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Psicologa, candidata sindaco a Sant’Anastasia alle amministrative 2014 per il Movimento 5 Stelle.

Ha 38 anni, vive a Sant’Anastasia fin da bambina, è sposata e mamma di due figli, è laureata in psicologia e si occupa del coordinamento di progetti sociali nell’hinterland della provincia di Napoli. L’unica esperienza da candidata, prima che fosse proposta dal Movimento 5 Stelle come sindaco di Sant’Anastasia alle amministrative del 2014, vinte poi dall’attuale primo cittadino Lello Abete, è stata nelle fila di Rifondazione Comunista, partito al quale però non si è mai iscritta.  Alle elezioni comunali, poco meno di due anni fa, Federica Marchioni – unica donna candidata sindaco contro quattro avversari (Lello Abete, Antonio De Simone, Paolo Esposito, Carmine Capuano) con alle spalle esperienze politiche pluriennali –  incassò 786 voti (4, 64%) con un’unica lista, quella del M5S (che riuscì a mettere in fila 658 elettori con quattordici candidati). Pochi per conquistare un seggio, abbastanza se si pensa che era tutta composta da giovani non legati a strutture di partito. Il Movimento 5 Stelle era comunque attivo sul territorio dal 2012 e da gennaio 2014 aveva promosso vari incontri in diverse zone della città, sempre tenendo ben presente il mantra «Ognuno vale uno», scrivendo poi il programma con il quale si presentò la Marchioni per la massima carica di Palazzo Siano dopo aver ascoltato i cittadini. L’esito di quella competizione elettorale sembrava già scritto dal principio ma la candidata grillina non si lasciò trascinare in polemiche, sfruttando ogni singolo incontro e confronto per portare avanti le idee contenute nel programma: rendere la trasparenza amministrativa una pratica effettiva, redigere un bilancio partecipato, attivare i referendum comunali, lottare contro gli sprechi, semplificare le procedure, introdurre un question time periodico con cui i cittadini possano fare domande e ottenere risposte da sindaco e amministratori anche durante le sedute pubbliche, istituire la diretta streaming non solo per i consigli comunali ma anche per le giunte, le commissioni consiliari, i concorsi pubblici e le gare d’appalto, creare sportelli virtuali dedicati all’informazione dei cittadini, favorire la realizzazione o il recupero di parchi arborei e floreali o di oasi naturalistiche nel cuore del Parco Vesuvio, organizzare mercati agricoli a km0, ridurre le imposte per le imprese e la tassa sui rifiuti per i cittadini virtuosi, sperimentare forme di credito municipale, prevedere uno sportello antiracket e antiusura, incentivare nuove imprese nel settore della green economy, vietare la coltivazione di organismi geneticamente modificati sul territorio comunale, installare pannelli solari o impianti geotermici sugli edifici pubblici, pensare a forme di reddito di cittadinanza come ad esempio la distribuzione di buoni spesa per disoccupati o famiglie meno abbienti, ristrutturare la biblioteca comunale, assegnare premi a studenti meritevoli, ristrutturare gli edifici scolastici su tutto il territorio e molto altro.

Federica, senti Sant’Anastasia come la tua città?

«Assolutamente sì, vivo qui fin da quando avevo nove anni. Sono e mi sento anastasiana anche se per molti non è così quando non puoi declinare un albero genealogico composto da avi locali. Ancora mi chiedono: “A chi appartieni?”. Sant’Anastasia è la mia città, prima ho abitato a San Sebastiano, finché i miei non hanno preso casa a Madonna dell’Arco. Mio padre, Ferdinando, era originario di Napoli, si trasferì a Portici fin da ragazzino e lì ha poi svolto la sua professione, faceva il dentista. Mia madre Liliana invece è di San Giorgio a Cremano, ora abita qui anche lei».

Il tuo primo ricordo di bambina?

«Non ne ho di particolari ma di certo ricordo di essere sempre stata in compagnia di tanti amici. Sono figlia unica e non mi piace star da sola. Ancora oggi è così, casa mia è frequentatissima».

Che studi hai fatto?

«Ho frequentato il Liceo Classico al “Padre Gregorio Rocco”, dai padri Domenicani. Poi ho scelto la facoltà di Psicologia, i primi anni a Roma poi a Santa Maria Capua Vetere. Una materia che mi ha sempre affascinato, ho scelto quella strada con convinzione».

