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Il discorso del Presidente Napolitano

Nel tradizionale messaggio di fine anno a reti unificate il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha lanciato un grido d’allarme: “In Italia c’è una vera questione sociale” ed esorta i giovani a reagire.

Come ogni anno ho ascoltato con molta attenzione, la sera del 31 dicembre, insieme a milioni di italiani, il discorso del Presidente Napolitano (foto). Come sempre appassionato, profondo, attualissimo. Soprattutto in questo periodo di ancora piena crisi, non solo economica, ma morale, politica e sociale.

C’è stata la “questione sociale” al centro del discorso di fine anno del presidente della Repubblica, ultimo del settennato. C’è un’emergenza disoccupazione, lavorativa, un’emergenza famiglie, giovani, donne, Mezzogiorno. Il presidente le ha ricordate tutte, attraverso i dati, ma anche e soprattutto attraverso concrete storie di persone e di famiglie. Assumere francamente la “questione sociale” – assumerla come impegno politico e soprattutto morale – significa però anche affermarne l’impegno per affrontarla e superarla. Perché il prossimo anno sarà ancora certamente difficile, ma dalla crisi si esce proprio ritrovando, nel tessuto sociale, le risorse necessarie al cambiamento, all’investimento, alla giustizia, alla coesione. E, se è vero che la “questione sociale” attraversa tutta l’Europa, secondo il Presidente, ci sono delle peculiarità italiane.

E sono legate ai nodi sistemici non risolti, che non sono solo di tipo economico. Evocano una “questione politica” e una “questione istituzionale”, che ha specifici tratti nazionali. Forse è proprio qui la ragione del nostro “differenziale” – la parola nostrana che traduce l’abusato “spread”: sotto questi profili da troppo tempo si attende non tanto una soluzione, ma almeno interventi adeguati. Sulla politica il capo dello Stato ha consegnato una fulminante citazione di Benedetto Croce: “Senza politica, nessun proposito, per nobile che sia, giunge alla sua pratica attuazione”. Sono parole che riportano al clima del secondo dopoguerra e, dunque, al fervore di ricostruzione: ci sono le contrapposizioni, ma la politica serve proprio, da un lato, a garantire che queste non consumino il sistema, dall’altro, che si prendano delle decisioni.

E questo è oggi uno dei nostri problemi di fondo. In concreto ha spiegato la complessa questione del “governo tecnico” (a mio modesto avviso si poteva risparmiare il riferimento alla “discesa in campo” di Monti!) e ha messo tutti i protagonisti, vecchi e nuovi, della campagna elettorale in corso di fronte alle proprie responsabilità. Ma la questione politica – a proposito della quale non ha mancato di ricordare tutti gli episodi di malaffare che hanno riempito le cronache di questi mesi – richiama una più ampia questione istituzionale. Anche qui il suo tono è stato chiaro e preoccupato. Ha ricordato le responsabilità trasversali per la mancata approvazione di una qualsiasi riforma elettorale e più in generale per la trasversale incapacità di affrontare quei nodi di riassetto e di efficienza delle istituzioni che continuano a penalizzarci gravemente.

Serve, per ritornare a un’altra espressione antica, tensione “civile”. Questo significa recuperare elementi tradizionali, senso di appartenenza, solidarietà, identità, e così qualità, preparazione, opportunità. Una sintesi difficile, che richiede innanzitutto “qualità morale”. È la strada stretta per cambiare e migliorare le cose e, dunque, ritrovare speranza per il futuro. Tutti ci auguriamo che la classe politica faccia il tanto agognato salto di qualità e che questa campagna elettorale affronti i veri problemi sociali, soprattutto le marginalità. Tanta gente è arrabbiata e sfiduciata. Ho la speranza certa che con l’impegno di tutti e di ciascuno il “bene comune” sarà davvero la stella cometa dei futuri parlamentari e senatori.
(Fonte foto: Rete Internet)

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