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Trentasettenne, avvocato, si occupa di diritto civile e amministrativo, è consigliere comunale a Somma Vesuviana per «Fratelli d’Italia».

Ha tentato il concorso in Magistratura ma poi ha scelto la professione libera. È avvocato e si occupa di Diritto Civile e Amministrativo. La politica, insieme al calcio e alla storia contemporanea, è una delle sue passioni. La sua prima tessera di partito è stata quella di Alleanza Nazionale di cui ha poi seguito il corso confluendo nel Pdl e presiedendo a Somma Vesuviana uno dei Circoli del Buongoverno. Nel 2014, dopo la morte del sindaco Ferdinando Allocca e già due esperienze di consigliere comunale alle spalle, sceglie la coalizione di Pasquale Piccolo e si candida nella lista di Fratelli d’Italia, partito cui aveva già aderito. È l’unico eletto di quella lista e, pur rimanendo in Consiglio (dunque non da assessore), accetta la delega al Cimitero rinunciando – come lo stesso primo cittadino – agli emolumenti. Ma l’idillio dura ben poco e dopo la crisi politica che ha visto l’azzeramento della giunta, le dimissioni poi ritirate del sindaco e il nuovo assetto dell’esecutivo, De Filippo ritira il suo appoggio all’amministrazione in carica. Attualmente è dunque consigliere di opposizione. Nel documento con il quale sancisce ufficialmente il passaggio sui banchi di minoranza, sottolinea il disaccordo con la scelta di rinunciare ad una seconda isola ecologica, il dissenso sulla decisione di rinnovare il contratto per i servizi cimiteriali senza bando di gara (determina poi ritirata dalla giunta) e prende fortemente le distanze sulle modalità di azione che dice lontane dal suo modo di intendere la politica e l’amministrazione. Nell’intervista che segue, Vittorio De Filippo chiarisce ulteriormente la sua posizione in merito al governo cittadino che pure aveva appoggiato ma, come è consuetudine per questa rubrica, si racconta in maniera naturale parlando di sé, del suo privato, della sua professione, delle sue aspirazioni.

Vittorio, hai sempre vissuto a Somma Vesuviana?

«Sì, sempre. Mia madre Erminia era impiegata al Comune di Somma Vesuviana, ora è in pensione».

Tuo padre?

«Si chiama Giorgio, è un ex funzionario dell’Asl ed è in pensione anche lui. I miei hanno divorziato tanti anni fa, ero piccolo e papà ha avuto un altro figlio con la nuova compagna. Diciamo che non ci sono rapporti tra noi, né buoni né cattivi».

Nemmeno con tuo fratello?

«L’ho conosciuto quando ancora passavo la domenica e qualche altro giorno festivo da mio padre, a Sant’Anastasia. Poi non ci siamo più incontrati, credo che adesso abbia più o meno vent’anni».

La situazione ti è pesata?

«Da piccolo no, adesso forse sì. Alla fine ci si rende conto di sentire la mancanza di una figura paterna. Fin quando ero minorenne, per accordi presi dinanzi ad un giudice, passavo la domenica a casa di mio padre ma a quell’età è difficile. A dieci, undici, dodici anni, i ragazzini cominciano ad uscire la domenica mentre io dovevo rinunciare alla compagnia degli amici perché così aveva deciso un Tribunale».

Hai detto che il rapporto padre- figlio praticamente non esiste. Posso chiederti perché?

«Non saprei, di sicuro esistono colpe da entrambe le parti, su questo non ci sono dubbi. Però è lui la persona adulta, credo che debba essere il padre a cercare un figlio. Non posso negare che questa situazione abbia caratterizzato in negativo la mia infanzia e l’adolescenza».

Ora però sei grande, hai trentasette anni, non ti è mai venuta la voglia di cercarlo?

«Credo che su determinati aspetti ci assomigliamo molto, io e lui. L’orgoglio prevale, è talmente forte da frenare ogni altra cosa».

Non deve essere scelta facile…

«Ma non l’ho deciso io, è capitato. Sorgono discussioni, si cerca di superarle e poi si finisce per andare avanti da soli. Tutto ciò che ho fatto nella vita lo devo alle mie sole forze, so solo che nei momenti importanti ho avvertito unicamente l’assenza».

Che studi hai fatto?

«Il Liceo Classico a Ottaviano, poi Giurisprudenza. In verità avrei voluto fare il medico e superai anche i quiz di ingresso a quella facoltà, ma poi l’amore per le materie umanistiche ha prevalso. Io sono un grande appassionato di storia, infatti mi sono laureato con una tesi in Storia delle dottrine politiche».

Storia e politica, insomma. L’amore per queste due discipline è nato fin da piccolo?

