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Luigi De Simone
Luigi De Simone

Medico psichiatra, scrittore, regista teatrale, già consigliere comunale e assessore, ideatore del Presepe Vivente vesuviano, di recente immortalato dal maestro Ferrigno nella foggia di «pastore».

Quest’anno metterà in scena, al borgo Sant’Antonio di Sant’Anastasia, la trentacinquesima edizione del Presepe Vivente. Lui ne ha 69 di anni, dunque ha passato un bel po’ a pensare, ideare, coordinare le rappresentazioni della Natività. Anche di più, d’altronde, a scrivere le sceneggiature e comporre ogni singola scena delle pièce teatrali della compagnia «I Giocondi», nata qualche anno prima del Presepe. Lui, Luigi De Simone, «Luigino» per tutti, è medico psichiatra, operatore culturale, più volte consigliere comunale e assessore alla Cultura, ideatore delle «Notti di Lettura», Francescano Secolare, scrittore con all’attivo non solo copioni teatrali o saggi sul presepe vesuviano, come quello scritto a quattro mani con Dora Celeste Amato, ma ben due libri editi da Guida. L’ultimo, che come il primo uscito qualche anno fa ripercorre in chiave intimistica aspetti della sua professione, sarà presentato l’8 gennaio 2016 a Madonna dell’Arco e si intitola «Viandanti in cerca di senso». Nell’intervista che segue, come consuetudine per questa rubrica, si è raccontato a tutto tondo, toccando aspetti della sua vita privata, pubblica e professionale.

Luigi, sei il quinto di otto fratelli. Cos’è la famiglia per te?

«Si dice che “il sangue si ingoia ma non si sputa”, per me è fondamentalmente così: sento fortissimo il valore della famiglia, ereditato dai miei genitori. Papà si chiamava Girolamo ed era figlio di una donna “matriarca” – tutte le donne De Simone hanno un po’ questa impronta – che lo chiamava Ferdinando, nome che le piaceva di più. Ecco perché il doppio nome si è poi perpetuato nelle generazioni successive. Mamma si chiamava Antonietta, altro nome ricorrente in famiglia. Il primo dei miei fratelli era Giovanni che avrebbe dovuto chiamarsi Francesco e che invece portava il nome del nonno materno, morto a distanza di un mese dalla moglie, la nonna Teresa Liguoro. Lei ebbe un’appendicite che evolse in peritonite e fu operata in casa. Era il 1933, ci furono complicazioni e subentrò una setticemia. Morì e il nonno, legatissimo a lei, le sopravvisse appena trenta giorni. Le due sorelle di mamma, entrambe nubili, si legarono molto al nipotino appena arrivato e poi a tutti noi. Abbiamo vissuto nello stesso palazzo con loro. Passavamo i primi anni di vita con i genitori e poi, non appena nasceva un altro fratello, andavamo a dormire dalle zie. Siamo otto come hai ricordato: Giovanni che non è più con noi, Francesco, Rosa, Enzo, io, Antonio, Carmine e Mario. Divisi, diciamo così, in due settori: i primi e i “fratelli giovani”. Non semplicemente fratelli ma anche amici, cresciuti insieme in una grande famiglia».

Un ricordo dei tuoi genitori?                               

«Papà era abbastanza rigido, ma lo ringrazio ancora. Ricordo che quando al Liceo spuntai tutti otto e nove, voti altissimi, gli chiesi: “ora cosa mi regali?”. Lui rispose che avevo solo fatto metà del mio dovere. È vero che dopo alcuni mesi comprò per me una utilitaria, la 500 che doveva servire anche alla famiglia, ma avevo avuto una grande lezione ed è così: avevo fatto metà del mio dovere. Lui lavorava nel commercio, era un ambulante. Mamma stava in casa, cresceva i figli, accudendoci con l’aiuto delle zie. Abbiamo avuto, nel rispetto dei ruoli, tre madri».

Un momento della tua infanzia, il primo che ti viene alla memoria?

«La preparazione al Natale, le preghiere che dicevamo in famiglia ogni sera, spesso con un latino non corretto che costringeva noi ragazzi a trattenere le risate. Papà, prima di andare a tavola, ci portava in bagno e ci pettinava, tutti. Dovevamo apparire sempre ordinati e corretti in questa sorta di rito che era il pranzo. Lui lavorava dal lunedì mattina fino alle due della domenica, quando tornava a casa subito dopo pranzo prendeva la sua Belvedere e ci portava alla villa comunale di Napoli. Ricordo noi, tutti in fila, a passeggiare. Altro punto di attrazione erano le sale del convento di Sant’Antonio adibite ad oratorio. La mia infanzia è stata scandita dal senso della famiglia e dell’educazione. Devo dire che alcuni sacerdoti, e molti insegnanti, hanno poi influenzato, con un’impronta, la mia vita».

