Con questo poco entusiasmante toponimo i locali chiamano la frazione più orientale di Somma Vesuviana. Ci siamo recati sul posto, e abbiamo capito anche il perchè.
Certo qualcuno potrà pensare che ultimamente tutti si occupino delle discariche di Somma Vesuviana e in particolar modo di quelle di Rione Trieste ma noi non siamo nuovi a rovistare nella spazzatura, reale e metaforica del Vesuviano, e per questo non temiamo di esser tacciati di modaioli od opportunisti.
Ad ogni modo, la spazzatura c’è e definirla tale sembra quasi un vezzeggiativo, spesso non troviamo neanche le parole per definire lo schifo che vediamo. Il putridume, la marcescenza, il contrasto tra il naturale e l’artificiale feriscono l’occhio e l’anima, ti senti costretto in uno stato di insofferenza che ti schiaccia in un angoscia repentina, quella che solo l’ironia e una buona compagnia, abituata anch’essa allo scempio del territorio, sanno lenire.
Rione Trieste m’accoglie con la suddetta tristezza, quella degli extracomunitari, quelli che attendono il bus per Palma Campania presso la stazione della Circumvesuviana. A breve distanza dietro un budello, cerchiamo il caso di questi ultimi giorni e ci affacciamo appunto sul cosiddetto lagno di Rione Trieste ovvero il Lagno Costantinopoli, costeggiato da una strada, percorsa, nonostante il poco spazio e l’assenza di marciapiedi, da auto ad alta velocità, usi e costumi locali! Il lagno è pieno di erba, tanta da tracimare oltre i suoi argini ma tutto sommato, con le margherite di San Gennaro che vi fanno capolino, da lontano, il contesto non è male, è, per così dire, bucolico!
Il problema è che noi siamo curiosi e c’accorgiamo subito che sotto la natura rigogliosa c’è un fiume di monnezza, c’è di tutto, un fiume di rifiuti placido ma micidiale nella sua essenza. In certi punti è possibile scorgere la stratificazione dei vari sversamenti, creando un tutt’uno di talquale; a volte non si è capaci neanche di capire cosa sia, ma è evidente che non è qualcosa di naturale ma di umano, schifosamente umano. Solo ciò che è più recente si distingue, per abbondanza e chiarezza, e via con gli sfalci da giardino! Ma anche i residui delle ristrutturazioni non mancano, e come potrebbero mancare mattonelle e resti cementizi, abilmente infarciti di eternit; niente di più subdolo e letale può partorire la mente malata dell’uomo!
Proseguiamo fin dove il lagno incrocia un altro mito dei nostri luoghi, la 268, facciamo l’angolo retto, più o meno ad est, seguiamo il dosso che sostiene il maledetto asse viario. Inutile dirvi che, benché riparato da un ameno noceto, la base dell’elevazione è un compendio del rifiuto, solo che, in questo caso, è stato bruciato, con l’aggravante del pericolo provocato alla circolazione e chi ci sopravvive attorno. Usciamo su via Bianchetto quella che incrocia il lagno, passiamo sotto il ponte della Statale e troviamo una collinetta di rifiuto, il suo vertice è fatto di terra, almeno è quella che sembra a noi ma poi, man mano che abbassiamo lo sguardo, diviene più variopinta ed eterogenea. Svoltiamo a sinistra del ponte e ci avviamo tra le pur belle campagne sommesi, giusto il tempo di illuderci e trovare i primi segni della disfatta del buono e del bello.
Attraversiamo infatti i ponti sulla statale 268 e la linea dell’alta velocità e attraverso via Colle giungiamo in una zona industrializzata. Ora quel posto, più che operoso aveva l’aspetto di uno di quegli impianti industriali dell’Europa ex-sovietica, piena di capannoni vuoti o semi vuoti, vetri rotti, cancelli sfondati, insomma tanto squallore e senza la parvenza di una vera e propria attività economica nel senso propriamente detto. Ad un certo punto incontriamo un altro lagno, il cosiddetto Lagno di Spartimento (che altro non è che sempre quello di Costantinopoli) toponimo che probabilmente ricorderà la linea ferroviaria Cancello-Torre Annunziata, ormai in disuso.
La vecchia linea ferroviaria ha anch’essa un che di spettrale, i binari sembra stiano ancora tutti lì, come anche i pali elettrici ma scommettiamo che sotto i rovi e l’edera oltre alla spazzatura ci sono anche gli spazi vuoti delle traversine di cemento, quelle che ormai ornano le recinzioni degli autoctoni? Un po’ come succede dalle mie parti, dove hanno usato quelle di legno del trenino a cremagliera, che portava verso il Colle del Salvatore e poi al Vesuvio.
Il contesto è comunque dei più squallidi, campagna coltivata alla nostra destra, al di là delle rotaie e discarica a sinistra, perfino il padre Pio decapitato, che sovrasta uno degli argini del lagno, sembra sancire l’assenza del sacro in questi luoghi. Un ironico tricolore invece, tutto sfilacciato, segna qualcosa, forse lo stato generale del paese, poggiato su solide basi di immondizia!
Riprendiamo la strada del ritorno, più o meno a ritroso sui nostri passi, contemplando il tramonto della nostra terra. Giusto il tempo di incontrare una Panda dei vigili urbani, accompagnati da un consigliere d’opposizione e constatare che, la discarica che poc’anzi avevamo visto sotto al ponte della 268, in via Bianchetto, era stata delimitata con un nastro di plastica, segnalando il sequestro di quello spazio. Bah! Che dire? Meglio così allora, meglio mantenere alta la guardia e tenere accesi i riflettori su Rione Trieste, sperando che in futuro sia meno triste di quanto lo sia oggi.
Varrà la pena andare a dare un’occhiata a Santa Maria a Castello, nella zona del Cavone? Ora che i riflettori lì sono purtroppo spenti?
Carrellata fotografica: http://fairbanks-142.blogspot.it/2013/09/blog-post.html

