Ieri mattina presidio del Comitato di lotta cassintegrati e licenziati davanti al tribunale civile di Nola. La protesta per sollecitare il reintegro del leader Cobas licenziato sette anni fa dal Lingotto.
Una causa civile lunga sette anni. Questo il tempo trascorso da quando l’operaio Mimmo Mignano, 49 anni, moglie e una figlia, una bambina, ha fatto irruzione nella filiale di Napoli della Fiat, striscione e megafono nei pugni, per protestare contro le politiche del Lingotto. Pochi giorni dopo quell’episodio Mignano è stato licenziato dall’azienda.
Da allora per il metalmeccanico ed rsu Fiat nella fabbrica di Pomigliano è iniziato il lungo calvario giudiziario nella sede del tribunale civile di Nola, dove il suo ricorso per il reintegro al lavoro staziona ormai da più di un lustro. Per protestare contro quest’impasse l’ennesima udienza di ieri è stata caratterizzata da un fuoriprogramma, un presidio del Comitato di lotta cassintegrati e licenziati Fiat davanti alla sede del tribunale nolano.
C’era un consistente schieramento di forze dell’ordine. Alla fine il giudice ha rinviato il dibattimento a una prossima udienza, che si terrà il 17 luglio. Insieme a Mignano ieri hanno formato il presidio anche Marco Cusano, Antonio Montella, Massimo Napolitano e Roberto Fabricatore, i quattro operai cassintegrati del reparto logistico Fiat di Nola raggiunti da una lettera di contestazione dell’azienda per aver inscenato, alcuni giorni fa, con un patibolo e un fantoccio l’ “impiccagione” di Marchionne. “Licenziamenti e suicidi di operai: una strategia politica che dobbiamo combattere a tutti i costi”, hanno gridato dal megafono i Cobas.

