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La politica, il lavoro, le passioni, l’impegno per i giovani, le letture e le scelte dell’attuale assessore alle politiche sociali e giovanili di Pollena Trocchia.

Ha 31 anni e una laurea in Scienze Motorie. La passione per la politica è arrivata presto, sui banchi di scuola. Capogruppo prima, assessore poi, Pasquale Fiorillo siede sugli scranni consiliari del Comune di Pollena Trocchia già da sette anni, tutti accanto al sindaco Francesco Pinto, anche lui tra i primi cittadini più giovani della Provincia di Napoli. Come prevede la parte più «goliardica» e originale di questa rubrica, alla fine dell’intervista troverete in allegato la sua carta astrale: lui appartiene al segno zodiacale dei Pesci, ha l’ascendente nel segno della Vergine.

Pasquale, sei nell’amministrazione cittadina di Pollena Trocchia da sette anni, eletto la prima volta quando ne avevi 24. Come nasce la tua passione per la politica?

«In maniera naturale, credo che sia innata come la necessità di bere o di mangiare. Ho cominciato a scuola, da rappresentante di classe, poi nel consiglio studentesco alle superiori, rappresentante di istituto, consigliere di Facoltà all’Università Parthenope. Il resto è venuto da sé, nel circolo di Azione Giovani a Pollena, nel Forum dei Giovani provinciale in rappresentanza del movimento giovanile di Alleanza Nazionale e poi la prima candidatura al consiglio comunale (189 voti) nel 2008, diventai capogruppo di maggioranza per la lista “Insieme per Costruire”. A cavallo di quelle elezioni cambiò anche lo scenario politico  perché nacque il Pdl, dunque diventai contestualmente presidente del movimento Giovane Italia. Nel 2013 sono stato rieletto con un risultato  che mi ha dato tanta soddisfazione, 482 preferenze. Il sindaco mi ha voluto in giunta con tre deleghe che rispecchiano il mio percorso di impegno politico».

Naturale è stata anche la scelta della parte politica?

«Io vengo da una famiglia di centro destra, quindi immagino di sì. Però nessuno dei miei familiari si era mai impegnato nella politica attiva ma non mi hanno mai ostacolato, è stata semplicemente una scelta, sì, naturale. Propensione ne ho sempre avuta, di recente frugavo tra alcuni documenti vecchi ed è spuntato fuori un volantino di protesta stilato quando frequentavo l’Istituto Tecnico Industriale a Pomigliano d’Arco. Una cosa che mi ha fatto ricordare le agitazioni scolastiche, le occupazioni, gli scioperi e come mio padre, commerciante e all’epoca impegnato anche nell’Ascom a Sant’Anastasia, venisse a incoraggiare e dare una mano a noi studenti. Eravamo insieme per degli obiettivi, studenti di destra o di sinistra, certo ci si guardava un po’ in cagnesco ma ci univano motivazioni condivise, al di là delle appartenenze».

Quando da bambino ti chiedevano cosa volevi fare da grande che rispondevi?

«Rispondevo che volevo giocare a Pallacanestro, una grande passione che ancora oggi mi porto dietro. Infatti lo scorso anno mi sono tesserato con una squadra di promozione e ho fatto qualche partita. Avevo dieci anni quando ho cominciato ad allenarmi e proprio in questi giorni un amico ha pubblicato sul mio profilo Facebook una fotografia delle finali regionali del 1997 che mi ha riportato con il pensiero a quegli anni».

Non sei diventato un giocatore professionista ma l’ambito in cui lavori ha molto a che fare con lo sport, no?

«Sì, diciamo che ho voluto scegliere, per le superiori, un percorso di studi finito per non precludermi alcuna possibilità ma poi ho preso una laurea in Scienze Motorie. Mi ha appassionato molto il campo della riabilitazione e ho un diploma in massofisioterapia: adesso sto aprendo un mio centro che si occuperà appunto di attività motorie e riabilitazione, a Pollena Trocchia».

C’è chi si accontenta di lavorare per vivere e chi ha la fortuna di farlo anche per passione. Tu?

«Il mio lavoro mi piace moltissimo, la passione non manca, è quel che voglio fare. Intorno c’è poi tanto altro perché la politica e l’impegno amministrativo occupano molto spazio nelle mie giornate.

