L’insediamento del nuovo direttore generale del museo d’arte contemporanea del centro storico di Napoli, avviene dopo anni di crisi e polemiche e fa ben sperare per il futuro di un’istituzione per cui si auspica una posizione di rilievo internazionale.
Crisi economica e conseguente riduzione di fondi mettono le aziende a dura prova, oggi come non mai. Molte sono costrette a chiudere, altre versano in condizioni a dir poco disagevoli, lesinando ogni spesa superflua, tagliando drasticamente il budget e, troppo spesso, anche il personale.
La situazione è ancor più drammatica quando si parla di imprese culturali: negli ultimi anni, a causa delle difficoltà finanziarie, molte strutture come musei e fondazioni sono messe spalle al muro, costrette ad un forte, ulteriore ridimensionamento che impoverisce la cultura stessa. Ridurre all’osso ogni sovvenzionamento per il macrosettore delle industrie culturali è la regola che sembra essersi affermata, andando così ad incidere sulla progettazione delle attività e degli eventi, linfa vitale di quel mondo inaridita da un declino inesorabile.
A ben guardare, questa piaga ha radici lontane: già nel 2001 veniva segnalata dall’ ICOM (International Council of Museums, organizzazione museale internazionale fondata nel 1964 impegnata a preservare, ad assicurare la continuità e a comunicare il valore del patrimonio culturale e naturale mondiale) la riduzione delle risorse messe a disposizione dei musei, prendendo atto di un mal costume fin troppo diffuso e auspicando che i governi potessero tornare a riconoscere “questi atti benefici che aiutano i musei a compiere la loro missione al servizio della società”. Conseguenza inevitabile, la disaffezione progressiva del pubblico: i visitatori si allontanano da strutture sempre più simili a scatole semivuote e anguste, prive di un appeal che solo la comunicazione e la promozione di mostre e attività collaterali possono garantire.
Partendo da queste premesse, che delineano uno quasi scenario apocalittico, è evidente che un museo come il Madre abbia fatto i salti mortali per evitare il peggio: si era paventato il ritiro delle opere di parte della collezione perché l’insufficienza di fondi poteva impedirne la salvaguardia, si sono susseguiti scioperi del personale, costretto allo stremo per i forti tagli da cui era stato decimato; il tutto condito dal solito braccio di ferro con le istituzioni. Eppure il Madre ha resistito. Seppur con fatica, il museo del centro storico di Napoli ha fronteggiato l’ostacolo, rimanendo aperto al pubblico. Ed è ripartito da qui. Con la mostra di respiro internazionale su Sol LeWitt, in scena fino al prossimo primo aprile.
E con la tenacia, la forza d’animo di chi crede in un nuovo progetto d’arte contemporanea: il nuovo direttore dell’istituzione, Andrea Villani. Nemmeno quarantenne e piemontese di nascita, Villani ha scalzato una concorrenza accreditata ed internazionale (tra gli altri aspiranti ricordiamo Susan Pfeffer, Ludovico Pratesi, Alberto Salvadori e Thomas Peutz), spuntandola sugli altri candidati per la vena curatoriale che ne ha caratterizzato la carriera. Il successore di Cicelyn arriva dalla Fondazione Galleria Civica di Trento – di cui era direttore – centro di ricerca sulla contemporaneità che insieme a Rovereto (sede del MART – Museo d’arte Contemporanea Rovereto Trento) rappresenta un’ eccellenza nel panorama dell’ arte contemporanea in Italia. Prima ancora, Villani è stato curatore presso il MAMbo (Museo d’Arte Moderna di Bologna), dove, pur strizzando l’occhio alla comunità internazionale, ha privilegiato la valorizzazione del patrimonio culturale locale.
Un curriculum invidiabile per il nuovo numero uno del Madre che punterà, anzitutto, sulla voglia di riconquistare il pubblico partenopeo, magari attivando una strategia che possa aprirsi alle esperienze più riuscite in ambito museale mondiale, per sancire la definitiva consacrazione internazionale che spetta al museo d’arte contemporanea del cuore di Napoli.
(Fonte foto: Rete Internet)