Una strada che di solito si intraprende quando si vogliono capire le altre persone o sé stessi. Tu?

«Infatti i miei professori dicevano che si scelgono gli studi di Psicologia quando si vuole capire prima sé stesso e poi tutti gli altri, è così».

Sei riuscita in entrambi o anche in uno solo degli intenti?

«Chissà, dico sempre che ciascuno di noi fa tanto per chiudere tutte le “scatole” e poi alla fine vuole sempre aprirle».

Sei sposata, hai due figli. Mi parli della tua famiglia?

«Ho conosciuto mio marito Mario ad un corso di yoga, a Napoli. Lui abitava a Sant’Agnello e quel corso l’ha frequentato poco più di una settimana, il tempo di conoscerci. Siamo sposati dal 2008, lui lavora in un consorzio di cooperative sociali. Abbiamo due bambini di 9 e 6 anni, Liliana e Luigi Ferdinando, un nome un po’ borbonico quello di mio figlio…».

Il nome dei nonni?

«Sì, come i due nonni, materno e paterno, scelti anche per dargli identità, carattere».

Dopo la laurea non hai optato per la libera professione. In che consiste il tuo lavoro?

«Coordino operatori su più progetti sociali, dipende dai bandi. Lavoriamo con l’Igiene Mentale o ci occupiamo di supportare psicologicamente bambini, donne, famiglie. Il progetto “Reinventando Forcella” per esempio, del quale mi sono occupata qualche anno fa nell’omonimo quartiere napoletano, tenendo corsi di educazione sessuale a ragazzi e ragazze di scuole medie e superiori o stando accanto alle famiglie di detenuti».

Ti piace la tua professione, ti emoziona ancora?

 «Mi piace molto, quel che mi lascia sempre un po’ sconfortata è il degrado, il vedere famiglie che vivono alla giornata, minori che subiscono abusi o vivono in promiscuità. Sono situazioni che si vedono ovunque però mentre a Napoli i territori come Scampia o Forcella sono sempre sotto i riflettori, supportati dal lavoro quotidiano di tante associazioni, nei paesi della provincia le situazioni sono le stesse e meno evidenti. Ho lavorato ad Acerra, a Portici, a San Giorgio a Cremano, a Pollena Trocchia, a Pomigliano d’Arco e il degrado sociale esiste anche se è meno visibile che in città».

A Sant’Anastasia non hai mai lavorato?

 «Qui non ci sono centri diurni per pazienti psichiatrici, anche se ne occorrerebbe uno per comprensorio e facilmente raggiungibile da tutti. Ci sono tantissimi ragazzi che stanno male e avrebbero bisogno di sostegno però se devono raggiungere i paesi vicini, Pollena Trocchia o Pomigliano d’Arco, con la circumvesuviana magari, tutto diventa più complicato».

Il progetto al quale hai lavorato e che più ti ha colpito?

 «Credo sia proprio “Reinventando Forcella”, insegnare educazione sessuale nelle scuole. In quei territori le ragazze hanno le prime gravidanze a 16 anni, come era accaduto alle mamme. Il loro obiettivo è uno: sposarsi e avere figli. Ho avuto a che fare con quasi cinquecento ragazzi e quando chiedevo loro cosa avrebbero voluto fare da grandi mi rispondevano tutti allo stesso modo: le ragazze volevano avere marito e figli, magari un lavoro da commessa, estetista, parrucchiera, nessuna aspirava a studiare o ad una professione indipendente. I ragazzi volevano fare il calciatore. Tra i cinquecento che ho visto solo uno rispose: “voglio fare il poliziotto”».

Come reagivano alle lezioni di educazione sessuale?

«Benissimo, arrivavano anche da altre classi. Io preparavo una scatola, un’urna dove tutti potevano infilare bigliettini con domande alle quali avrei risposto la volta successiva. Erano tutti molto confusi, senza alcuna conoscenza del proprio corpo. Conservo ancora tutto, prima o poi mi deciderò a raccogliere il tutto in una pubblicazione, credo che sarebbe sul genere di “Io speriamo che me la cavo”».

Cos’è che ti chiedevano, fai un esempio?