Alleanza Nazionale, Pdl. Due partiti che non ci sono più. Ora chi ti convince nel panorama politico italiano?

«Credo che oggi, nel panorama politico nazionale, non ci sia un partito che convinca. Non solo me, ma gli italiani. Al momento sono e resto in una lista civica, è una fase delicata in cui ritengo si debba scegliere la persona, votare ad ogni elezione, che siano comunali o regionali, chi sarà presente nel percorso successivo, chi è attento alle esigenze e alle necessità del territorio».

Il popolo del centrodestra si sente orfano di chi possa davvero rappresentarlo?

«Orfano, di madre e di padre».

Non credi che manchi alla politica, rispetto alla componente giovanile, una formazione seria?

«Ritengo che una formazione seria manchi un po’ dovunque. Ma l’esperienza annuale di Atreju (ndr, prende il nome da Atreiu, protagonista del romanzo “La storia infinita” di Michael Ende, la manifestazione nata nel 1998, diventata la festa nazionale di Azione Giovani e poi proseguita: ha ospitato dibattiti ai quali hanno preso parte anche importanti esponenti della sinistra, da Bertinotti a Veltroni, invece il premier Renzi ha negato la sua presenza anche nel 2014 come aveva fatto già in precedenza) la manifestazione alla quale sono stato l’ultima volta nel 2013 è sicuramente un’occasione di riflessione ampia e costruttiva perché ospita momenti di dibattito e confronto non settario, libero, senza filtri, su diverse tematiche. Un’occasione di crescita politica e personale e la possibilità di potersi confrontare con giovani appassionati, innamorati della politica, in arrivo da ogni parte d’Italia».

Atreju è sicuramente occasione di militanza appassionata, ma non credi siano necessari veri e propri corsi di formazione per i giovani che vogliano affacciarsi alla politica?

«Senza dubbio e una decina d’anni fa, quando c’era Alleanza Nazionale, si faceva anche questo. Pochi giorni fa ho finalmente incorniciato il diploma del corso di formazione allora organizzato dal dipartimento del partito sulle amministrazioni locali. Anche quello ci dava le basi che un giovane, non avendo mai frequentato le istituzioni dall’interno, non poteva avere: la possibilità di capire i processi, la struttura stessa di un’amministrazione. Prima di iniziare l’esperienza in ambito comunale io, come tanti altri, avevo tanto da ridire sugli amministratori locali. Poi accade che ci sei dentro, che ti confronti  e ti scontri con la burocrazia, con le leggi, e ti rendi conto che non sempre gli obiettivi sono a portata di mano, che se non si raggiungono in tempi brevi non è per incapacità o menefreghismo bensì per le pastoie esistenti, per i processi complicati e gravosi.  La formazione è fondamentale, dovrebbero farla anche i cittadini che non si occupano di politica attiva, magari per capire – per dirne una – cosa è il Patto di Stabilità».

Qual è la cosa più importante di cui ti sei occupato in sette anni, da consigliere e assessore?

«Nella prima consiliatura è stato importante, in sé, proprio il ruolo di capogruppo. Sembrerà strano perché sembra una mera rappresentanza, invece ho capito da subito la rilevanza di trovare una sintesi rispetto agli indirizzi, la necessità di mediazione, del conciliare interessi che siano comuni. Di sicuro rivendico, di quel periodo, la proposta di costituire il Forum dei Giovani a Pollena Trocchia e di aver poi seguito tutto l’iter fino alla deliberazione del consiglio comunale e alla sua istituzione».

Il Forum dei Giovani, dieci componenti, è una realtà da febbraio 2013. Ma queste istituzioni, questi contenitori, servono davvero o sono utili solo alla politica?