«Sì, fin da bambino. Destavo la meraviglia di mia madre guardando in tv tutte le trasmissioni politiche, mi piacevano e mi piacciono molto».

Identificandoti già con una parte politica precisa, cioè la Destra?

«Esatto, scoprendo più tardi di avere ideali comuni con parte della famiglia paterna. Mio zio Mario, fratello di mio padre, per esempio, con il quale ho recuperato il rapporto qualche anno fa. Ci siamo avvicinati naturalmente grazie alla politica, è stato un collante, un momento di unione».

Non ricordi il momento preciso in cui ti sei accorto di riconoscerti in valori precisi, in una determinata parte politica?

«No, il momento preciso forse no. Ma ho sempre ritenuto fondamentali valori dei quali oggi forse nemmeno si parla più: la Patria, la Nazione. Anche la famiglia. Ricordo che ammiravo moltissimo, da adolescente, Gianfranco Fini. Ero al Liceo quando nasceva la seconda Repubblica, quando è nato il centrodestra con la discesa in campo di Berlusconi.  Lì mi sono appassionato, riconoscendomi in Alleanza Nazionale. Il passaggio dal Msi ad An è stato un momento importante. La cosa sorprendente è che ho ritrovato in mio zio le stesse idee, la stessa visione anche se lui, avendo vissuto gli anni ’70, è più estremista. Credo, o forse mi piace credere, che anche i valori e le idee politiche possano avere una componente genetica: zio Mario, ma anche l’altro fratello di mio padre che è poi mancato, zio Salvatore, tutti di Destra».

Non tuo padre, però.

«No, da quel che so è sempre stato democristiano. Ho ricordi poco nitidi di lui. Rammento che mi veniva a prendere la domenica, poi io ascoltavo le partite e lui leggeva il giornale. Scriveva, anche. Collaborava con Il Mattino e scriveva articoli su una sorta di computer che si collegava al telefono, oppure dettava i pezzi al dimafono, passando ore a scandire le parole perché fossero trascritte bene».

Erano altri tempi in quanto a tecnologia.

«Lontanissimi, sì».

I tuoi giochi da bambino?

«Il calcio, da mattina a sera. Abitavo in via Garibaldi, a Somma Vesuviana e giocavamo in strada. Ricordo che quando qualcuno voleva parcheggiare lì gli chiedevamo di spostarsi. Giornate intere, anche dodici ore, d’estate. Dalle nove del mattino fino a sera. Saltavamo indisturbati nella scuola di via Roma e andavamo a giocare anche lì. È durata fino ai miei 13 o 14 anni. Oggi non si vedono più ragazzi in strada e quel luogo dove noi passavamo ore con il pallone oramai è un parcheggio a servizio di via Roma».

Oggi hai un tuo studio legale a Somma Vesuviana. Lavori da solo?

«Con altri quattro colleghi, ma non è uno studio associato. Però ci sono momenti di confronto, ed è importante».

Diritto Civile e Amministrativo. Perché?

«La scelta è stata, come dire, naturale. Soprattutto il diritto amministrativo mi è piaciuto fin dall’inizio del corso di studi. Nel frattempo, durante gli anni di pratica, ho studiato per il concorso in Magistratura. Un corso con Lucio Militerni, partecipando anche alla stesura del libro «Nessuno deve scegliere per noi» che lui curò, di Umberto Veronesi e Maurizio De Tilla. Era una pubblicazione, in pratica una proposta, sula promozione del testamento biologico. Io mi occupai del capitolo sulla forma e la pubblicità del testamento, poi il libro è stato edito e pubblicizzato su reti tv nazionali e in varie trasmissioni. Una bella esperienza. In quel periodo partecipavo occasionalmente anche alla rubrica “Spia al Diritto”».

Il caso più interessante di cui ti sia occupato?

«Stiamo aspettando gli esiti di un ricorso alla Corte Europa dei Diritti dell’Uomo per i danni causati dalla Terra dei Fuochi, che ho presentato con un gruppo di colleghi. Con loro abbiamo promosso anche, per primi, ricorsi contro l’irragionevole durata dei processi in Italia, grazie alla legge Pinto nata su direttiva dell’Unione Europa. In pratica, si può considerare di durata ragionevole un processo solo se si conclude in maniera definitiva entro sei anni, tre per il primo grado, due per l’appello e uno per la Cassazione».

Ricorso possibile a patto che non si sia stati condannati, se non sbaglio.

«Ovviamente».

Invece, nel ricorso per i danni causati dalla Terra dei Fuochi, patrocinate molte persone?

«Eredi di persone ammalate e poi morte, altre in vita ma già ammalate. Tantissime, un centinaio. È un tentativo, la cosa difficile è dimostrare il nesso eziologico tra inquinamento e malattie. Appare evidente che in queste zone ci sia una percentuale di malattie superiori alla media nazionale soprattutto nel triangolo Nola – Acerra – Pomigliano d’Arco e aree limitrofe. Abbiamo fatto un investimento, se ci saranno i risarcimenti sarà soprattutto un riconoscimento per queste persone, prima ancora che una soddisfazione professionale».