«Davvero di tutto, per esempio se fosse possibile rimanere incinta con un rapporto sessuale in una vasca da bagno. Ma io mi occupo anche di evasione scolastica, ho a che fare con le assistenti sociali che seguono i ragazzini segnalati dalle scuole. Quelli che proprio non hanno alcuna intenzione di andarci. E mi arrabbio perché se mi segnalano un caso di evasione scolastica e con gli operatori facciamo di tutto per convincerlo ad andare a scuola o tornarci, capita poi che la scuola lo sospenda per le assenze. In pratica, così facendo, l’evasione si agevola più che combatterla».

La politica che parte ha avuto e che ruolo ha nella tua vita?

«La politica è il quotidiano. Tutti facciamo politica anche se molti non se ne rendono conto. Politica è interessarsi della situazione scolastica dei propri figli, delle tasse da pagare ritrovandosi in un paese sporco e malservito, battersi perché i ragazzi abbiano una mensa funzionante o la possibilità di fare sport. Pochi giorni fa parlavo con una mamma, discutevamo la situazione della scuola di via Sodani affrontata nell’ultimo consiglio comunale (ndr, la scuola di Sodani è stata individuata dall’amministrazione per ospitare la caserma dell’Arma e gli alunni dovrebbero essere trasferiti al plesso Portali). Ebbene questa mamma che pur conosceva bene la situazione disse: “Ma io non ne capisco di politica”. Io le risposi che questa è politica. Fare il proprio dovere rivendicando i propri diritti è politica».

Quando l’hai capito? Eri una adolescente che potremmo dire «di sinistra»?

«Sì, si potrebbe dire così. Una tessera di partito non l’ho mai avuta ma quando avevo diciotto anni presi a frequentare per un po’ di tempo la sezione di Rifondazione Comunista, mi candidai anche. Ma ho sempre avuto idee mie, non sono una che ripeteva semplicemente o supinamente ciò che sentiva nel partito, mai stata così. Credevo che la scelta di stare a sinistra fosse un modo per tutelare le minoranze, per portare avanti i diritti dei più deboli, le idee paritarie».

Un’idea un po’ anni ’70. O no?

«Tendenzialmente mi sento ancora di sinistra, quelle idee mi piacevano. Però forse non esistono nemmeno più in politica. In ogni caso quella con Rifondazione è stata la prima ed unica volta da candidata al consiglio comunale».

A parte interessarti dei problemi quotidiani della comunità, seguivi la politica del Palazzo a quei tempi?

«Sì, abbastanza. Ero giovanissima e frequentavo un liceo parificato. Tentammo anche di occupare la scuola un giorno mentre le suore ci correvano dietro. Seguivo le vicende locali, poi me ne sono un po’ allontanata».

Vivi a Sant’Anastasia da bambina. Com’è cambiato il paese da allora?

«È cambiato molto, una differenza dovuta anche ai tempi. Da ragazzina ricordo che le strade erano piene, frequentate, vive. Il sabato sera via D’Auria era affollatissima, nella città si respirava gioventù. Ora si sta meno in strada e più sui cellulari. Ma c’è di sicuro anche molto di responsabilità politica, perché gli adolescenti, i giovani, a Napoli e nei paesi limitrofi in strada ci stanno. Magari con il naso sugli smartphone, ma ci sono. I tempi sono cambiati, non si è fatto nulla per offrire qualcosa e i ragazzi vanno altrove».

Cos’è che manca a Sant’Anastasia?

«Non c’è sinergia, non si ascolta, non ci si chiede nemmeno cos’è che manca».

Tu te lo sei chiesto?

«Molte volte. Abbiamo per esempio una bella villa comunale: perché non tentare di coinvolgere i giovani, chiedere loro che musica ascoltano, organizzare concerti, dare la possibilità a gruppi emergenti di esibirsi? Perché non andare nelle scuole, ascoltare i ragazzi, capire cosa vorrebbero e lavorare in questo senso sul territorio?».

Alle ultime amministrative sei stata la candidata sindaco del Movimento 5 Stelle. Una spiaggia alla quale sei approdata perché i partiti esistenti nel panorama politico nazionale non ti si confacevano più?

«Io ho aderito da subito al Movimento 5 Stelle e ancor prima seguivo Beppe Grillo, andavo ai suoi spettacoli, lo ascoltavo dire cose vere, importanti sotto forma di satira sana e intelligente».

Quanti sono gli attivisti del Movimento a Sant’Anastasia?

«Il gruppo di base è di circa quindici persone, ovviamente in campagna elettorale eravamo molti di più».

Perché sei stata scelta tu a rappresentare il M5S come candidata sindaco?

