E l’ottajanese d’America volle che le sue ceneri venissero disperse a Ottaviano, davanti al Circolo Diaz:
Le ceneri di Carmine De Crescenzo tornano a piazza San Lorenzo, davanti al Circolo A. Diaz, in un luogo fantastico, simile a un salotto aperto su una strada, lungo la quale, da sempre, scorre la storia dei vesuviani…
L’ottajanese Carmine De Crescenzo partì per l’ America dopo aver servito e onorato la sua patria nel secondo conflitto mondiale: l’ Italia ricompensò anche lui, con un passaporto da emigrante, delle sofferenze sopportate sui campi di battaglia e come prigioniero di guerra.
Anche Carmine sperimentò, mentre metteva i piedi sul ponte della nave, la crudeltà di quella linea d’ombra che taglia in due l’esperienza di vita e il cuore e la mente di chi va via per sempre: anche a lui toccò di avvertire, mentre la sirena lugubre annunziava la partenza e la nave si staccava dal molo, quello smarrimento dei sensi che cancella quasi tutti i ricordi dell’ieri, e solo alcuni li salva in un angolo dell’immaginazione, perché il trascorrere del tempo li colori con le tinte della nostalgia e del rimpianto.
Negli Stati Uniti Carmine visse due vite. Come quasi tutti gli emigranti. Fu cittadino americano e fece ciò che doveva fare: lavorò, mise su famiglia, costruì la storia sua e dei suoi sulla dignità e sui sacrifici, imparò l’inglese, lo parlò. Ma talvolta la trama quotidiana di pensieri e di parole del cittadino americano veniva squarciata da una parola napoletana, da un ricordo nitido e vivo: il profilo di una montagna, la cupola di una chiesa, il profumo delle albicocche e del vino, l’ angolo di una piazza, una processione, il volto di un amico: e Carmine De Crescenzo, colto di sorpresa, si chiedeva se fossero ricordi veri e intatti o se la nostalgia e l’ immaginazione già si divertissero a mescolare luci, ombre e prospettive: come capita a chi vive lontano dalla sua terra d’origine, lontano nel tempo e nello spazio.
Dagli americani Carmine imparò definitivamente ad essere padrone, oltre che della sua vita, anche della sua morte. Carmine De Crescenzo, cittadino degli Stati Uniti d’ America, dispose che il suo corpo venisse cremato: la cremazione come diritto a una morte pulita, come forma di rispetto del proprio corpo, sottratto alla corruzione e ai vermi, la cremazione come mezzo per restare ancora in famiglia, in un piccolo vaso, collocato nell’angolo del comò: così i tuoi possono ancora rivolgersi a te, e illudersi di parlare con te, e, poiché ti piaceva il vino, bere vino davanti a te, in memoria di te. Tutto giusto. Ma Carmine De Crescenzo si fece cremare perché era il solo modo che gli consentisse di accontentare l’ottajanese che continuava a vivere in lui, e che lo implorava: voglio tornare a Ottaviano, anche morto.
Voglio tornare non in un luogo qualsiasi di Ottaviano, ma davanti al Circolo A.Diaz, in piazza San Lorenzo, che è uno spazio fantastico: perché è una via di transito percorsa notte e giorno da chi viene da fuori Ottaviano e va oltre Ottaviano, ma è una via che tra il Circolo e la Chiesa si dilata e si chiude, prende la forma di un elegante cortile vesuviano, o, meglio, di un salotto, e quelli di San Lorenzo si siedono in questo salotto, davanti al Circolo e nei giardinetti di fronte, lungo le rive della strada, e osservano il mondo che scorre sotto i loro occhi, e ne commentano il flusso, e stando seduti viaggiano. Un luogo meraviglioso, questa piazza: ma le sue meraviglie le può notare solo chi vi è cresciuto.
Carmine De Crescenzo, detto “‘e biscotto”, era cresciuto lì e perciò aveva acquisito il diritto di tornarvi anche da morto, per riannodare i capi del filo troncato una vita fa, per incominciare di nuovo a osservare lo scorrere delle vicende degli uomini e delle cose ai piedi della Montagna.
Un sabato del maggio appena finito, nella sede del Circolo A.Diaz, alla presenza di Michele Ragosta, un grande ottajanese, che di Carmine fu amico; di Michele Del Giudice, presidente del sodalizio, figlio di San Lorenzo; di due soci storici, Ciccio D’ Ascoli e Ciro Imputato, e del figlio e della nuora di Carmine, alla presenza ideale di tutti i soci, don Savino, parroco di San Giovanni e di San Lorenzo, ha benedetto le ceneri di Carmine De Crescenzo, tornato ottajanese.
E le ceneri, restituite a una terra di cenere, ora raccontano una storia fatta di piccole storie: una storia grande, tuttavia, perché autentica e vera. La raccontano a chi sa ascoltare. I soci del sodalizio, che nell’ultima assemblea hanno dedicato a Carmine un minuto di raccoglimento, e un lunghissimo applauso, e tutti quelli che sono cresciuti a San Lorenzo sanno ascoltare chi merita di essere ascoltato. E Carmine De Crescenzo lo merita. E’ stato un nobile signore della sua morte.