Che ne è stato della tua aspirazione a diventare magistrato?

«Ho seguito i corsi per circa quattro anni, tentando il concorso due volte. Ma ne sono soddisfatto perché è stata un’esperienza bellissima, fruttuosa, dalla collaborazione con i giudici fino alle pubblicazioni. Poi ho optato per la professione libera».

Quand’è che, invece, è iniziato per te l’attivismo politico?

«Era già in carica la prima amministrazione del sindaco Ferdinando Allocca a Somma Vesuviana quando ci fu il congresso cittadino di Alleanza Nazionale, la sezione era nei pressi della scuola Don Minzoni. Il segretario era Fiore Di Palma, io ero il suo vice. Tra noi si creò una bella amicizia che dura ancora oggi».

An era in maggioranza, all’epoca.

«Sì, il gruppo consiliare era formato da Peppe Nocerino, Crescenzo De Falco, Pasquale Auriemma, ma noi nel partito sapevamo quel che ci veniva riportato. Era una segreteria giovane, dopo l’entusiasmo del congresso l’attivismo scemò abbastanza. Ricordo quel periodo con simpatia, così come le litigate clamorose ed epocali che accadevano in sezione tra i consiglieri comunali».

Era il 2006, la prima amministrazione Allocca durò poco più di un anno e quella Alleanza Nazionale non fu estranea ai fatti. Il sindaco si ricandidò e tu eri al suo fianco. Mi racconti come andò?

«Ripeto, all’epoca del partito, noi della segreteria non ci interfacciavamo con il sindaco o con la macchina amministrativa. Nel frattempo An era confluita nel Pdl e io diventavo il presidente del Circolo del Buongoverno. Promuovemmo convegni sull’emergenza rifiuti, sul bilancio, manifestazioni e feste di beneficenza, il Somma Beach Festival che credo sia stata una delle cose più belle realizzate a Somma Vesuviana, l’apice. Eravamo tutti ragazzi, c’era per esempio Umberto Parisi, oggi consigliere comunale: con lui siamo legati da un’amicizia che dura da tantissimi anni».

Sì, ma come ti avvicinasti al sindaco Allocca?

«Nel 2008 noi avevamo già fatto una serie di convegni e manifestazioni, quando Allocca decise di ricandidarsi noi del Circolo del Buongoverno fummo interpellati, io ero il presidente e fui indicato come colui che avrebbe rappresentato tutti nella lista del Pdl. Nacque tutto per caso. An nel frattempo si era sciolta e, anche se aveva votato la sfiducia ad Allocca, noi non avevamo discusso o vissuto questa cosa, non ci si riuniva più, ormai si andava verso il Pdl».

Perciò la tua prima esperienza da candidato al Consiglio Comunale fu quella: la seconda volta da candidato e poi da sindaco per Allocca. Perché gli dicesti di sì?

«Con lui c’era il Pdl e il nostro circolo era tra i soci fondatori di quella compagine. Io avevo 29 anni e mi fu chiesto di mettermi in gioco, c’era poco tempo e anche un po’ di timore. Il sindaco era stato sfiduciato a febbraio, il giorno di San Valentino. Poco più tardi andammo al voto con l’unica aspirazione, per quel che mi riguardava, di far bella figura. Puntavamo a intercettare un centinaio di voti, ne presi inaspettatamente 227. Il Pdl elesse dodici consiglieri, io fui il nono. Era un’occasione per mettere insieme giovani professionisti, creare una rete, tentare di far qualcosa di buono per la città. Il Circolo del Buongoverno era vivo, produttivo, partecipavamo al congresso nazionale di Montecatini con ragazzi da tutta Italia. Una delle esperienza più belle dal punto di vista culturale e politico che finora abbia vissuto».

La prima esperienza da consigliere comunale, invece?

«All’inizio andò bene ma ad un certo punto cominciò a tirare un’aria particolare, tra me e il sindaco ci furono incomprensioni coincise con il licenziamento dell’architetto Mena Iovine, provvedimento poi ritirato. Lasciai la maggioranza».

Corsi e ricorsi storici, si potrebbe dire. Anche perché alla candidatura successiva lo hai comunque sostenuto, nel 2013.

«Viste le alternative, sicuramente era naturale la scelta».

Che sindaco è stato Ferdinando Allocca?