«Perché mi hanno votato».

Com’è organizzato il Movimento sul territorio?

«Intanto ciascuno parla per sé, noi non siamo il Movimento 5 Stelle Sant’Anastasia, non abbiamo il simbolo. Dunque quando parlo lo faccio come Federica, non per il Movimento».

Perché non avete il simbolo?

«Perché si può usare il simbolo nel momento in cui si ha un consigliere, io l’ho avuto in “affidamento” da candidata sindaco. Nel momento in cui finisce la campagna elettorale non si può più utilizzarlo».

Hai detto che seguivi già Grillo. Ma a parte la sua satira, le sue denunce, perché hai scelto il M5S?

«Perché credo nei valori e nelle regole che ci siamo dati, perché da destra a sinistra non esiste più alcuna linea politica che rispecchi idee sane, perché c’è solo un clientelismo imperante, un accaparrarsi poltrone, i politici non fanno più il bene comune».

Il Movimento 5 Stelle invece sì?

«Sì».

Ti sei ritrovata, da candidato sindaco alle ultime amministrative del 2014, avversaria di esponenti della politica locale di lungo corso: Antonio De Simone, Paolo Esposito, Carmine Capuano e Lello Abete poi eletto primo cittadino. Com’è stata quell’esperienza?

«Secondo me un successo. Innanzitutto ci è un po’ piombata addosso, non eravamo preparati ad affrontare una campagna elettorale e il commissariamento ci ha preso alla sprovvista. Pensavamo di avere qualche anno davanti a noi, non cinque soli mesi per organizzarci. Era una lista di giovani, di persone che ci credevano. Io ero emozionata, non mi sentivo all’altezza, non ero così convinta di poter affrontare tutto. Sai, tutti provano a farti credere che per fare il sindaco devi essere dotata di chissà quale scienza, ma poi ho ascoltato gli avversari…e ho acquistato sicurezza».

In quella campagna elettorale ci furono anche un bel po’ di confronti tra voi cinque… cosa ti colpì di più dei tuoi avversari, in negativo o in positivo?

«Vuoi proprio farmene parlare male?».

Non necessariamente, dipende da quel che pensi…

«Infatti devo ringraziarli perché sentendoli parlare ho capito di essere più che adeguata al ruolo. Ricordo un incontro alla scuola “Elsa Morante” con bambini, ragazzini delle medie. Loro rispondevano alle domande con termini tecnici, in politichese e io osservavo le facce stupite dei bimbi. Uno di loro disse che, non abitando in Svizzera, alcune cose non si potevano né chiedere né ottenere. Ecco, questa è una risposta che non si dovrebbe dare mai, né a un bambino né ad un adulto».

Speravate di prendere almeno un seggio in Consiglio comunale?

«Sapevamo che era difficile, nelle amministrative non avere candidati di famiglie importanti gioca parecchio. Sapevo che non mi conoscevano in tanti, ecco perché quel risultato in soli cinque mesi è davvero un successo».

Ti aspettavi la vittoria di Lello Abete?

«Direi fosse quasi scontata».

Al ballottaggio avete dato libertà di voto agli elettori. Tu cosa hai fatto, se posso chiederlo?

«Mi sono astenuta. Non potevo scegliere né Abete né De Simone. Nessuno dei due avrebbe potuto rappresentare né me né le mie idee».

Torno un attimo sulla questione del simbolo M5S che voi sul territorio, non avendo un consigliere, non potete utilizzare. Questo non vi impedisce anche un po’ di far politica, di essere quantomeno riconoscibili come gruppo? Di fare anche opposizione magari, pur non essendo in assise?

«Non c’è bisogno di un simbolo per fare tutto quel che hai appena detto. Sanno chi siamo, a prescindere».

Sanno chi siete perché sei stata candidata con un simbolo, perché magari alle amministrative o alle regionali i vostri parlamentari e consiglieri regionali vi sono stati a fianco sul territorio. Ma quando non ci sono le elezioni? Hai preso 786 voti, se pensi a ciascuno come ad una persona e metti tutte in fila sono tanti. Non credi che quei 786 elettori vorrebbero vederti, vedervi, portare avanti le tue idee in un percorso?