«Non è assolutamente così, il Forum è uno strumento importante per i giovani che, al contrario di quanto accadeva in passato, si devono candidare ed essere eletti. Non sono semplicemente nominati, devono mettersi in gioco, arrivarci per merito. L’obiettivo è farli sentire, ed essere, protagonisti della vita istituzionale, culturale e sociale, spingerli a pungolare l’amministrazione con capacità di proposta. E lo fanno, ci confrontiamo, parliamo del bilancio comunale, lavoriamo in sinergia. Lo stanziamento di fondi per le attività del Forum è per esempio basato sul programma di una serie di attività che loro stessi hanno stilato. A giorni sarà presentata un’iniziativa destinata ad un’ampia fetta di giovani che vedrà coinvolti anche i commercianti: un accordo di collaborazione che il Comune ha raggiunto su input del Forum e che si concretizza nell’adozione della Carta Giovani in tandem con CTS, membro italiano della European Youth. La possibilità, per ragazzi fino ai 29 anni, è usufruire di sconti per istituti di formazione, strutture turistiche e attività commerciali, con una serie di attività previste nella convenzione che apriranno a giovani del territorio l’opportunità di partecipare a programmi europei».

Politiche Giovanili a Pollena. A che punto siete?

«Mi sono concentrato fin da subito sulle opportunità per i giovani e per la prima volta il Comune di Pollena è ora accreditato come Ente di servizio civile, cosa mai accaduta negli anni scorsi quando erano necessari accordi di collaborazione con enti privati. Oggi invece possiamo presentare, ogni anno, la nostra progettazione e selezionare un numero di giovani, compreso tra i 18 ed i 28 anni, che possa far esperienza di un anno  nell’Ente, il 16 aprile scade il termine per presentare la richiesta. Inoltre, al di là del Forum, ci sono stati e ci saranno momenti di dibattito sull’occupazione, eventi sportivi, un progetto di sportelli informativi e tutoraggio, educazione alla cittadinanza attiva. Nel programma Garanzia Giovani ci è stato finanziato un progetto per sei volontari sulla valorizzazione dei siti naturalistici che si chiama “Vesuvio nostro Bene Comune” poiché sul nostro territorio insiste una serie di siti di interesse, dai conetti vulcanici alla lapide di Donizetti, dalle griglie borboniche fino agli scavi archeologici. Non è finita qui perché di recente abbiamo sottoscritto e ci stata finanziata un’altra opportunità che ci consentirà di avviare tirocini formativi retribuiti della durata di sei mesi per altri sei giovani con profili professionali specifici: esperti legali, amministrativi, tecnici. Faranno esperienza ma avranno la possibilità, pur limitata, di guadagnare per il loro lavoro».

Pollena Trocchia è un paese per giovani o si è ancora indietro rispetto al passo che vorresti?

«Un paese per giovani lo sta diventando. Quando io ero ragazzino dovevo spostarmi a Sant’Anastasia o a San Sebastiano al Vesuvio, ora qualcosa finalmente si vede. Solo due esempi: prima che si insediasse l’amministrazione di cui faccio parte le strutture sportive erano fatiscenti e abbandonate, ora ce n’è una adiacente al municipio aperta tutti i giorni e tutto l’anno. Domenica scorsa abbiamo inaugurato la villa comunale di via Calabrese, oltre 4mila mq, con campetto polivalente, pista ciclabile e da jogging e dove all’interno ci sarà anche la sede del Forum dei Giovani. Di questo ha bisogno il paese, oltre che del coraggio delle imprese di investire sul territorio e alle quali noi dobbiamo garantire infrastrutture, senza trascurare i nostri punti forti, le bellezze storiche, naturali e architettoniche che possono aiutare ad incentivare il turismo».

Sul fronte delle politiche sociali, invece?

«Anche qui i servizi sono migliorati molto, sia dal punto di vista quantitativo che di qualità. Certo, paghiamo purtroppo lo scotto di una programmazione che non è più dei singoli Comuni ma di un ambito. Noi abbiamo quale capofila il Comune di Volla (ndr, l’ambito comprende i comuni di Volla, Pollena Trocchia, Cercola e Massa di Somma), sempre in crisi politica e oggi commissariato. Ed è per questo che alcuni servizi non sono ancora avviati, il nostro ufficio politiche sociali funziona, diciamo così, all’80 per cento delle possibilità. Nonostante ciò, è partita l’assistenza domiciliare integrata per anziani e disabili, l’assistenza specialistica nelle scuole, il segretariato sociale, l’educativa familiare per le nuove mamme con bimbi da 0 a 36 mesi che offre non un semplice servizio di baby sitter bensì l’opportunità di avere a casa educatrici in grado di consigliare anche le giovani madri, in pratica una sorta di Sos Tata professionale. In più, siamo impegnati sul fronte del contrasto alla povertà e abbiamo aderito al progetto “Condividere i bisogni per condividere la vita” con il Banco Alimentare Onlus Campania, iniziativa che consente di distribuire 100 pacchi alimentari al mese ad altrettante famiglie. Dunque assistenza mirata e continua, non assistenzialismo dei vecchi pacchi dono a Pasqua o Natale. Non nascondo che di fronte a certi disagi ci si sente spesso impotente, ma facciamo quanto nostra prerogativa e tentiamo di fare sempre meglio.