«Lui era una persona di carattere. Decisionista, in grado di ascoltare gli altri ma di scegliere poi con fermezza. Essendo un medico, sapeva bene di dover circondarsi – per gli aspetti legali e gestionali – di persone competenti. Questo ha fatto sì che le sue decisioni politiche avessero sempre un supporto amministrativo e giuridico di base. Era questa la sua forza. Il suo carattere non era semplice ma si poteva star sicuri che, nel momento in cui avesse capito il valore di chi gli stava di fronte, avrebbe concesso spazio e fiducia».

Un buon sindaco, dunque?

«Sì, ha seminato molto».

Se dovessi dirmi la cosa più importante realizzata in quegli anni?

«Ha fatto benissimo, per esempio, a sistemare una serie di cose della macchina comunale, gettando basi concrete e solide per il futuro. Sulle opere pubbliche io non sempre sono stato a favore, anche quando arrivarono i soldi Italgest avrei preferito che si investisse su incentivi per le professioni, per il commercio, per i giovani, anche magari soltanto pagando i debiti del Comune per alleggerire il bilancio. Ma alla fine erano tante le variabili che il sindaco doveva tenere sotto controllo e ha fatto bene, per esempio, a realizzare l’isola ecologica. In quel periodo l’emergenza rifiuti era pazzesca ma Somma, anche grazie al lavoro della Iovine, ha tenuto bene dando grossi impulsi, mettendo le basi per il futuro».

Alla fine di quella consiliatura, il simbolo del Pdl andò – per le successive elezioni –  a Paola Raia. Tu scegliesti nuovamente la coalizione di Allocca e ti candidasti con Lista Cuore.

«Era il 2013, c’era già Fratelli d’Italia ma non avevo ancora aderito e a Somma Vesuviana non si fece quella lista. Nella Lista Cuore fui eletto con 260 voti. Ricordo quel periodo come un’esperienza di passaggio e faceva male vedere il sindaco stanco, deciso e brillante come sempre ma già consapevole della malattia».

Nei mesi precedenti alla sua scomparsa lo sostituì il suo vice, Salvatore Di Sarno. Tu fosti tra coloro che a un certo punto optò per la sfiducia.

«Sì, a mio parere quell’esperienza era ormai finita. Di Sarno si ritrovò in una posizione difficilissima, quasi una vittima sacrificale ma senza legittimazione, mantenere gli equilibri con molti pezzi della coalizione che già pensavano alla campagna elettorale era impossibile».

E per le amministrative 2014, infatti, i «pezzi» si divisero. Una vera e propria scissione della coalizione di centrodestra, un po’ come per la volta precedente nello scontro Allocca – Raia, ma stavolta più forte perché separava una compagine quasi «storica». Tu, con Fratelli d’Italia, hai scelto di sostenere Piccolo. Forza Italia era invece con Antonio Granato. Come nacque la decisione?

«Nacque tutto dal momento di confusione seguito alla scomparsa di Allocca. Lista Cuore, Noi Sud, anche la famiglia Allocca, andarono verso Piccolo che, a quel punto, sembrava la naturale prosecuzione».

Piccolo era stato avversario di Allocca solo l’anno prima.

«Quel momento fu davvero caratterizzato da un grande caos. Forza Italia ad un certo punto sembrò voler dare all’attuale sindaco. Poi si procrastinò la decisione rispetto al candidato, finché scelsero Antonio Granato. Ma nel frattempo la coalizione di Piccolo c’era».

Perciò, per la tua terza volta da candidato al consiglio comunale, hai portato il simbolo di Fratelli d’Italia al sindaco attuale.

«Sì, fui eletto con 350 voti. Era la lista con più giovani e avemmo solo 15 giorni per la campagna elettorale perché fummo esclusi e poi reintegrati dopo il ricorso al Consiglio di Stato. Fu complicato ma bello, tutti i ragazzi che si sono impegnati in quella esperienza sono ancora quasi tutti partecipi, siamo legati: l’atmosfera tra noi è un po’ come quella che regnava nel Circolo del Buongoverno».

 È stato naturale per te aderire a Fratelli d’Italia?

«Immaginavo che potesse essere la prosecuzione del percorso iniziato da Alleanza Nazionale. È evidente che quel periodo storico è concluso e non più ripetibile. Ma credo che oggi siano necessari sia i partiti di Destra che quelli di Sinistra perché le commistioni al centro sono pericolose: Pd e Forza Italia sono simili, occorrono i contrappesi, sono fondamentali».

A Somma Vesuviana avete una struttura di partito?

«All’inizio il segretario era mio zio, Mario De Filippo. Oggi, organizzato e costituito il coordinamento, è subentrato Fiore Di Palma. Ci incontriamo regolarmente, tutti».

Quando il vostro candidato sindaco, Pasquale Piccolo, ha vinto avete chiesto una rappresentanza in giunta?

