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Decreto sul Femminicidio: il tempo sta per scadere

Entro il 15 ottobre il decreto di agosto deve essere convertito in legge e tra dimissioni, fiducia e emendamenti c’è il rischio che decada. Ma in tutta questa storia c’è qualcosa di fondo che non va.

Come sappiamo il governo Letta ha emanato in data 8 agosto, con grande soddisfazione e sventolio di bandiere, un decreto legge, battezzato (impropriamente in realtà) decreto legge contro il femminicidio. Il decreto legge è un istituto della nostra repubblica previsto per fronteggiare le emergenze. Si tratta, infatti, di una legge breve, che va immediatamente in vigore, senza passaggi parlamentari. Naturalmente (e meno male) è prevista, entro 60 giorni, la conversione in legge con i regolamentari passaggi alle Camere. Tutta la procedura, comprensibilmente, è un’ottima cosa quando è necessario operare in fretta per affrontare situazioni critiche che, col passare del tempo, rischiano di degenerare ulteriormente. E qui viene il primo punto dolente.

Chi l’ha detto che il femminicidio nel nostro paese ha un carattere emergenziale? In realtà è, purtroppo, mille volte purtroppo, un fenomeno cronico, e siccome nessun legislatore si è mai premurato di istituire un osservatorio permanente gli stessi dati di cui disponiamo sono incerti. Non tutti i femminicidi sono registrati come tali, la stessa parola, pur essendo stata introdotta da una criminologa americana negli anni 90, solo oggi è diventata di uso comune, e pure tra mille polemiche.

Insomma il femminicidio e la violenza di genere non sono affatto un problema di ordine pubblico e non si possono affrontare come un’emergenza della sicurezza, cioè solo con misure repressive. Inoltre nel decreto solo nella prima parte si parlava di stalking (arresto in flagranza e allontanamento d’urgenza) e di denuncia (irrevocabile), poi si trattava di altri problemi di “sicurezza”, ad esempio dei cantieri no TAV. Del resto anche nella legge di conversione si trova di tutto un po’: Vigili del Fuoco, Province e altro. Il disegno di legge rischia di saltare perché, oltre alle difficoltà politiche, ci sono 414 emendamenti da discutere, emendamenti presentati da Sel, 5stelle, PD e altri. E la complessità del ddl, che non si occupa, come si è detto, solo della violenza di genere, rende tutto più difficile.

Ma non meritavano forse le donne una legge tutta per loro? Una legge in cui la violenza di genere fosse trattata in maniera organica, in cui si parlasse anche della formazione del personale, polizia, medici e infermieri, assistenti sociali, giudici, e anche di scuola, di libri di testo, dell’etica dei messaggi mediatici, di prevenzione, di centri per gli uomini maltrattanti. Soprattutto dei centri antiviolenza, che sono senza finanziamenti e sono allo stremo. Una legge da elaborare con tempi distesi, accogliendo le istanze e, soprattutto le esperienze, delle associazioni che da anni si battono in difesa delle donne. Una legge che recepisse la Convenzione di Istanbul.
Ci sono troppi emendamenti, si dice, sarà colpa di tutti questi intralci se il ddl non si farà. Ma la procedura scelta, purtroppo, ancora una volta, è quella sbagliata.

E’ di pochi giorni fa un articolo su La Repubblica che parla di 51 donne salvate dal decreto. Si tratta, in sostanza, di 51 stalker arrestati. Ottima cosa, certo, ottima e necessaria. Solo che ci manca tutto il resto. I cittadini arrestati poi subiscono un processo, e, in questo caso si spera, una condanna. E poi? Cosa accade quando lo stalker esce di prigione? E’ essenziale prevedere una rete di protezione per le vittime di stalking e un percorso di prevenzione, educazione e, diciamolo, di “guarigione”, per gli uomini violenti. Non possono essere i 51 arresti lo specchietto per le allodole per far passare un ddl zoppo e dispersivo per una “legge sulla violenza di genere”. Magari a colpi di fiducia.
(fonte foto: rete internet)

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