Nel prossimo consiglio comunale dovremmo deliberare in merito al regolamento per il fondo di solidarietà che fu istituito qualche anno or sono e distinto in due tranche: il fondo per i servizi e quello per l’acquisto di beni di prima necessità. Dopo questi anni di sperimentazione abbiamo voluto redigere un regolamento per evitare che a usufruirne fossero sempre le stesse persone e c’è stato un ottimo lavoro con la commissione consiliare competente e anche con esponenti di minoranza che hanno condiviso l’obiettivo: il regolamento ci darà la possibilità di intervenire subito in casi che necessitano di soluzioni veloci, come l’acquisto di un farmaco costoso o un servizio necessario per la vita quotidiana della persona. Tra le altre cose, inoltre, abbiamo approvato come ambito il progetto Home Care Premium, assistenza domiciliare destinata a dipendenti pubblici che hanno in casa soggetti anziani o disabili e che devono coniugare lavoro e necessità familiari».

Tua è anche la delega al Personale. Sono previste nuove assunzioni?

«Siamo di sicuro in carenza di organico ma la difficoltà è dovuta purtroppo a leggi sovracomunali. Qualche mese fa siamo riusciti ad assumere un’assistente sociale anche se a tempo determinato, ma era fondamentale. Stiamo studiando la legge di stabilità e i nuovi provvedimenti del Governo per capire se ci sia la possibilità di assumere, se così fosse abbiamo la capacità di programmare e, giacché mancano alcune figure, ne approfitteremmo subito».

Di cosa avrebbe bisogno il tuo paese? C’è qualcosa che avresti voluto ma non sei riuscito a fare in sette anni da amministratore?

«Quel che mi ero proposto sono riuscito a farlo, però mi fisso obiettivi tutti i giorni. Pollena Trocchia ha bisogno delle cose sulle quali stiamo lavorando da anni, come il decollo della zona industriale. E siamo a buon punto. Sarà strumento, volano, per le imprese e potrà offrire opportunità di lavoro. Perché ai cittadini occorre questo: poter programmare il proprio futuro, e solo il lavoro lo consente».

Se dovessi scegliere adesso, pensi ti candiderai ancora?

«Sì. Per chi ha una passione come la mia la politica è un dono o una dannazione, dipende dal punto di vista. Anche a prescindere da ruolo e incarichi».

Hai detto che al momento non c’è un partito che ti rappresenti. Ma cosa  vuol dire per te, oggi, essere un uomo di Destra, se ancora ti senti tale?

«Certo che mi sento di Destra. Non voglio certo apparire un nostalgico giacché ho una visione moderna e molto europea ma con valori precisi e immutabili come il senso di forte appartenenza al territorio, il senso della famiglia. I cittadini vogliono lavoro, sicurezza, giustizia. E vogliono sentire accanto lo Stato, uno stato in cui sai di poter tornare a casa tranquillo, senza trovare il rapinatore di turno».

Dice lo stesso anche Salvini.

«Non vuol dire che non sia giusto, nonostante lo dica Salvini del quale ovviamente non condivido i pensieri, diciamo così, sulle questioni territoriali».

Insomma, Famiglia, Patria e Sicurezza. Ma in un’ottica europea e moderna. Qual è il leader europeo che fa più presa su di te?

«Di Marine Le Pen condivido alcune posizioni. Non amavo invece Sarkozy perché ritengo che, insieme alla Merkel, abbia contribuito a relegare l’Italia in un ruolo marginale, basti pensare alla questione del mercato libico».

Qual è il problema più grande dell’Italia?