«Ma lo facciamo, questo percorso. Abbiamo per esempio portato avanti le nostre idee insieme ad altre associazioni nell’iniziativa Slotmob, una campagna di sensibilizzazione promossa per combattere il problema del gioco d’azzardo legalizzato in Italia. Con un’idea di fondo: quella di premiare i locali, i bar, che hanno scelto di rinunciare alle slot machine. Io e tutti gli attivisti facciamo politica ogni giorno a prescindere dal simbolo, discutendo con le persone, con i genitori a scuola, quando facciamo la spesa e controlliamo la provenienza del prodotto. Siamo presenti, io stessa seguo i consigli comunali, ho avuto diversi incontri con sindaco e amministratori portando varie proposte alle quali però non si è avuto seguito».

Quali proposte?

«Ho incontrato più volte il sindaco, sollecitando l’adesione all’iniziativa Decoro Urbano. Un’applicazione interattiva per smartphone e tablet attraverso la quale i cittadini possano denunciare in tempo reale tutto ciò che non va sul territorio. Hanno preferito varare una App inutile del Comune di Sant’Anastasia che non fa altro che dirottare gli utenti sul sito web ufficiale dell’amministrazione e praticamente non serve a nulla. Decoro Urbano sarebbe tra l’altro a costo zero per il Comune, potrebbe veicolare le istanze e le denunce dei cittadini nell’immediatezza, seguire l’iter degli interventi. Non capisco davvero perché si temporeggi».

Dal 2014 sono passati quasi due anni. Cos’è che non va e cosa è stato fatto di buono?

«Potrei partire dalla villa comunale Tortora Brayda, dal Boschetto. Abbiamo un parco meraviglioso ma completamente abbandonato, con rifiuti ed erbacce, senza alcuna cura. Il discorso delle slot machine è rimasto lettera morta: dopo quell’iniziativa abbiamo comunque incontrato il sindaco, gli abbiamo fatto presente che a pochi metri da una scuola, in Corso Umberto I, c’è un’attività dove ci sono le slot machine quando era stato promesso che si sarebbe tentato di evitare altri esercizi simili. Si può fare, in molte città lo fanno tenendo presente l’offerta rispetto alla densità di popolazione. Qui no, sorgono costantemente come funghi. Sul fronte delle politiche sociali è lo stesso: va bene organizzare la settimana del benessere psicologico ma per le altre 51 settimane dell’anno che si fa? Bisogna intervenire sul territorio».

Come?

«Bisogna farlo insieme, confrontarsi, creare le condizioni».

Sì, ma tu cosa faresti?

«Comincerei dalla scuola, è quello l’anello fondamentale. Con progetti sul bullismo, con sostegno psicologico, con iniziative che durino tutto l’anno. I convegni da soli non servono a nulla se non ci si pongono obiettivi e si costruisce un percorso basato su uno studio serio del territorio».

Sul fronte della cultura?

«Io non vedo nulla, non mi arriva nulla. Se pure si stesse facendo qualcosa vuol dire che non lo si comunica bene. Ho sentito che si è fatto il Presepe Vivente a Natale. Ci può stare, ma poi?».

Ci sarà stata qualche iniziativa che hai apprezzato, in quasi due anni…

«Io vedo solo un’amministrazione immobile che vivacchia alla giornata e perde continuamente pezzi. Nell’ultimo consiglio comunale ho visto litigi nella stessa maggioranza e un’opposizione silente. Mi guardo in giro e vedo un cantiere fermo per i marciapiedi a Madonna dell’Arco, la periferie di via Pomigliano e della Starza completamente in abbandono».

Hai cominciato ad interessarti di politica da giovanissima, avrai quindi visto avvicendarsi vari sindaci: Enzo Iervolino, Carmine Pone, Carmine Esposito, Lello Abete. Di queste amministrazioni cosa ricordi in positivo o in negativo?

«Io ti dirò quel che non ho mai visto in nessun caso, quello che vorrei: un’amministrazione veramente trasparente, aperta, che coinvolga, che dia la possibilità ai cittadini di far sentire la propria voce, magari con referendum comunali».

I cittadini vanno a votare per scegliere chi li rappresenti. In caso contrario basterebbero i funzionari, i burocrati, non credi?

«Alle amministrative i cittadini votano essenzialmente perché in lista hanno cugini, parenti, amici. Finché sarà così gli eletti non si faranno mai carico dei veri interessi di chi li ha votati. Oggi indire referendum comunali, con le nuove tecnologie digitali, non costerebbe praticamente nulla».

Il voto, «inquinato» o meno dalle parentele come dici tu, è una scelta. Dunque quel che c’è lo hanno voluto i cittadini.