«Certo, penso fosse giusto per una questione di partecipazione attiva. Ma non è stato così. Abbiamo accettato per un po’ la delega al cimitero, che detenevo io da consigliere comunale, poi le cose sono andate diversamente. Diciamo che con il sindaco Piccolo non ci siamo mai “presi” caratterialmente».

Crisi politica, dimissioni di assessori e dello stesso sindaco, nuova giunta. Poi la tua decisione di passare all’opposizione. Si può dire che Fratelli d’Italia abbia resistito finché si poteva?

«Solo per senso di responsabilità. Ci hanno negato la rappresentanza in giunta con motivi che non stanno né in cielo né in terra. Qualcuno ha detto che abbiamo preso pochi voti, senza pensare che, quei voti lì, portati ad Antonio Granato avrebbero prodotto un risultato diverso: il nostro “zero virgola qualcosa” in termini di percentuale ha fatto sì che Piccolo mettesse al sicuro la maggioranza consiliare già al primo turno. Senza contare che la nostra presenza ha dato alla coalizione una caratterizzazione di centrodestra, questione di non poco conto giacché senza di noi non sarebbe stato così: il centrodestra sarebbe stato altrove, da Granato, al quale inevitabilmente abbiamo tolto voti e che senza di noi ha perduto un certo elettorato».

Senza di voi la coalizione di Piccolo poteva dirsi al massimo «di centro»?

«Sì, o soltanto coalizione civica. Invece Piccolo ha potuto dirsi candidato sindaco di centrodestra».

Il sindaco Piccolo ha una storia di destra…

«Ciò non toglie che la nostra partecipazione abbia caratterizzato fortemente la coalizione e che, seppure non fortissima a livello numerico, sia stata fondamentale a livello politico».

Ad oggi, tolto il mancato riconoscimento di fatto del ruolo politico, cos’è che non va? Cos’è che ti ha spinto davvero a passare sui banchi di opposizione?

«Quello che manca è l’umiltà. La forza del sindaco precedente, Ferdinando Allocca, era proprio questa: riconoscere la necessità di attorniarsi di persone competenti in grado di capire cosa sia la macchina amministrativa. Invece adesso, finite le elezioni regionali, bisognava mettere a posto un po’ di cose ma, con qualcuno che soffiava sul fuoco, si è finiti per arrivare al limite tant’è che l’amministrazione stava per concludersi. Abbiamo poi rivendicato il ruolo in sede di ripartenza – e non potevamo fare altrimenti – l’ho detto chiaro in consiglio comunale, ma anche stavolta non si è voluto ascoltare. Personalmente ho chiesto scusa alla città perché questo è un momento triste per Somma Vesuviana e noi, volenti o nolenti, siamo tra i responsabili. La crisi è finita per modo di dire, senza risolvere i problemi che si stanno infatti ripresentando. Manca un senso di responsabilità, mentre bisognerebbe andare avanti tutti insieme, non c’è un coordinamento tra consiglieri».

Nel documento che hai protocollato prima di annunciare il tuo passaggio all’opposizione fai riferimento a due questioni precise: la mancata realizzazione della seconda isola ecologica e la determina con la quale, senza bando di gara, si prorogava l’appalto per i servizi cimiteriali alla stessa ditta. Determina poi ritirata di recente.

«Due questioni non da poco, direi. Una seconda isola ecologica avrebbe rappresentato un investimento per il futuro, la scelta rispetto ai servizi cimiteriali era un errore marchiano anche senza entrare nella questione giuridica per la quale, secondo me, non c’erano nemmeno i presupposti. Quel che ci ha allontanati è la maniera di intendere la politica, siamo lontani, non mi sento di condividere certe scelte. Si può essere buoni, ma se poi si passa per fessi si è colpevoli esattamente come gli altri. Pur sentendosi parte di una squadra, arriva il momento in cui la dignità personale deve prendere il sopravvento».

Di cosa avrebbe bisogno, oggi, Somma Vesuviana?

«Di fermarsi, di ragionare su un programma politico incarnato soprattutto da uomini. La colpa di tanti danni non è della politica in sé ma di chi l’ha rappresentata. Occorrono persone che lavorino per la città. Sappiamo che Somma Vesuviana ha bisogno di un piano urbanistico o di un piano commerciale ma, innanzitutto, di persone giuste al posto giusto. Con la politica del compromesso e gli accordi al ribasso, a pagarne le conseguenze sarà la città. E naturalmente i cittadini. Per il momento stiamo tutti pagando quelle della fine prematura dell’amministrazione Allocca, non c’è stato il tempo di programmare, di costruire, dovendo fare una scelta in pochi mesi».

Le alternative a Piccolo c’erano. O no?