Voi fratelli siete tuttora molto legati?

«Legatissimi, uno per tutti e tutti per uno. Con grande dialettica e anche qualche scontro. Nessuno dice mai male dell’altro, ma se c’è da correggerlo lo si fa. Con Enzo, che ha poi ereditato il mestiere di papà, andiamo ogni mattina a Messa insieme, a Madonna dell’Arco. Mario abita al piano superiore e spesso pranziamo insieme, Rosa è l’unica donna della famiglia, ci ha un po’ cresciuti tutti e il legame è ancora più viscerale. Ma con tutti è così».

Gli anni della scuola?

«L’educazione l’ho ricevuta dai Domenicani, pur avendo un DNA francescano. Andai a scuola già poco dopo i quattro anni, ero quel che oggi si direbbe un “uditore” in una quinta femminile pur frequentando la primina. La signorina Valentino, una grande maestra, mi teneva in classe con sé e, se arrivava un ispettore, dovevo nascondermi sotto il banco. Il fatto è che a quella tenera età ero già in grado di leggere e scrivere, gli insegnanti non volevano farmi perdere tempo, ecco perché mi avevano mandato in classi superiori. In seconda elementare ebbi una grande insegnante, la signora Quaranta, rigida ma bravissima. Poi lei si ammalò e cominciarono turni assurdi e continue supplenze. Fu allora che dissi ai miei genitori che così non avrei imparato nulla e dunque, a partire dalla quarta elementare, mi trasferirono dai domenicani. Sono rimasto lì fino alla fine del liceo».

Dunque nella tua formazione ci sono due impronte, quella Francescana e quella Domenicana…

«Circa venti anni fa si è aggiunta quella dei Gesuiti con i quali ho trascorso tre anni per un corso su “Etica e Managerialità”, promosso quando nella penultima riforma sanitaria si è cominciato a parlare di azienda e dunque si sono preoccupati di formare soprattutto i dirigenti rispetto ai canoni etici da applicare alla managerialità di un settore, la medicina, che ha per oggetto l’uomo. Ero già laureato e plurispecializzato quando ho ricevuto questa impronta di rigore, o forse meglio di analisi, che mi è servita».

È questo che volevi già da bambino? Diventare medico?

«No, volevo diventare sacerdote. Poi le cose si rinviavano e quando ho finito la scuola superiore mi ero già reso conto che probabilmente quel vincolo, che paragono a quello della vita coniugale, non faceva per me».

Sacerdozio e matrimonio sono sullo stesso piano per te?

«Entrambi sono sacramenti, per noi cristiani. Ti vincolano, anche se in maniera diversa. Il mio spirito libero, forse l’anelito a non essere catalogato, mi fece rendere conto che la scelta doveva essere un’altra, pensai ad una laurea scientifica e una specializzazione che mi avrebbe poi riportato all’umanesimo, la psichiatria».

Perciò liceo classico e poi Medicina. Una strada tutta in salita?

«Non sempre. Andò benissimo per i primi quattro anni, poi scoprii in me una fobia per la morte. Una mattina mi capitò di arrivare prestissimo, erano le otto meno dieci e le lezioni sarebbero iniziate alle otto, nell’aula dell’istituto di Anatomia Patologica. Ricordo gli scranni di legno, gli scricchiolii e il cadavere poco distante da me, nudo. Fu l’impatto forte con la morte. Il primo. Ascoltai la lezione e alla ripresa dei corsi, poco dopo Natale, mi accorsi che cominciavo a rallentare, non mi andava più di alzarmi al mattino. Capii pian piano cosa mi stava accadendo: avevo talmente interiorizzato quella situazione da farla diventare una fobia e tentavo di allontanarla da me a cerchi concentrici, come appunto si fa con le fobie. Dunque tentavo di evitare quelle strade, quell’istituto e di conseguenza la facoltà. Anatomia Patologica era esame propedeutico per gli altri, avevo tutti gli esami pronti ma non andavo a sostenerli. Però poi dovetti cercare di liberarmi e ci riuscii».

Perciò si può dire che sia stato tu il primo paziente di te stesso?