«Lo ha voluto la politica come la intende la maggior parte dei politici, loro vogliono che i cittadini si allontanino. Non è così, non deve essere così».

Se fossi stata eletta sindaco come avresti composto la tua giunta e a quali scelte avresti dato priorità?

«La giunta l’avrei scelta sicuramente per competenze, non certo per i voti. Qui uno prende seicento voti e va a fare il presidente del consiglio, duecento e diventa assessore. Non funziona così, il risultato è ritrovarsi con persone in cariche importanti senza che ne abbiano la competenza. Noi avremmo esaminato i curricula e soltanto per meritocrazia sarebbe stata fatta la scelta degli amministratori. Quanto alle priorità, di certo al primo posto avrei messo la sicurezza degli edifici scolastici, la promozione delle eccellenze del territorio, gli incentivi al turismo. A Madonna dell’Arco abbiamo un Santuario importantissimo e nessun punto di informazione turistica, tutt’intorno c’è il vuoto: cos’ha fatto finora la politica?».

Hai intenzione di continuare, di candidarti ancora?

«Di continuare a far politica attiva di sicuro. Di candidarmi non so, e non è importante che sia io o un altro».

I vostri rappresentanti nazionali e regionali del M5S vi stanno accanto?

«Molto e sempre, tutti i giorni. Il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, è persona in gamba e capace, sta facendo un ottimo lavoro. Anche con i nostri consiglieri regionali abbiamo continui rapporti, sono un riferimento. Ed è con loro, con Valeria Ciarambino e gli altri consiglieri, che ci incontreremo presto per parlare di servizi Asl importantissimi spostati. Ho sentito varie discussioni sull’ambulanza del 118 con o senza medico ma nessuno ha tenuto presente che è stata spostata la Farmacia. Sono servizi che andrebbero mantenuti con i denti e invece Sant’Anastasia se li è fatti scippare: ora la Farmacia è a Cercola e ci sono persone anziane per cui è complicatissimo raggiungerla se non hanno l’auto. Chiederemo ai nostri rappresentanti di promuovere azioni in merito».

Le prime pagine dei giornali, negli ultimi tempi, come i Tg e i vari talkshow, hanno dato ampio spazio alla vicenda di Quarto che riguarda da vicino il M5S. Mi dici cosa ne pensi tu?

«La situazione di Quarto la conoscono tutti, perché non parliamo di esponenti Pd indagati o condannati tutti i giorni»?

Questa è una domanda che farei se tu fossi del Pd. Troppo facile per te, parliamo di Quarto: cosa hai pensato quando al sindaco Rosa Capuozzo è stato chiesto di dimettersi (ndr, ieri 9 febbraio 2016 il sindaco di Quarto ha ritirato le dimissioni)? E poi di indagati e condannati non mi pare ve ne siano solo nel Pd.

«Sono stata d’accordo con le idee del M5S, le dimissioni sarebbero state d’obbligo perché il voto era inquinato. Se chiediamo le dimissioni del Ministro Boschi o di tutti gli indagati è giusto che anche chi viene eletto sotto il nostro simbolo faccia un passo indietro».

Ma questo voler fare i moralizzatori della politica a tutti i costi non credi che poi vi si ritorca contro al minimo errore, coinvolgendo anche chi era in buona fede? O pensi davvero che la bandiera dell’onestà e della trasparenza sia ormai esclusiva del M5S?

«Noi non vogliamo moralizzare la politica ma pulirla. Oggi è una possibilità per tanti di poter fare solo i propri affari, di sistemare dirigenti che rispondono a chi li ha messi in un dato posto. Gridare all’onestà non dovrebbe essere considerata voglia di moralismo ma cosa normale. E poi essere onesti non basta, bisogna anche essere capaci. Invece oggi ho la sensazione che dire, per esempio di un sindaco qualsiasi “è una brava persona”, sia sufficiente per molti. Non si può crederci davvero».

Mi dici cosa dovrebbe fare per te un sindaco onesto e capace?

«Un sindaco viene eletto con un programma, sulla base di promesse ed obiettivi. Se fa una promessa e non è poi in grado di mantenerla deve fare un passo indietro».

Non ti chiedo quale politico ammiri di più a livello nazionale, mi hai praticamente già risposto. Vorrei chiederti, invece, di chi non riesci proprio a condividere le idee.

