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10 GIUGNO 1940. L’ITALIA IN GUERRA CONTRO FRANCIA E INGHILTERRA

Pur consapevole dei limitati mezzi dell”esercito, Mussolini entra in guerra a fianco della Germania di Hitler.
Di Ciro Raia

Pur stretta nella morsa dei tanti vincoli e dei tanti patti sottoscritti, il 19 settembre 1939 l”Italia proclama lo stato di non belligeranza, di non intervento in guerra. Mussolini, in altre parole, pur confermando l”alleanza del Patto d”Acciaio con la Germania, rimanda il sostegno militare. La decisione del Duce riscuote il plauso di Pio XII e di tutti quelli che intendono evitare una catastrofe all”umanità.

In verità, la decisione del Duce è dettata da ben altri motivi: l”impreparazione dell”esercito italiano, l”insufficienza delle risorse industriali, il mancato rispetto di un accordo segreto, che prevede il rinvio della guerra di almeno tre anni. E, poi, di fondo, la predisposizione negativa degli italiani –specialmente degli operai- all”intervento bellico oltre ad uno strisciante sentimento antitedesco, che non è estraneo nemmeno al re, il quale appare interessato solo al ruolo che avrebbe potuto avere la sua famiglia nel conflitto, in particolare il principe Umberto, per il quale sogna un prestigioso posto di comando.

Nella primavera del 1940, però, il Duce convintosi che la guerra scatenata da Hitler si possa concludere in poco tempo, porta l”Italia al massacro. Egli teme, infatti, di perdere il confronto col dittatore tedesco; ma è anche sicuro che è un”operazione strategicamente importante: consente di poter avere un peso nelle trattative future. Non a caso, cinicamente, Badoglio dichiara: “Abbiamo bisogno di qualche migliaia di morti, per poterci sedere al tavolo della pace!”.

Il 10 giugno 1940, da un balcone di Palazzo Venezia, rivolgendosi ad una folla oceanica, Mussolini dichiara ufficialmente guerra alla Francia ed all”Inghilterra:

“Un”ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. È l”ora delle decisioni irrevocabili. Questa lotta gigantesca è la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori, che detengono il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l”oro della terra; è la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al tramonto. L”Italia proletaria e fascista è per la terza volta in piedi, forte, fiera, e compatta come non mai. La parola d”ordine è una sola, categorica ed impegnativa per tutti; essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all”Oceano Indiano. Vincere!..Popolo italiano: corri alle armi e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!”.

Alcuni informatori commentano: “È mancato totalmente l”entusiasmo. Vi era su tutti i visi un”aria grave, applausi pochissimi, solo studenti e qualche gruppo rionale cercava ogni tanto di far salire un po” l”atmosfera:Molte donne piangevano e, alla fine, si è notata larga affluenza nelle Chiese”.

La guerra, però, non va bene per l”Italia. Le truppe sono mal condotte e male attrezzate: hanno in dotazione fucili modello 1891, vecchi di 50 anni; pezzi di artiglieria risalenti alla prima guerra mondiale; autocarri insufficienti; carri armati dalle corazze sottili (le cosiddette “catole di sardine”) del peso di 3 tonnellate ciascuno, contro le 20 tonnellate di ogni mezzo inglese. Inutile e dannosa appare il tentativo di penetrare nel territorio francese. Anche sul fronte greco, ad onta di quanto promesso dal Duce: “Spezzeremo le reni alla Grecia”, le cose non vanno meglio e l”azione bellica si trascina stancamente fino al 1941.

In Africa, poi, gli italiani sono in completa balia degli Inglesi. L”armata tricolore perde le città di Sidi el Barrani, Bardia, Tobruk e lascia nelle mani delle forze britanniche la bellezza di oltre 130.000 prigionieri!
In Italia, sgombra dai campi di battaglia, si soffre ugualmente. Chi non è al fronte, infatti, è impegnato nella lotta alla sopravvivenza, perchè scarseggiano generi di prima necessità, si razionano viveri, non si trovano capi d”abbigliamento. Impazza il mercato nero, che permette di trovare, per esempio, i fagioli a 20 lire al chilo (prezzo ufficiale: 5,24 lire) e l”olio a 80 lire al litro (prezzo ufficiale: 14 lire). Ogni famiglia è dotata di una carta annonaria mensile: serve per ritirare, in quantità stabilite, i viveri, i vestiti, le scarpe.

Agli sposi è concesso un supplemento di tessera per il corredo. Ad ogni persona si riconosce il diritto a mezzo chilo di zucchero e 400 grammi di caffè al mese, 200 grammi di pane nero al giorno, 70 grammi di burro al mese e 2 chilogrammi tra pasta, farina e riso. Il resto è tutto surrogato. Il cioccolato è sostituito dalla farina di castagne, il tè dal karkadè; alla maglia di lana –indossata dai soldati al fronte- si sostituisce una pettorina di flanella imbottita di strati di giornali. Ritorna l”antico baratto. Molti contadini, infatti, più che portare i prodotti all”ammasso pubblico e ricavare poche lire svalutate, preferiscono scambiare la propria merce con vestiti, scarpe, oggetti d”oro.

Per un momento pare che nel Duce ritorni lo spirito del vecchio socialista rivoluzionario. Nel settembre del 1941, infatti, in pieno Consiglio dei Ministri, a proposito della tessera annonaria, Mussolini dichiara: “Nessuno pensi che la tessera annonaria sarà abolita alla fine della guerra. Essa durerà finchè esisterò. Perchè così i vari Agnelli e Donegani mangeranno come il loro ultimo operaio”.
Le autorità fasciste, per far fronte alla crisi agricola e finanziaria, lanciano l”idea degli orti di guerra, l”utilizzazione, cioè, di ogni spazio possibile per seminare grano o piantare patate.

La trovata –di chiara matrice propagandistica- trasforma, così, in piccoli orti il parco di Villa Borghese e i Fori Imperiali a Roma, il parco Sempione ed il sagrato del Duomo a Milano.
Ovunque, poi, si provano i rifugi antiaerei; di sera suona l”allarme e si lasciano le abitazioni. Vige il coprifuoco: niente luci accese e carta azzurra alle finestre!

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