«Uno su tutti, la mancanza di lavoro. E l’incapacità a livello centrale di programmare investimenti che diventino volano di occupazione. Ci manca una seria programmazione industriale».

C’è una legge italiana che cambieresti?

«Questa è una nazione dove leggi cambiano prima che si abbia il tempo di adattarvisi. In questo momento c’è magari qualcuno che conta di andare in pensione tra due anni. Forse, tempo qualche mese, quei due anni diventeranno quattro. Io cambierei sicuramente il sistema previdenziale».

Fosse per te, saresti per l’elezione diretta del Capo dello Stato?

«Far scegliere direttamente i cittadini, dare alla carica un valore elettivo, aiuterebbe gli italiani a sentirsi parte delle istituzioni, sì».

La diversità, l’integrazione, sono valori importanti per te? Cosa pensi dei tanti immigrati che arrivano qui in cerca di un sogno?

«Veramente chi arriva oggi in Italia trova un incubo. Credo che molte di quelle persone su frotte di barconi sono diretti qui con la speranza poi di andare altrove, alcuni riescono, altri no. Una Nazione che non è in grado di assicurare lavoro, sicurezza e giustizia ai propri cittadini difficilmente riesce a farlo con altri. Per quanto ci sia un popolo accogliente e generoso il problema esiste perché se avessimo un sistema, in grado di tutelare e offrire giusti diritti alla persona, ciò si trasferirebbe su ciascun individuo poco importa se italiano, marocchino, francese o senegalese. Ma non c’è».

Tornando a questioni più vicine a noi, a maggio si vota per il consiglio regionale. Caldoro, De Luca o nessuno dei due?

«Non ho dubbi, senz’altro Caldoro. Lui ha fatto un lavoro forse poco percepito perché si è ritrovato a dover tappare i buchi lasciati dalla parte politica che De Luca rappresenta e che oggi lo sostiene. La Campania non ha più debiti nella Sanità ed è una cosa importante, anche se ha comportato scelte poco popolari quanto necessarie perché in caso contrario avremmo rischiato il default. Per me i cittadini devono dargli la possibilità di lavorare altri cinque anni per rilanciare la Sanità e fare altrettanto per i trasporti pubblici».

Che pensi di Beppe Grillo politico?

«In realtà speravo che dopo le elezioni accettasse una carica di governo, per vederlo all’opera. Il fenomeno Grillo lo hanno creato i media e sarà appunto un fenomeno. Nel Movimento 5 Stelle ci sono invece persone oneste e per bene che fanno spesso proposte interessanti, almeno da quando, in gran parte, hanno smesso di urlare come fa ancora il loro leader».

Da ex militante di An, per te in cosa ha sbagliato Gianfranco Fini?

«Non ha mica sbagliato solo Fini. Tutti i “colonnelli” dov’erano e cosa hanno fatto? L’errore c’è stato perché si è accettata una scelta calata dall’alto, lanciata dal predellino di un’auto. Qualcuno allora disse no, poi si è cambiato idea. La verità è che si è scelto di frammentare in un momento storico in cui l’Italia aveva invece bisogno di ridurre il quadro elefantiaco politico e partitico. An, chi allora ne faceva parte con ruoli di responsabilità, ha sbagliato ad abbandonare il mondo identitario dopo un già doloroso processo, ma necessario, cambiamento, quello di Fiuggi e all’epoca io ero un ragazzino. Se avesse proseguito sulla strada tracciata oggi potrebbe forse rappresentare al meglio le istanze italiane».

 Da buon conservatore, sia pure moderno ed europeo, quanto è importante la famiglia per te?

«Ha un ruolo fondamentale, la famiglia è “casa”. E c’è un momento che mi piace molto, quando siamo tutti insieme a tavola e parliamo, ci raccontiamo, chiediamo i consigli a mamma – che cucina benissimo – e papà. Anche con nonna Carmela, che vive sul nostro stesso pianerottolo. Lei non dà molti consigli ma dice la parola giusta al momento giusto».

Ed è questo l’esempio di famiglia che vorrai ricreare un domani?

«Assolutamente sì, una famiglia che si riunisce la domenica e passa del tempo insieme, anche con amici che si aggiungono».

Come ti vedi tra vent’anni e che padre pensi saresti?

