In una delle storiche roccheforti della sottocultura mafiosi piccoli imprenditori e commercianti coraggiosi alzano insieme la testa per dire di no al pizzo.
Dopo decenni di bocche cucite, tra guerre di camorra e lunghe tregue, una delle storiche roccheforti dell’omertà prova a bucare il muro dei silenzi. La prima associazione antiracket di Acerra è stata infatti appena costituita. Sarà inaugurata giovedì 25 settembre, nella parrocchia del Gesù Redentore, moderna chiesa di periferia, in via Fondola. Alla cerimonia parteciperanno padre don Luca Russo, parroco del “Redentore”, Vincenzo Montano, neopresidente dell’associazione antiracket di Acerra, Raffaele Lettieri, sindaco della città, Salvatore Cantone, presidente dell’associazione antiusura e antiracket di Pomigliano, Rosario D’Angelo, coordinatore delle associazioni antiusura e antiracket campane, Tano Grasso, presidente onorario della Fai, monsignor Antonio Di Donna, vescovo di Acerra, e Santi Giuffrè, commissario straordinario per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura.
Dunque, un parterre di tutto rispetto per un’iniziativa che segna un vero spartiacque tra un passato di omertà e un futuro nel nome di un possibile sviluppo civile. Da queste parti l’ultima operazione di rilievo delle forze dell’ordine in chiave antiestorsioni risale a gennaio. In quell’occasione i carabinieri hanno arrestato cinque camorristi e tre imprenditori edili. Imprenditori che a loro volta, in base alle accuse, facevano da intermediari del pizzo tra le vittime e i clan. Risultato: estorsioni tra i mille e i 5mila euro al mese per ognuno degli imprenditori dell’edilizia finiti nella rete del pizzo. A ogni modo in quel caso qualcuno ha parlato, qualcuno ha deciso di collaborare con i militari denunciando. Forse la primavera acerrana è iniziata proprio da lì, nonostante alcuni altri brutti segnali. Come quando, ad aprile, un imprenditore locale delle pompe funebri è stato preso di mira con una serie di proiettili conficcati nelle vetrate dell’ufficio e una testa di capretto appesa al portone di casa.
Oppure come quando, a luglio, la camorra delle estorsioni ha sparato nella saracinesca di un bar del centro e incendiato un camion della ditta di nettezza urbana cittadina. Episodi che danno la misura di una piaga tutt’altro che estinta. Intanto anche il comune sta provando a cicatrizzare questa ferita. A giugno l’amministrazione locale ha siglato un patto con la Regione. Obiettivo: realizzare un centro attrezzato antiracket negli uffici della ditta che si occupava della gestione delle strisce blu, nella centralissima via Roma. Il progetto prevede un servizio di assistenza al cittadino guidato dal alcuni psicologi dell’ambito territoriale Acerra-Casalnuovo, ente che dipende dalla Regione, e da un gruppo di volontari. I soldi però devono ancora arrivare. Ma secondo quanto appena riferito dalla municipalità il finanziamento sarebbe imminente.
Resta comunque il dato più che positivo di una volontà diffusa di ribellarsi ad uno dei più odiosi reati del crimine organizzato. Nel territorio delle grandi fabbriche a est di Napoli, un’area ad alto tasso mafioso, la prima associazione antiracket è sorta a Pomigliano, nel 2009. Si chiama “Pomigliano per la legalità” ed è stata intitolata a Domenico Noviello, il commerciante di Castelvolturno ucciso il 16 maggio del 2008 dai casalesi per non aver voluto pagare il pizzo. Tra i promotori e consulenti dell’antiracket in questo territorio c’è Tano Grasso, il commerciante della siciliana Capo d’Orlando che nel 1990 guidò una storica ribellione contro la mafia delle estorsioni.






