Gli accordi commerciali regionali continuano ad avere un ruolo importante nelle relazioni economiche e confermano come, anche nell’economia globale, i rapporti “di vicinato” abbiano corsie preferenziali.
Viviamo in un mondo dove le barriere ai flussi economici e commerciali sono in continua riduzione, grazie ad un processo di lungo periodo iniziato già all’indomani della seconda guerra mondiale. L’approccio “multilaterale” ha fatto passi da giganti anche nel campo politico e della sicurezza internazionale, dove organizzazioni come l’ONU – dall’impronta chiaramente universalistica – cercano tra molte difficoltà di proporre una sede internazionale di discussione per le questioni politiche più rilevanti.
Questo fenomeno ha i suoi intoppi e il potere decisionale sta spesso nelle mani di pochi attori, tuttavia il processo sembra irreversibile.
In questo percorso si intromette un altro aspetto delle relazioni politiche ed economiche contemporanee, quello del regionalismo. Questo termine indica una tendenza, forte quasi quanto la prima, a creare organizzazioni nelle quali un gruppo di Paesi di un’area geografica predispone politiche ed istituzioni comuni. L’Unione europea è il caso più evidente e a noi vicino, ma esperienze simili non mancano dal continente americano (NAFTA, Mercosur) all’Asia (ASEAN).
Il regionalismo tra Paesi in via di sviluppo ha avuto alterne fortune. In alcuni casi non ha migliorato le condizioni economiche dei membri; si trattava spesso di Paesi con struttura economica simile e concorrenziale, che non ricevevano benefici dall’appartenenza ad un’area di libero scambio oppure ad un mercato comune.
Il contrario accadde, ad esempio, per l’Italia del boom economico, spinto dall’abbattimento delle barriere nei confronti dei ricchi mercati dell’Europa continentale.
In altre situazioni gli accordi regionali hanno riguardato Paesi con livelli di sviluppo molto diversi, come è il caso del NAFTA tra Stati Uniti, Canada e Messico, che ha portato benefici economici ai tre Stati coinvolti lasciando però aperta la questione delle conseguenze sociali sul più povero dei tre partner.
Regionalismo e multilateralismo sembrano due tendenze contrastanti. Una delle organizzazioni multilaterali per eccellenza, il WTO (Organizzazione mondiale del commercio), ha apertamente criticato l’esistenza di accordi preferenziali di tipo regionale, che contrasterebbero con l’obiettivo di un commercio libero e senza barriere alla scala globale.
Le organizzazioni regionali continuano tuttavia ad esistere e ad avere un ruolo chiave per la crescita di molti Paesi. La contrapposizione col multilateralismo è solo di facciata, poiché la presenza di forme di associazione regionale potrebbe aiutare i Paesi meno sviluppati, in una fase intermedia, ad aprirsi successivamente al commercio globale.
I rapporti di vicinanza geografica e culturale hanno ancora il loro peso. Un’integrazione realmente globale dei commerci – per non parlare degli aspetti politici – al momento è ancora un miraggio e i Paesi tendono a “proteggersi” cercando forme di collaborazione dettate dalla prossimità. Questo non esclude il multilateralismo; al contrario, in un certo modo lo prevede come fase successiva.
Vale la pena ricordare che esistono forme assai diverse di associazionismo regionale. Si può andare dalla semplice area di libero scambio (cioè la libera circolazione delle merci tra i Paesi membri, come il NAFTA) a forme più complesse come i mercati comuni (libera circolazione dei fattori produttivi, quindi anche dei lavoratori) e le unioni economiche, dove accanto alla circolazione dei fattori sono previste delle politiche economiche e commerciali condivise. Questo è il caso dell’Unione Europea ed è la forma di integrazione più avanzata.
Le relazioni economiche internazionali saranno per molto tempo ancora caratterizzate da rapporti preferenziali di tipo regionale.
La maggior parte dei Paesi, anche quelli più maturi, ha relazioni commerciali soprattutto con partner vicini. L’Unione Europea è un caso esemplare: per tutti i Paesi la quota di esportazioni e di importazioni verso e da altri membri dell’UE oscilla tra il 50 e l’80% del totale dell’import/export.
Le ambizioni “universali” di molte organizzazioni internazionali dovranno ancora aspettare. Il mondo globale è un mosaico di rapporti preferenziali di tipo regionale, dove il “vicino” resta ancora il referente più fidato con il quale fare affari.
(Fonte Foto: Rete Internet)