«Chiaramente Antonio Granato aveva già un’idea. Altri avversari avevano già pronto un programma e un’azione, quello della volta precedente. Ma è stato un caos politico. Io ripeto spesso che forse a Somma Vesuviana un anno di commissariamento non avrebbe fatto male, avrebbe dato il tempo per costruire. E so che Allocca stesso era preoccupato per questo. Lui morì di domenica, io lo avevo visto il venerdì precedente».

Cosa ti disse?

«Il suo timore per il futuro di Somma Vesuviana è stato evidente fino alla fine. Io andai a trovarlo insieme a Lello Angri, ci disse che teneva molto alla città pulita, che voleva tutto funzionasse per il meglio. Ripeteva che se avesse potuto avere il tempo per mettere a segno altre due o tre cose, poteva poi dire di aver fatto il suo dovere fino in fondo».

A tuo parere, l’amministrazione Piccolo può ancora cambiare rotta?

«Se la situazione rimane quella attuale, ritengo difficile si possa progettare per il futuro, programmare a lunga gittata. Forse si può tamponare qualche problema quotidiano ma nulla di più. Non ci sono i presupposti e forse nemmeno i numeri. Si può sopravvivere con accordi al ribasso. Ma sia chiaro, so bene che la posizione del sindaco Piccolo – che rispetto come persona e come professionista – è difficile».

Qualcosa di buono è stato fatto da quando Piccolo è al governo?

«Lui aveva, credo, ottime intenzioni, motivazioni positive, idee condivisibili. Ma la coalizione troppo eterogenea, le elezioni regionali di mezzo, l’inesperienza amministrativa e l’assenza di un supporto tecnico ha prodotto questo stallo. Immagino pure che ad un certo punto si sia ritrovato da solo e abbia dovuto fare, come dire, di necessità virtù e che sia passato troppo poco tempo per dare giudizi definitivi ma non vorrei essere nei suoi panni. Una cosa è essere un buon professionista, altra cosa è dirsi un buon amministratore».

Al momento, dunque, resti all’opposizione. Tu hai ambizioni politiche, la voglia di continuare?

«La politica per me è da sempre una passione. Anche in questi ultimi anni, che non ricorderò certo come entusiasmanti, posso comunque dire di essermi formato. La politica si può fare in tanti modi, il mio è un concetto puro, greco. Se non ci fossero aspirazioni, in tutti i campi, la vita non avrebbe senso. Ma prima ancora delle aspirazioni personali bisogna pensare ad un progetto e ad una squadra. Se potrò essere utile, ci sarò. In caso contrario, nessun problema. Se la scelta è la pseudopolitica vissuta in questo ultimo anno, la cosa non mi appassiona».

Oggi però tu non vivi a Somma, giusto?

«Ci vivo praticamente tutto il giorno, anche di sabato e domenica. Ma di sera torno ad Avellino dove vivo con la mia compagna, Marilisa, e suo figlio. Una scelta fatta anche per non sradicare il bambino che ha nove anni, va a scuola. Diciamo che ad Avellino dormo soltanto, la città mi piace ma non riusciamo a viverla molto. Lei è segretaria generale al Comune di Nola, io ho studio a Somma Vesuviana, di domenica c’è il pranzo da mia madre, di sabato capita di tornare per il lavoro, la politica, una festa, gli amici. In pratica sono sempre qui, vivo Somma Vesuviana nel quotidiano».

Com’è il rapporto con il bimbo della tua compagna?

«Ottimo, familiare, ci vogliamo molto bene. Sarà anche effetto della esperienza negativa vissuta nella mia infanzia e nell’adolescenza, ma oggi so che i figli sono quelli che cresci. Lo amo molto».

Quando non sei impegnato nella professione, nella politica, con la famiglia, cosa fai? Altre passioni?

«Il calcio è una di queste. Ho giocato, anche. Ma ora mi dedico principalmente al tennis. Sono tifoso, pur se adesso vado raramente allo stadio».

L’ultimo libro che hai letto?    

«” Il ventennio” di Gianfranco Fini. È uscito nel 2013 ma io l’ho letto qualche mese fa, ero curioso di rivivere, dal suo punto di vista, gli anni in cui ho cominciato io stesso a fare politica. Amo i libri che prendono spunto da realtà di cronaca, da fatti accaduti, in particolare se di storia contemporanea».

A tuo parere la storia, o meglio la destra, che giudizio avrà domani su Gianfranco Fini?

«Se parliamo dell’ultima fase del suo impegno politico non potrà che essere negativo. Ma un giudizio deve essere complessivo e lui è stato uno che ha saputo comprendere come la Destra andasse rinnovata. Ha capito che occorreva una svolta europeista tant’è che i risultati delle sue scelte furono all’epoca favolosi, con Alleanza Nazionale che arrivò a toccare il 15 per cento. Ma ogni volta che ha poi tentato di dare un’impronta diversa – non dico moderata ma quasi “democristiana” – il partito è crollato, come accadde alle Europee quando An si fuse con Segni sotto l’egida dell’Elefantino. Fini ha però pagato molto anche la presenza sulla scena politica di Berlusconi, credo che sia stato costretto alla fusione nel Pdl perché molti dei suoi cosiddetti “colonnelli” avevano già deciso».

