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martedì, Novembre 30, 2021

Di chi sono le donne?

Il recente dibattito sulla “pillola del giorno dopo” mostra che nonostante l’ apparenza di una raggiunta parità di diritti con gli uomini, le donne, nel nostro paese, continuano a vivere in una cultura che ne nega la soggettività.

Passa il tempo, le parole, scritte e non, volano (sì anche quelle scritte) e la situazione resta immutata: le donne non sono e non devono essere libere di decidere di sè. Detta così sembra un’affermazione anacronistica, tardo femminista e fuori luogo. Se si chiede ai giovani (e insegnando lo dico con cognizione di causa) il problema non esiste. Generalmente i ragazzi pensano che la discriminazione di genere è una cosa vecchia, che adesso le donne sono libere di fare quello che vogliono e sono pari agli uomini in tutti i campi. La violenza? Roba da disturbati, gente che non sta bene con la testa. E allora perchè i compagni di scuola dei giovanissimi protagonisti di una molestia sessuale di gruppo nei confronti di una loro compagna della stessa età, dichiarano che si tratta di “bravi ragazzi” e, anzi, che la ragazza “si è inventata tutto”? E’ accaduto a Finale Ligure: un’insegnante ha sorpreso gli alunni in flagranza interrompendo lo stupro.

Purtroppo sappiamo che non si tratta di un episodio isolato e atipico. Al contrario le cronache ci raccontano che questo tipo di episodi sono relativamente frequenti nelle scuole e, cosa ancor più triste e deprimente, l’atteggiamento che trasforma la vittima in complice o, peggio, in colpevole è talmente diffuso che in molti casi viene agito inconsapevolmente, soprattutto dagli adolescenti. Praticamente sempre, quando si affronta il problema della violenza sessuale con una scolaresca, viene fuori qualcuno (maschio o femmina in uguale percentuale di probabilità) che parla della simulazione di stupro ( a dire il vero non sono queste le parole che usano i ragazzi, ma la sostanza è la stessa). “Ma a volte è lei che provoca!”, dicono, “Ma se uno si mette con tutto da fuori vuol dire che se la è cercata!”, “A volte fanno finta!”. Sì, certo capita anche questo.

A volte capita anche che si simulino i furti e gli incidenti per avere risarcimenti dall’assicurazione e tuttavia quando si parla dei ladri di appartamento o del tasso di incidentalità cittadina a nessuno viene in mente di proporre la simulazione come elemento fondamentale per l’analisi della situazione. Intanto a Milano l’ennesimo femminicidio. Una donna di 49 anni è stata uccisa a coltellate dal compagno. Il movente è sempre lo stesso, ripetitivo come l’ossessione che lo genera: lei lo voleva lasciare. Gli episodi sembrano diversi (e la gravità sicuramente li differenzia), ma in realtà sono generati dalla stessa matrice e rappresentano (nel senso che esprimono e che mettono in scena) lo stesso schema culturale: la donna non appartiene a se stessa, sul suo corpo non ha diritto reale (di proprietà), non ne può disporre. La compagna di scuola non è sua, non appartiene a se stessa, è dei maschi, bravi ragazzi per carità, in fondo per l’uomo è un istinto ( anche uccidere allora, potrebbe essere considerato nella nostra natura e “sdoganato” no? Siamo tutti figli di Caino).

E tanto più la ragazza appare “femminile”, che nella nostra cultura significa debole, carina, remissiva, sorridente, cedevole eccetera, tanto più è necessario affermare (riaffermare) che è il maschio che ha il dominio di quel corpo, cioè di quella persona. Se la ragazza non è molto “femminile”, non si trucca, non si aggiusta, se ne sta sulle sue, esprime di appartenere a qualcun altro, la famiglia, il padre, i fratelli, allora il “bravo ragazzo” è molto più prudente: è dominio di qualcun altro. Tutti questi comportamenti, è evidente, conducono a un solo pensiero e hanno la stessa origine: la donna, il suo corpo ( ma come si differenzia il corpo dalla persona?), non appartiene a se stessa, non ha la sovranità sul sè, è necessariamente dominio di qualcun altro, maschio: la studentessa dei suoi compagni, la donna quarantanovenne del suo compagno.

Da qualche giorno, e finalmente, l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco)ha stabilito che la pillola del giorno dopo non è un farmaco potenzialmente antiabortivo. La notizia si è subito diffusa e ha subito suscitato una prima polemica sulla qualità delle ricerche alla base della decisione. Sembra impossibile ma nel nostro paese negli ultimi tempi era diventato difficilissimo e , in qualche caso impossibile, procurarsi il farmaco in caso di bisogno. I medici obiettori non lo prescrivevano, molte farmacie non lo vendevano, per le stesse ragioni, tanto che in diversi comuni (Bologna ad esempio) si era cercato di correre ai ripari organizzando una rete tra le strutture pubbliche disponibili in modo da assicurare la reperibilità della pillola 24 ore su 24.

Con la decisione dell’AIFA il farmaco viene sottratto agli obiettori, i quali sono talmente numerosi che, in molti casi, hanno trasformato la legge 194 in carta straccia. Questa legge è il frutto di decenni di lotte delle donne italiane ed è regolarmente oggetto di attacchi da parte di forze conservatrici e reazionarie che si dichiarano ipocritamente a favore della vita. Chi vuole difendere la vita la difenda sempre, in ogni sua forma, non solo quella embrionale. Difenda i bambini senza genitori e senza mezzi, difenda i bambini dei rifugiati e degli immigrati, difenda i bambini dei Rom, quelli ammalati e disabili, crei strutture in cui possano essere accolti, nutriti e amati. Si preoccupi di creare e diffondere una cultura di amore e rispetto per tutti gli esseri umani. E soprattutto la smetta di pensare di avere il diritto di decidere di una donna, della sua vita affettiva e sessuale, al posto suo. Questo mancato riconoscimento della soggettività femminile è esattamente il terreno su cui cresce la violenza di genere.
(Fonte foto: Rete internet)

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