«Di ogni singolo esponente del Pd, a livello locale come nazionale».

Qualsiasi esponente del Pd più ancora, per esempio, di Matteo Salvini?

«Sì, lui è un qualunquista, ci marcia, è populista, lo si ascolta e magari ci si fa anche una risata. Ha un suo perché. Quel che non sopporto è la pretesa di sembrare onesti, puliti, e poi non comportarsi di conseguenza».

Qual è l’ultimo libro che hai letto?

«Sto leggendo “Storia di un nuovo cognome” di Elena Ferrante».

Perché ti piace il genere o perché ti affascina non sapere chi sia in realtà l’autrice che usa uno pseudonimo?

«In realtà mi era piaciuto molto “L’amica geniale”, il primo della serie, consigliato da un gruppo di amiche del quale faccio parte. Ci incontriamo ogni mese, discutiamo e scegliamo un libro di cui parliamo poi la volta successiva. Ciascuna di noi propone un titolo e ogni volta si ricomincia».

Molto bello, sarebbe un’idea organizzare incontri simili in una biblioteca comunale ma…

«Ma anche prima dei lavori attualmente in corso non era comunque adeguata. Non mi preoccupa la struttura in sé bensì quel che poi ci sarà all’interno. Si dovrebbe interagire con le scuole, organizzare un sistema di prestiti, coinvolgere, chiamare le case editrici…».

Mi hai detto cosa stai leggendo, ma se ti chiedo qual è il libro che più ti ha coinvolto?

«Più di uno. Ho amato “L’Isola di Arturo” di Elsa Morante come “Mille splendidi soli” di Khaled Hosseini».

Da madre, stai attenta a quel che i tuoi figli leggono o guardano in tv?

«Certo, magari li consiglio dopo un sabato trascorso alla Feltrinelli, li guido e sto attenta alla scelta dei programmi tv o comunque, se mi fanno domande, ne parliamo insieme. Di recente abbiamo guardato “Inside Out”».

In quel film ogni personaggio – creato attraverso consulti con psicologi – rappresenta un’emozione ed ha un aspetto specifico. Gioia è una stella, Disgusto un broccolo e così via…ti è piaciuto? E intanto, come affronti l’argomento «pericoli da social network» con i tuoi figli?

«Sì, mi è piaciuto, i film d’animazione possono essere istruttivi. Per i social network ancora non ho problemi con i ragazzi, a loro al momento non interessano, perciò non mi sono posta la questione. Preferisco portarli a visitare un museo».

Quale?

«Di recente siamo stati al MuSe, il Museo delle Scienze di Trento, realizzato da Renzo Piano. È davvero bellissimo e mi ha fatto pensare che molti dei reperti esposti, soprattutto gli esemplari animali, esotici ed italiani, li possiamo vedere anche a Napoli, al Museo Zoologico purtroppo poco valorizzato. Per i ragazzi è importante la conoscenza, fin da piccolissimi».

A proposito di quel è che è meglio per i bambini: tu cosa pensi del disegno di legge Cirinnà e della discussione sui matrimoni e le adozioni per coppie omosessuali?

«Che è importante abbiano gli stessi diritti delle coppie etero».

Lo dici da donna o da psicologa?

«Da donna e da psicologa, ho visto tanti bambini in situazioni degradate e che avrebbero solo bisogno di un po’ d’amore. Che glielo offrano due uomini o due donne non conta».

Come vorresti che fosse il tuo paese, Sant’Anastasia, per i tuoi figli quando saranno adolescenti?

«Vivibile. Ora non offre nulla, non c’è alcun posto dove degli adolescenti possano stare».

Cosa significa per te la parola «democrazia»?

«La possibilità di dare a chiunque una voce e una scelta. Se c’è un gruppo di venti persone che votano qualcosa con la maggioranza di quindici, io mi pongo sempre il problema delle altre cinque».

Se ognuno vale uno…e tutti la pensano in maniera diversa che succede?

«Sono certa che tutti e venti possano arrivare ad una scelta condivisa, si può fare».

Come ti vedi tra vent’anni, c’è qualcosa che vorresti assolutamente fare?

«Spero di essere serena, appagata, tranquilla dal punto di vista professionale e relazionale. E di vivere in un luogo bello, che mi sostenga, che dia possibilità a me e a chiunque altro».

Sei cattolica, praticante?