«Mi vedo con i miei cinquant’anni portati bene e magari con un po’ di pancetta in meno. Cosa per cui dovrò cominciare a lavorare da ora visto il mio amore per la buona cucina. Per il resto, penso sarò un padre aperto, disponibile, spero punto di riferimento per i miei cari».

Cosa fai quando non sei al lavoro o preso da attività politiche e amministrative?

«Leggo, leggo molto. L’ultimo libro che ho letto, mi piace dirlo, l’ha scritto l’autore che hai intervistato prima di me, Antonio Menna. Ce n’è uno però che mi ha appassionato più di tutti, “L’inverno di Frankie Machine” di Don Winslow, un poliziesco. Mi piace molto anche Ken Follett e allo stesso tempo divoro opere di autori napoletani, da Maurizio De Giovanni a Pino Imperatore. Lì mi accade una cosa strana, è come se li leggessi con cadenza, con accento, napoletano. Mi viene così, non so perché, forse mi immedesimo talmente che è naturale».

Ti piace anche la musica napoletana?

«Se parliamo di autori come Pino Daniele e non dei neomelodici, sì».

Ami il cinema, il teatro?

«Sì, ho visto di recente al Bellini uno spettacolo che consiglierei a tutti coloro che vogliono fare un’esperienza diversa del teatro, molto partecipata: “Dignità autonome di prostituzione”. Gli attori sono praticamente alla mercé del pubblico con una formula che travalica i confini dello stesso teatro. Al cinema scelgo invece un genere particolare, sulla scia della saga “Il Signore degli Anelli”, per capirci».

Hai letto anche tutta la monumentale saga di Tolkien?

«Non completamente e non come avrei voluto. Però l’idea che il bene, sia pur più debole nelle forze e nei numeri possa vincere sul male e i suoi eserciti infiniti mi coinvolge molto».

Il bene non vince sempre.

«Realisticamente no, ma secondo me la vita è il miglior tribunale che esista».

Tu le hai incontrate persone cattive?

«Si, ancora le incontro. Abbastanza spesso, anche».

E se qualcuno si rivela cattivo con te, meglio perdonare o dimenticare?

«Tendo a dimenticare, ma dipende dalle circostanze. Se ci sono rapporti d’affetto difficilmente riesco a perdonare perché la cattiveria non è un errore. Si può sbagliare senza volere, se si fa del male pensandoci è diverso».

E tu hai mai fatto del male a qualcuno?

«Non so, non volontariamente».

Se dovessi descriverti con un solo aggettivo?

«Equilibrato».

Qual è il regalo più bello che hai ricevuto e quello che invece hai fatto?

«Quando mi sono laureato nel 2008, mio padre mi ha regalato Lara, un cucciolo di pastore tedesco che purtroppo adesso non è più con me. Per il regalo più bello che ho fatto non so, dovremmo chiedere a Rita, la mia fidanzata. Forse anche lei direbbe che quanto di più bello si possa regalare sono i momenti con le persone care, il sentirsi amato, il sapere che ci sono persone che ti vogliono bene».

Il luogo che ti piacerebbe visitare e il viaggio più bello che hai già fatto?

«Ne parlavamo proprio oggi con un amico: mi piacerebbe programmare un viaggio negli Stati Uniti per vedere una partita di Nba (ndr, National Basketball Association) visto che ci sono tanti italiani che giocano in quelle fila. Una città che mi è piaciuta molto è invece Parigi, anche se mi ha infastidito alquanto visitare il Louvre zeppo di opere italiane con miliardi di persone che fanno la fila dinanzi alla Gioconda. Me la sarei portata a casa».

C’è qualcosa che vorresti cambiare di te?

«Tendo ad aprirmi poco e difficilmente, anche con le persone care. Ecco, questo: vorrei parlare di più».

Se fossi un animale saresti un…?

«Sono indeciso. In realtà potrei essere un cane perché ci si può fidare. O forse un cavallo, per l’eleganza e perché se decide che non devi stargli più in groppa ti butta giù, schiena a terra».

Il personaggio storico che ammiri di più? Anche di storia recente, se vuoi.