L’ultimo film che hai visto al cinema?

«Quo vado di Checco Zalone ma è stata una scelta estemporanea, per l’orario di programmazione era l’unico utile. L’idea era quella di vedere lo spy movie di Spielberg, “Il ponte delle spie” con Tom Hanks. Anche per il cinema vale la stessa propensione che ho per le letture: mi piacciono i thriller se prendono spunto da fatti storici, realmente accaduti. Guardo molto anche le serie tv, trovo per esempio spettacolare House of Cards, ho rivisto una miriade di volte Romanzo Criminale e detesto i film di fantascienza».

Ami la storia, hai detto. I personaggi che ti hanno più interessato?

«Ho studiato con interesse tutti coloro che hanno segnato il ‘900, da Adolf Hitler a Benito Mussolini. Mi sono appassionato alle vicende di John Fitzgerald Kennedy e di Martin Luther King che hanno cambiato la storia del mondo. Se poi andiamo al Rinascimento, direi Niccolò Machiavelli».

Che peso ha il sentimento dell’amicizia nella tua vita?

«È un valore assoluto, è fondamentale. Sono a disposizione di coloro che considero amici, giorno e notte, magari vorrei che si facesse lo stesso per me. Non accetto quando si mette da parte questo valore importante in nome della politica, la trovo una scusa per chi fa solo i propri interessi. La politica è un’arte nobile, l’amicizia è un sentimento altrettanto nobile. Nessuna delle due cose si può strumentalizzare per interessi privati».

Il tuo rapporto con il denaro? Come lo spendi?

«Non sono spendaccione, sono cresciuto con una mamma impiegata e non certo in una famiglia ricca. Se posso, spendo per viaggi, ho girato l’Italia e un po’ di Europa».

Il luogo più bello che ricordi?

«Più che il luogo, pure bello come la Spagna, ricordo la compagnia piacevolissima di amici. I viaggi d’estate con ragazzi come Umberto Parisi e Gaetano Di Matteo».

Dov’è che invece vorresti andare?

«Mi piacerebbe un viaggio estremo. Nel deserto, al Polo Nord o al Polo Sud. In un paesaggio fatto tutto di sabbia o di ghiaccio, con emozioni uniche che credo nessun altro luogo possa offrire. Ma anche gli Stati Uniti o l’Australia sarebbero un’opzione».

C’è qualcosa che desideri, che vuoi assolutamente realizzare nella vita?

«In campo professionale mi piacerebbe realizzare qualcosa che possa essere utile a tutti, non parlo dei bisognosi ma proprio di tutti. Ho letto un libro bellissimo, “Il Segreto” di Rhonda Byrne, racconti reali di chi ha cambiato la propria vita in maniera profonda: ecco, vorrei creare qualcosa che possa aiutare tutti. Infine l’uomo vive per trovare la serenità e la serenità si trova nell’amore. Il segreto della vita è questo, amarla».

Come pensi sarai tra vent’anni?

«Mi immagino con una famiglia allargata, spero di avere un altro figlio anche se amo quello della mia compagna come se fosse mio. Ma lasciare un segno, una traccia nel mondo, mi piacerebbe. Credo sia un retaggio della maniera in cui ho vissuto: con mia madre, dopo il suo divorzio, siamo andati dai nonni. Ero il bimbo di casa, con cinque zii, una grande famiglia che vedo come un valore. Nella vita ho imparato che non bisogna mai dire mai: l’unica cosa importante è l’amore».

A proposito di amore, di recente a Somma Vesuviana ci sono state manifestazioni pro famiglia tradizionale delle Sentinelle In Piedi e contromanifestazioni cui ha partecipato l’Arcigay. Tu cosa pensi delle unioni civili e delle stepchild adotion contemplate dal disegno di legge Cirinnà?

«Credo che il diritto debba adeguarsi alla realtà sociale, oggi è impensabile non riconoscere i diritti a una coppia di fatto, che sia composta da uomo e donna, uomo e uomo o donna e donna. Le famiglie di fatto esistono, non si può far finta di non saperlo. Sulle adozioni ci andrei più cauto. Io oggi mi rendo conto di aver sofferto senza una figura paterna, da piccolo non ci facevo caso perché magari c’era il nonno o lo zio. Due maschi o due femmine potranno anche essere ottimi genitori, non c’è dubbio, ma sugli interessi dei minori credo ci sia ancora bisogno di discutere molto. È anche vero che tra vent’anni la società sarà talmente progredita che questo problema non lo avremo più ma, al momento, uno Stato che non riconosce i diritti di una coppia, sia pur gay, non è uno Stato. Ecco, discutiamo del resto: io mi sono trovato a svolgere un ruolo genitoriale con un bambino non nato da me e mi sono ritrovato delle caratteristiche che mai avrei pensato di avere. Dunque l’amore prevale su tutto ma bisogna stare attenti: è facile chiamare “fascista” chi non è d’accordo e rivendicare una libertà a 360 gradi quando quest’ultima incide sui diritti dei minori. Per il resto, due adulti consenzienti possono fare quel che più loro aggrada e vanno riconosciuti come coppia da uno Stato laico».