«Cattolica, non praticante. Per me la fede è qualcosa di molto intimo e credo esista un unico Dio comunque lo si chiami. Mi concentro sull’energia, meno sulle rappresentanze terrene».

Hai un hobby, una passione?

«Dipingo, paesaggi principalmente. Che sogno, invento. O che vedo e rielaboro».

L’opera d’arte che hai visto e che più ti è piaciuta?

«Tante, davvero. Ho visto di recente una mostra fotografica che mi ha colpito molto. Apprezzo i lavori di Andy Wharol e molti contemporanei come Betty Bee. Ho anche un suo quadro».

Se ti fosse concessa la possibilità di portare a casa un dipinto famoso e di valore, per poterlo guardare tutti i giorni, quale sceglieresti?

«I Girasoli di Van Gogh. Amo i colori vivi, la luce che si percepisce».

Il luogo del mondo che hai visitato e nel quale sei stata meglio e quello dove vorresti andare?

«Sono stata benissimo in Egitto, non solo per la storia, per le piramidi o per le ricchezze architettoniche che mi hanno affascinato ma anche per la barriera corallina, il mare, i colori, la cultura così diversa dalla nostra. Mi piacerebbe invece vedere l’Africa Nera».

Il tuo rapporto con il denaro?

«Se è possibile spendo in viaggi. Per il resto non mi interessano i soldi, li perdo, me ne dimentico, sono abbastanza distaccata».

Se non fossi diventata psicologa cos’altro ti sarebbe piaciuto fare?

«L’architetto d’interni, mi piace tanto creare gli ambienti, ripensarli».

Casa tua com’è?

«Come me. Piena di cose, gingilli, libri, ricordi. Una casa viva, vissuta, non certo da esposizione. Non sembra un negozio d’arredamento, ecco. Ha carattere, l’impronta di chi ci vive. Così mi piacciono le case. Nella mia si vede tutto questo, si capisce che ci viviamo noi, io e mio marito, i ragazzi e ora anche Luna».

Chi è Luna?

«Luna è una cucciola di Bichon Frisè, una cagnolina bianca e rotonda. I bambini l’hanno chiamata così non appena l’hanno vista. In realtà è un’ospite da me, Mario Cucciolito me l’ha concessa in affido dicendomi che il suo nome è Nunzia. Nunziatina, a dire il vero».

Nunziatina è un bellissimo nome, per un cane.

«I cani di Mario si chiamano Ciro, Assunta…insomma è così. Però i bambini si sono rifiutati, quindi ora è Luna».

La politica è importante anche per i diritti degli animali…

«Ecco e a parte i cestini per le deiezioni canine, che i cittadini prima o poi impareranno ad usare, non vedo nient’altro. Ricordo che proponemmo uno studio su quanto Sant’Anastasia spende per i cani presi sul territorio e poi affidati al canile in convenzione, facendo diverse proposte. Nostra era anche un’idea poi ripresa dall’ex assessore al bilancio, ossia lo sgravio Tarsu per chi adotta un cane. Ma andato via l’assessore non se ne è più sentito parlare».

C’è un assessore, o più di uno se vuoi, che pensi stia lavorando bene?

«No. Trovo tutto piatto. Nell’ultimo consiglio comunale ho ascoltato per la prima volta l’assessore alla pubblica istruzione e non mi ha fatto una buona impressione. Ho la sensazione che nessuno di loro sia chiaro, concreto, che si agisca come si fosse ancora in campagna elettorale. Tutte promesse, belle chiacchiere ma nulla di fatto».

Un difetto degli anastasiani?

«Un difetto che spesso può avere del positivo se non degenera: gli anastasiani sono legatissimi alle famiglie, anche in campagna elettorale. C’è sempre un coinvolgimento totale, è un valore importante se non si trasforma in settarismo».

Sant’Anastasia non è ancora pronta per un sindaco donna?

«No, credo di no. Si è ancora troppo legati alla vecchia visione della politica dove sono gli uomini a far le primedonne».

Per finire, da ex avversaria, se potessi dare un consiglio spassionato al sindaco Abete?

«Credo che gli consiglierei di fare un passo indietro, penso sia andato oltre. Se una persona si candida con un programma e una squadra di persone e se poi quest’ultima viene a mancare, non ci sono più i presupposti. Oramai la squadra che i cittadini hanno votato non esiste più e un commissariamento non dovrebbe far paura: cosa ci sarebbe di diverso?».