La sconcertante dichiarazione di un pentito ci fa puntare i riflettori su un’emergenza purtroppo non nuova e spesso sottovalutata: alcuni ambienti costringono i bambini a diventare presto camorristi.
E’ di qualche giorno fa la notizia che il pentito Giovanni Donnarumma, teste in uno dei processi sullo spaccio al Piano Napoli di Boscoreale, ha raccontato di come i bambini iniziano il loro percorso nei gruppi della criminalità organizzata fin da piccoli, espletando attività secondarie per sostenere i lavori della camorra. “Durante i blitz dei carabinieri, Il capozona si nascondeva e mandava i bambini a prendere informazioni, per sapere se avevano arrestato qualcuno che custodiva droga per lui. Appena arrivavano carabinieri e polizia, Aniello Casillo si nascondeva e si avvicinava ai bambini che giocavano al pallone. A loro chiedeva di andare sul posto a informarsi” ha spiegato Donnarumma al pm Filippelli. A quel punto i bambini iniziavano a correre per raccogliere informazioni da riportare al boss Casillo, referente degli Aquino e dei Gionta per lo spaccio di stupefacenti.
In realtà la testimonianza di questa confessione non è una novità se pensiamo che già altre vecchie indagini hanno portato alla luce il ruolo importante dei bambini nella gestione degli interessi camorristici. Bimbi addestrati come piccoli soldati del malaffare, abili sentinelle capaci di correre e avvertire gli adulti, ragazzini con meno di dieci anni che trasportano droga da un posto all’altro, fino ad arrivare a piccoli criminali capaci di furti a beneficio dei clan. E’ probabilmente questa l’occasione per tornare a parlare di un altro tipo di battaglia contro il crimine organizzato: la necessità di svolgere una lotta anche e soprattutto di tipo socio-psicologico a vantaggio di questi piccoli ragazzi che devono poter avere l’opportunità di estraniarsi dai loro ambienti degradati. Le famiglie che spesso alimentano questo tipo di comportamento, fanno parte dello stesso ambiente pericoloso e degradato e quindi difficilmente riescono ad apportare un contributo utile affinchè i bambini possano crescere in modo sano.
L’aiuto dovrebbe seguire una logica piramidale: per aiutare i bambini bisognerebbe estraniarli dalle zone in cui passeggia la camorra, per allontanarli bisognerebbe consentire un allontanamento della famiglia, per consentire un allontanamento della famiglia significa spesso favorire un’occasione di occupazione professionale seria per i loro genitori e soprattutto un lavoro di rigenerazione culturale molto difficile da applicare in mondi in cui la definizione di “comportamenti civili” è un’espressione troppo complicata da comprendere. Cosa è quindi realmente possibile attuare? Per esorcizzare questo costante rischio, bisogna generare contesti favorevoli che tengano impegnati i piccoli per gran parte della giornata allontanandoli dai rischi che il quartiere propone. Questi ragazzini spessi vengono incentivati anche da sproporzionati compensi rispetto alla loro giovane età e talvolta è quasi impossibile proporre alternative, considerando che sono parte integrante di contesti completamente sprovvisti dei minimi requisiti per il benessere infantile. La manipolazione del tempo libero di questi ragazzi favorisce questo rischio, ed è proprio sullo spazio e il tempo che bisogna agire introducendo attività alternative.
Per loro queste azioni devianti sono i primi passi per un lungo processo di immedesimazione e accettazione nella realtà della criminalità organizzata e bisogna quindi optare per un importante investimento, una differita delle gratificazioni con azioni atte alla ridefinizione della crescita dei minori, nella speranza che questi, crescendo, possano intraprendere vite differenti e di sicuro migliori. Ad oggi, non esiste ancora un serio controllo a riguardo nè un piano preciso che possa delineare l’investimento secondo cui spezzando la catena che lega le nuove generazioni con la camorra, accadrà che tra diversi anni sarà sicuramente inferiore il numero degli addetti alla manovalanza delle attività criminali. In pratica, se oggi si lavorasse seriamente e con dedizione per il bene dei piccoli, probabilmente in futuro sarà meno necessario instaurare battaglie contro i grandi.
I piccoli talvolta sono parte integrante di un ambiente in cui la devianza non è l’anomalia da registrare, bensì il caos circostante altro non è che il vivere quotidiano che diventa abitudine e normalità. A quel punto scatta un secondo problema, non avendo termini di paragone positivi questi bambini crescono con uno spiccato senso negativo della competizione, fondamentale per emergere come leader del gruppo, l’immaginario collettivo viene travisato e si dibatte tra il bullissimo è l’emulazione del boss come protettore, mentore, leader. Il capo camorrista diventa lo status ultimo a cui ambire.
L’atteggiamento diventa quello di chi deve incutere negli altri rispetto e timore e i meccanismi seguono percorsi precisi e prestabiliti: “Chi indossa il casco è uno scemo”, “chi non porta rispetto deve abbuscare”, “chi non sa impennare con il mezzo non è uno buono”, “chi non fuma è uno senza palle” e così via, il passo alla delinquenza è immediato, è semplicemente il seguito di una carriera che ha inizio con la nascita e aumenta di livello man mano nelle varie fasi evolutive. Ci torna utile citare il Sociologo Amato Lamberti attraverso una sua passata riflessione sul tema. Il docente sosteneva che: “In questa situazione di disattenzione generale, nell’assenza di ogni seria politica di intervento a favore dei minori diseredati e di risanamento dei contesti urbani più disgregati, a Napoli, soprattutto nell’area Nord, ma anche nel centro storico e nelle tante ‘periferie’ della città, sono da tempo in funzione, nascosti, e neppure tanto, nei palazzi fatiscenti accatastati nei vicoli, nei ‘casermoni’ di edilizia economica e popolare, negli appartamenti e negli scantinati di palazzi avveniristici abitati da più persone di quanti ne contano molti paesi dell’hinterland, degli enormi ‘incubatori di criminali’ che hanno già cominciato a produrre i prototipi delle nuove generazioni di delinquenti, quelli che anni fa definivo come ‘macchine criminali’, unicamente orientate allo scopo, senza alcuna remora morale, senza alcun freno inibitorio.
Delinquenti con personalità che definivo come ‘narcisistico-criminale’, probabilmente irrecuperabili, perchè frutto di un processo di troppo precoce socializzazione al crimine e di troppo rapido inserimento in attività criminali che comportano l’uso della violenza e delle armi e l’assoluto disprezzo per la vita degli altri, visti solo come nemici da eliminare. È su questi ‘incubatori’, che mi sembra si stiano moltiplicando nella conurbazione informe che circonda la città di Napoli, che bisogna decidersi ad intervenire – e certo non bastano i protocolli e i patti per la legalità – altrimenti, tra poco, non sarà sufficiente neppure quell’esercito di cui ogni tanto qualcuno invoca l’intervento”.
(>Fonte foto: Rete internet)