«Giorgio Almirante. Non ho vissuto quel periodo ma ho visto i suoi interventi in video, ne ho ascoltato le parole e apprezzo quanto ho avuto modo di studiare. Per quanto possa sembrare anacronistico, apprezzo la sua capacità, unica, di tenere in piedi un mondo di Destra in anni difficilissimi».

La felicità esiste?

«Sì, basta poco per essere felici. La si trova nelle piccole cose, in un momento intimo, in un raro istante di relax. Esiste».

C’è un proverbio, una citazione, un motto che hai fatto tuo?

«L’uomo padrone di sé pone fine al dolore con la stessa facilità con la quale improvvisa una gioia. L’ha scritto Oscar Wilde, io condivido».

Se avessi la possibilità di passare un’ora a chiacchierare con qualsiasi persona al mondo, a tua scelta, chi vorresti incontrare?

«Barack Obama, vorrei sapere come ci si sente davvero a portare un peso come quello di guidare di Stati Uniti».

Per dirla con un autore che ti piace, cioè Tolkien: “Senza fede è colui che dice addio quando la strada è buia”. C’è qualcuno che ti ha abbandonato in momenti difficili?

«No, anzi. Ho sempre trovato persone che mi sono state vicine. Chi se ne va non ti è mai stato accanto davvero».

Fai conto di avere la possibilità di farti ascoltare da tutti i giovani italiani. Cosa diresti?

«Direi loro di non abbandonare la propria terra, di trovare dentro di sé il coraggio di restare, di combattere per migliorarla. Mi piacerebbe vedere quella voglia di ribellione  che non trovo più, quella mancanza di azione che fa accettare passivamente il fatto di non andare ad elezioni da tre governi, di avere un Governo non eletto dal popolo che fa quel che vuole pensando di cambiare l’Italia con un bonus di 80 euro e che poi ci invita a stare sereni. E non è per Renzi, lo direi chiunque fosse al suo posto. Direi ai giovani di farsi sentire, di scendere in piazza, di protestare civilmente rispetto ad un presente e ad un futuro che ci sono negati: chi ha la mia età non saprà mai cosa è una pensione perché ora non sa cosa è il lavoro. Non sapranno cos’è la certezza di un salario e, per inciso, io sono tra coloro che non credono al posto fisso perché è quell’idea che ha portato l’Italia a questo punto. Ogni tanto mio padre dice: “ora vedi che succede la rivoluzione”. Io gli rispondo che in Italia la rivoluzione non succede perché c’è troppo individualismo. Se uno risolve il suo problema non pensa più a quello di tutti. Se noi partiamo in cento da Pollena Trocchia, Campania, diretti a Roma per protestare, stai sicura che perdiamo pezzi su pezzi e arriviamo in cinque. Insomma, direi ai giovani di reagire».

Se dovessi scegliere uno slogan che sia adatto al tuo modo di fare politica?

«Quello che ho già utilizzato in passato va bene, “Avanti a testa alta”. Aggiungerei, magari, “senza timore”».

Se ti trovassi faccia a faccia con episodi di corruzione o malapolitica che faresti? Ti è mai accaduto che qualcuno sia venuto a proporti un “do ut des”, del tipo voti in cambio di qualcosa d’altro?

«Per fortuna non mi è mai capitato e sono certo che non potrebbe accadere nell’ambiente in cui mi ritrovo. Né mi sono state fatte offerte simili, del resto siamo in una realtà piccola e mi conoscono, sanno che avrei denunciato immediatamente ogni forma, anche trascurabile, di degenerazione della politica. Ed è una cosa bella la politica, ha un valore nobile e chi ci è dentro deve respingere qualsiasi fattore inquinante, mettersi al servizio di tutti, indistintamente».

C’è un numero che ha per te un significato, un valore particolare?

«Sì, il 17. Non sono superstizioso, evidentemente, e mi è caro perché è quello di una data attinente alla mia sfera personale. Non chiedermi quale perché non te lo dico a meno che tu non spenga il registratore».

Solo un’altra cosa, c’è un modo di dire che ti è proprio oppure un gesto che ti identifica, tipo marchio «Fiorillo»?

«Di recente mi hanno regalato un libro di Vittorio Sgarbi, si chiama “Le mani nei capelli”. Perché io faccio come lui, sono sempre a spostarmi il ciuffo dalla fronte».

Autore: Daniela Spadaro

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