A livello nazionale, essendo tu con Fratelli d’Italia, immagino che se ti chiedessi quale politico ti rappresenta di più risponderesti Giorgia Meloni…

«Sì, la Meloni mi rappresenta abbastanza. Certo non amo quando Fratelli d’Italia rincorre su alcuni temi la Lega Nord, non mi piace la demagogia né il populismo. Non mi rispecchio nella linea politica quando, per esempio, si fanno lotte a prescindere contro gli immigrati».

Sei un «fratellino d’Italia» sui generis, direi. Quasi «moderato».

«No, sono per una Destra moderna e di governo. Lo dissi anche in un coordinamento provinciale dopo le elezioni: non possiamo fare un giorno gli uomini di governo e il giorno dopo atteggiarci a uomini di rivoluzione».

La immagini la Meloni alla Presidenza del Consiglio?

«Sì, può riuscirci. È giovane, preparata, ha alle spalle una gavetta politica necessaria. Per me non si può diventare sindaco e nemmeno parlamentare senza essere partiti dal basso, il male della politica di oggi è che molti deputati non hanno nemmeno la preparazione di un consigliere comunale».

Magari perché i partiti non considerano più fondamentale la formazione politica…

«È vero, un tempo si era preparati, si insegnava nelle sezioni politiche ad approcciare la pubblica amministrazione, a destreggiarsi tra delibere, determine, provvedimenti, si imparava lì come muoversi. Oggi i partiti nascono da sfaldamenti di altri partiti e in tanti non c’è senso di appartenenza. In consiglio comunale ogni consigliere sembra un partito a sé, non c’è linea se non personale. Così non va».

Torniamo un attimo alla politica locale di Somma Vesuviana: c’è qualche assessore nella giunta Piccolo che, a tuo parere, sta facendo un buon lavoro?

«Credo che in tanti si siano trovati spaesati, senza un supporto tecnico necessario o un interfaccia amministrativo che potesse indirizzarli verso una certa programmazione e azione, sulla strada giusta. Ma penso anche che, per esempio, Giovanni Salierno abbia lavorato bene. E che anche Gaetano Di Matteo si impegni moltissimo nel suo compito».

Anche se non ti piace il genere, facciamo una ipotesi fantascientifica: domattina ti svegli sindaco di Somma Vesuviana. Cosa faresti?

«Cercherei di normalizzare la città, di portarla a regime. Non grosse piazze o grosse opere ma fogne dove non ancora non ve ne sono, e nel 2016 non è accettabile. Partirei dalle piccole cose, sull’esempio di Rudolph Giuliani, il sindaco di New York che asseriva l’importanza della teoria “delle finestre rotte”, una teoria criminologica applicata appunto da Giuliani all’inizio degli anni’90. Se ogni giorno punissimo regolarmente chi imbratta i muri, rompe i vetri o getta una carta in terra, anche i reati più grandi diminuirebbero. Perciò non cose eclatanti ma quelle necessarie, accerchiandosi di persone competenti con il coraggio di puntare su giovani che possano dare molto alla città in termini di operatività, progettazione, idee, avendo una base amministrativa di supporto».

Per finire se potessi, dall’opposizione dove hai voluto collocarti, dare un consiglio spassionato al sindaco della tua città, Pasquale Piccolo, cosa vorresti dirgli?

«Vorrei dirgli di ragionare a mente fredda e capire quale sia il male minore per Somma Vesuviana. Di comprendere, senza farsi condizionare dall’orgoglio o dalla volontà di non darla vinta a qualcuno, se la situazione attuale possa davvero essere procrastinata a lungo senza conseguenze. Il rischio è che l’antipolitica possa averla vita e capisco che oggi il sindaco, essendo una persona di carattere, non voglia mollare ma dovrebbe essere consapevole che abbiamo sbagliato tutti. Le colpe di questo fallimento sono appunto di tutti, anche sue. Dovrebbe assumersene le responsabilità senza sventolare lo spauracchio di un eventuale commissariamento. Se è previsto dalla legge tanto negativo non è e questi continui conflitti, la tensione costante, non fanno bene a nessuno, meno ancora alla città».