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I diritti umani negli istituti di pena campani: quale futuro?

La Commissione per i Diritti Umani del Senato ha fotografato in un dossier la situazione delle carceri di tutta Italia, declamando ancora una volta il triste primato di Napoli – Poggioreale per invivibilità e condizioni della detenzione.

Libertà negate, condizioni detentive al limite del sovrumano, assistenza sanitaria negata anche nei casi più critici: questi i temi affrontati dalla Commissione per i Diritti Umani del Senato, che ha fotografato in un dossier la situazione delle carceri di tutta Italia, declamando ancora una volta il triste primato della casa circondariale di Napoli – Poggioreale quanto a invivibilità e condizioni della detenzione.

Tali temi sono stati, ancora una volta, al centro di un acceso dibattito svoltosi nella prestigiosa cornice del consiglio regionale campano, alla presenza di numerose figure istituzionali, quali tra gli altri la senatrice Anna Maria Carloni, il Presidente del Tribunale di Sorveglianza Carminantonio Esposito, il Garante dei diritti dei detenuti Adriana Tocco, oltre ad avvocati, magistrati e personale dell’amministrazione penitenziaria. Solo qualche giorno fa, e precisamente domenica scorsa, si è registrato l’ennesimo caso di suicidio in carcere: a non reggere le dure maglie del sistema è stato un giovane di 26 anni, tossicodipendente, con un fine pena peraltro imminente, che non gli ha però consentito di continuare a vivere e comunque a sperare in un futuro oltre le sbarre.

La situazione della nostra regione continua ad essere critica, con una capienza ottimale di cinquemila unità ed una capienza attuale di ottomila detenuti, perlopiù stranieri ed in attesa di giudizio, la cui presenza in istituto spesso non fa che ingolfare le maglie del sistema: a Poggioreale, in particolare, il numero attuale di reclusi è addirittura del doppio rispetto alla capienza massima prevista. Nel rapporto redatto dalla Commissione straordinaria per i diritti umani si dà atto, attraverso una lucida e puntuale analisi, di quanto succede nelle quattro mura del carcere e che la gente non sa: in pochi metri quadri tanti, troppi detenuti, con a disposizione uno spazio vitale di pochi metri quadrati nel quale dormire, mangiare, fare i propri bisogni sempre sotto gli occhi di tutti.

Cella nella quale un detenuto passa buona parte della sua giornata, perché la mancanza di spazi e di educatori rende, di fatto, difficile lo svolgimento di ogni attività ricreativo- sociale. Il vero problema è, e rimane, quello delle misure alternative alla detenzione, la cui concreta applicazione passa per un Tribunale di Sorveglianza ingolfato, allo stremo delle possibilità e della carenza di personale: in una città come Napoli, ad esempio, per ottenere la misura dell’affidamento in prova al servizio sociale il detenuto deve provare di essersi procurato un lavoro(!), dando vita ad una vera e propria probatio diabolica.

Se l’ordinamento positivo richiede ad un soggetto “debole” qualcosa che esso stesso non è in grado di dare, quale esito positivo potrà mai avere qualsivoglia forma di rieducazione? Ancora una volta siamo di fronte a mera teoria. In attesa della tanto agognata amnistia, vera o presunta tale, utile a gettare per un po’ di tempo fumo negli occhi di chi ancora spera in un profondo cambiamento.
(Fonte foto: Rete Internet)

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