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Decreto contro il femminicidio: perché non cambierà niente

Il decreto legge varato la scorsa settimana sarà presentato alle Camere il prossimo 20 agosto. Un segno positivo, ma i dubbi sono molti.

Donna uccisa dal marito, poi suicida, in Sicilia, donna sfigurata dall’acido da uno “sconosciuto” a Genova. Due recenti fatti (come si definiscono?) “di cronaca” che hanno avuto luogo in questi giorni e che sembrano la più chiara ed evidente risposta ai dubbi suscitati dal decreto legge approvato con carattere di urgenza dal governo Letta lo scorso 8 agosto. L’urgenza , elemento indispensabile al varo di un dl, sembrerebbe pienamente giustificata, data la rilevanza del fenomeno del femminicidio: una donna uccisa ogni due giorni, prima causa di morte e invalidita’ permanente per le donne fra i 16 e 44 anni, ancora prima del cancro, incidenti stradali e guerra. Seconda causa di morte per le donne in gravidanza.

Questo fenomeno è cresciuto negli ultimi anni? E’ rimasto costante negli ultimi decenni? E’ solo emerso a causa di una rinnovata attenzione dei movimenti delle donne e, di conseguenza dei media? Non lo sappiamo con precisione perché, e questa è una delle cose essenziali che le Camere sembrano ignorare, non c’è nel nostro paese un monitoraggio costante, preciso e puntuale, degli assassini e delle violenze, che ci mostri quanti sono e come avvengono e sul quale poter svolgere un’analisi approfondita da cui muovere le mosse per una qualunque azione di contrasto. In altre parole, pur condividendo appieno l’urgenza (dovuta anche ai precedenti ritardi, anzi all’abbandono in cui le questioni di genere sono state relegate per decenni) di adottare provvedimenti in materia, non si giustifica però la frettolosità, a voler essere indulgenti, con cui si è glissato su punti nodali.

Questo decreto è stato battezzato “decreto contro il femminicidio e la violenza di genere”, ma, se si va ad approfondire la notizia, si scopre che è un decreto sulla sicurezza e l’ordine pubblico, che include anche norme sulla violenza negli stadi e sui no-TAV. Insomma la violenza di genere viene affrontata solo in termini repressivi, inasprendo le pene e attraverso la, dichiarata, volontà di rendere la vita più difficile ai violenti, ai molestatori, agli stalker. Ma è davvero così? Andiamo con ordine.

Primo: la questione della querela. Una volta presentata non si potrà più ritirare. In questo modo, si dice, la donna non dovrà più subire minacce e violenze ulteriori che quasi sempre vengono messe in atto per costringerla a ritirare la denuncia. Perché è vero, ogni donna lo sa o lo può facilmente intuire: una volta che si denuncia il marito/convivente/ ex-fidanzato ecc. il tipaccio in questione rincara la dose. Inoltre per molte donne, ormai licenziate, lavoratrici al nero, precarie di ogni genere, assolutamente dipendenti per la sopravvivenza propria e dei figli si prospettano immense difficoltà economiche e abitative. Dove va una donna dopo la denuncia? A casa, dal signore che ha denunciato? Il rischio è altissimo. Quindi qual è la cosa più urgente e necessaria? Proteggere la donna, ospitarla, creare intorno a lei una rete di protezione e di aiuto, ovvio.

E invece il decreto che fa? Rende la denuncia irrevocabile. Così tante donne semplicemente ci rinunceranno in partenza. Diventa un salto nel vuoto senza più ritorno. La cosa che i movimenti delle donne chiedono da anni è molto semplice: la procedibilità d’ufficio. La violenza non è un “problema di relazione”, è un reato contro la persona e come tale va trattato. Lavorare sulla querela, come giustamente ha messo in evidenza Stefania Cantatore, dell’UDI di Napoli, non è la strada migliore. Delle cose indispensabili e che i movimenti delle donne chiedono da anni, cioè il potenziamento dei centri di accoglienza, nel decreto non si parla.

Secondo: nel decreto non c’è alcun elemento che vada a modificare l’articolo 1 del testo unico sulla pubblica sicurezza che invita l’istituzione che riceve la denuncia a tentare di “comporre in via bonaria le controversie familiari”. Questo vuol dire che quando una donna va a sporgere denuncia i pubblici ufficiali sono tenuti a tentare di dissuaderla, cosa che non accade in nessun altro caso di violenza simile, ma non verificatasi all’interno della famiglia. Quando si smetterà di dare per scontato che la famiglia sia un valore in sé, da salvare a qualunque costo?

Terzo: non c’è traccia o riferimento alla formazione del personale, da quello sanitario a quello delle istituzioni destinatarie delle querele. Non c’è l’educazione, la scuola, non ci sono i centri di ascolto per gli uomini maltrattanti. Come si fa a parlare di prevenzione? Certo c’è l’allontanamento immediato del coniuge maltrattante, c’è l’arresto in flagranza dello stalker, e ben vengano queste nuove norme. Ma la prevenzione è anche altro.
Quarto: che c’entrano i no-TAV con la violenza di genere? Dare maggiori strumenti repressivi contro i movimenti di cittadini (che in realtà comprendono anche sindaci) che “violano” i cantieri segna una svolta in questa questione ed è forse questa l’urgenza vera per il governo.
(fonte foto: rete internet)

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