urbani.

Ma se si considera che l’operazione Robogat ha creato nelle casse della Pomigliano Ambiente, sempre secondo quanto sostiene il procuratore Troncone, un buco di oltre un milione di euro, allora l’impegnativa domanda trova una risposta almeno sotto il delicato profilo finanziario. La vicenda lascia poi l’amaro in bocca quando il procuratore aggiunto analizza alcune delle spese sostenute dalla Pomigliano Ambiente per inseguire l’ambizioso obiettivo tecnologico: 400mila euro i costi del personale, 240mila euro le “spese generali”, 19mila le consulenze varie. E così via.

La magistratura inquirente si è soffermata sul contributo dato dall’azienda controllata dal Comune di Pomigliano per la realizzazione della galleria sperimentale in cui poi avrebbe operato, in prova, il robot, nonché sul suolo ubicato all’interno del consorzio “Il Sole”, di proprietà della Pomigliano Ambiente ma poi ceduto alla controllata Eureco, la cui attività è ormai cessata. La Eureco è la stessa società creata dalla Pomigliano Ambiente per un’altra operazione fallimentare, l’acquisto del centro ricerche agroalimentari ex Cirio, ubicato a sessanta chilometri di distanza da Pomigliano, a Piana di Monte Verna, in provincia di Caserta.

Un “affare” che ha aperto nei bilanci dell’azienda di nettezza urbana un altro buco milionario. “Spese prive di logica per un’azienda che aveva già tante difficoltà nel garantire la raccolta dei rifiuti e il pagamento degli stipendi ai propri dipendenti – la tesi sostenuta dal procuratore aggiunto di Nola – soldi distratti nell’assenza dei controlli, vedi il mancato esercizio dei loro doveri da parte dei revisori dei conti, e con la complicità di alcuni funzionari di banca”. Sotto i riflettori c’è infatti anche il ruolo di cinque bancari, che quattro anni fa concessero alla Pomigliano Ambiente crediti milionari senza garanzia di restituzione del debito, il cosiddetto “pro soluto”. Danaro che non è più tornato alle banche. Sparito. Anche i bancari sono tutti indagati.
(Fonte foto: Rete Internet)

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