La gestione politica dei Parchi non ha saputo promuovere e valorizzare il territorio. La mancanza di un”organizzazione seria ha depresso ancora di più l”economia locale e acuito la crisi occupazionale.
Di Amato Lamberti
La salvaguardia del territorio è un dovere delle Pubbliche Amministrazioni, non solo dello Stato. In Italia, poichè le amministrazioni locali sono, generalmente, dedite al saccheggio sistematico del territorio, nel senso che permettono ogni sorta di abuso da parte dei singoli cittadini come da parte di imprenditori malavitosi, quando non criminali, vuoi per convenienza elettorale, vuoi per connivenza e complicità, naturalmente ben pagata, vuoi per diretto interesse speculativo, lo Stato è intervenuto con strutture di controllo principalmente votate alla repressione. Queste strutture, dalle ARPA alle Autorità di bacino, hanno compiti di controllo sull”uso del territorio e sulla sua corretta gestione ambientale.
Altre strutture, come i Parchi, nazionali e regionali, hanno invece il compito della salvaguardia e della valorizzazione del territorio. Una salvaguardia non solo naturalistico-ambientale ma che si estende alle tradizioni popolari, all”artigianato, ai monumenti, alla storia civile e dei costumi, alla memoria del territorio e delle sue popolazioni, che dovrebbero fare da base di ogni proposta di valorizzazione, anche economica oltre che culturale, del territorio-parco.
In realtà, per ragioni quasi tutte legate alla gestione politica delle nomine dei responsabili, presidenti e direttori tecnici, e ai difficili rapporti con le Amministrazioni locali e le Comunità montane coinvolte, i Parchi, nazionali e regionali, hanno svolto, con difficoltà e senza grandi risultati, soprattutto attività di controllo e di salvaguardia del territorio, mentre sono del tutto mancati per quanto riguarda la promozione e la valorizzazione del territorio: a meno di non voler considerare come successo gli scarsi numeri di visitatori “stranieri” legati alle iniziative enogastronomiche e alle strutture agrituristiche, non sempre di alto livello qualitativo, o la moltiplicazione delle sagre paesane, capaci solo di attrarre gente dal circondario.
Ora, senza voler parlare del Messico, dove i parchi, soprattutto quelli marini, sono diventati una eccellenza turistica capace di rivaleggiare con i giacimenti archeologici maya, negli Stati Uniti, i parchi naturalistici attirano milioni di visitatori da tutto il mondo: lo Yosemite National Park, 4 milioni; Yellowstone, 6 milioni; Zion National Park, 4 milioni, e così di seguito per i parchi del Colorado e della California.
Il problema è l”organizzazione finalizzata alla tutela e alla salvaguardia ma attraverso una valorizzazione che produce enormi ricadute economiche sui territori interessati. Per ottenere questi risultati il parco è il nodo centrale di una rete che raccorda e collega tutte le eccellenze del territorio e di quelli limitrofi.
Forse gli assessori alla cultura dei Comuni delle aree parco, insieme agli assessori provinciali e a quello regionale, oltre che ai presidenti e ai direttori generali dei parchi nazionali e regionali, dovrebbero farsi il tour turistico di venti giorni che permette di visitare tutti i parchi nazionali più importanti degli Stati Uniti: vedrebbero almeno come si possano valorizzare i parchi, assicurandone la più rigida tutela e salvaguardia, creando economia, occupazione, possibilità di impresa, sviluppo. È semplicemente paradossale che un territorio come quello vesuviano, tanto per fare un esempio, con una tale ricchezza di eccellenze culturali, monumentali, paesaggistiche, non riesca a dar vita ad una attrazione turistica capace di far fermare per più giorni i milioni di turisti mordi e fuggi del Vesuvio, di Pompei ed Ercolano.
Negli Stati Uniti i turisti, visitando i parchi, si fermano, mangiano, acquistano, pernottano, visitano, Durango e Cheyenne, località note solo per alcuni film western: quale dei Comuni vesuviani ha mai visto una comitiva di turisti fermarsi, pernottare, andare a cena, fare acquisti, visitare monumenti di assoluto valore storico e culturale? È colpa del destino cinico e baro, o dell”incapacità delle persone che vengono pagate senza mai verificare i risultati conseguiti?