«Sì, si può dire così. Del resto la professione mi ha portato ultimamente alla psicoterapia dove nel momento in cui tu analizzi finisci per analizzarti, c’è sempre questo feedback nonostante determinate scuole di pensiero dicano che bisogna essere quanto è più possibile asettici».

La fobia della morte l’hai ancora?

«Tutti l’abbiamo, a meno di non pensare a San Francesco che la chiama Sorella, beato lui. L’ultimo capitolo del mio ultimo libro è dedicato proprio alla maniera in cui ho elaborato questa condizione che prende anche chi crede e dunque è convinto che ci sia un al di là. L’uomo ha paura del nuovo, si spaventa. Credo che, a parte San Francesco, siano solo in due a non aver avuto paura nella storia dell’umanità. Nella letteratura, Ulisse. Nelle scritture, Abramo».

Il rifiuto di qualsiasi legame, che sia il sacerdozio o la vita coniugale, non è esso stesso una fobia?

«Potrebbe sembrare, ma non se riusciamo ad elaborarlo. Se analizziamo, percepiamo e riusciamo a smantellare l’edificio ricostruendolo razionalmente, ci rendiamo conto che è una scelta».

Cos’hai fatto subito dopo la laurea?

«Avevo 24 anni, volevo specializzarmi in psichiatria al Gemelli ma in quel momento non fu possibile, dunque scelsi in primis una specialità biennale che poi mi è servita: Igiene Generale Speciale. Grazie a questo sono stato Ufficiale Sanitario a medico scolastico a Sant’Anastasia nel periodo del colera – era il 1973 – e all’epoca siamo riusciti non solo a non chiudere alcun esercizio ma a finire le vaccinazioni per tempo. Ricordo di quel periodo una persona stupenda che a quei tempi era solo un ragazzino, Franco Corcione, il volontario che più di tutti si diede da fare. Non esisteva la Protezione Civile e dovevamo pescare nel volontariato, tra le persone che erano in grado di dare una mano. Fummo il primo Comune del circondario ad ultimare le vaccinazioni».

Poi hai conseguito la specializzazione in Psichiatria.

«Allora era una unica scuola di specialità, clinica delle malattie nervose e mentali. Ma ne ho conseguito anche una terza: Geriatria e Gerontologia.  L’amore è la psichiatria, Igiene l’ho scelta per convenienza, la terza in geriatria per ammirazione nei confronti di un docente, il professore Vincenzo Cicala, che mi affascinò come maestro. Alla fine tutto si è incastrato perché questi studi mi hanno consentito di avere maggiore attenzione per la malattia dei giorni odierni, l’Alzheimer: riguarda il cervello perciò si collega alla neurologia, altera sintomatologicamente le relazioni e la memoria dunque c’è l’aspetto psichiatrico e infine quello geriatrico. Occorre inoltre attenzione particolare nell’organizzazione sanitaria e il mio sogno è un centro, una casa che chiamerei non “di riposo” bensì una sorta di pensionato per anziani. Una buona struttura per pazienti della terza età che avesse una sorta di asilo diurno, per consentire di non tagliare i ponti con le famiglie pur alleviandole, e un ricovero notturno in caso di necessità. Ho tentato di dar corpo al progetto che finora non si è potuto realizzare, ma ci sono pensionati in cui alcuni miei collaboratori rispettano tali principi. Tanti ragazzi sono cresciuti con me dal punto di vista professionale, l’attuale primario di Neurologia del Cardarelli, il primario di Aversa, ci si è evoluti insieme intorno a dei valori, al principio dell’umanizzazione dell’arte medica».

Il tuo iter professionale?

«Cominciai appunto da ufficiale sanitario e medico scolastico supplente, in contemporanea svolgevo un po’ di attività professionale libera perché c’era mio fratello Giovanni che andava sempre più verso la chirurgia ed io ereditai l’ambulatorio, ma nel frattempo cominciai ad interessarmi di specialistica. Lavorai in una casa di cura psichiatrica a Miano, allora questi ospedali funzionavano in un modo particolarissimo perché erano tenuti dalle Province. Ricordo una umanità dolente, dolorosa, abbandonata. Dopo qualche mesi mi colse un rifiuto, mi sentivo impotente. Perciò iniziai da volontario in neurologia al Cardarelli e dopo circa sei anni di gavetta vinsi il concorso e creai un ottimo team di lavoro. Ho resistito diversi anni, svolgendo consulenze in quasi tutte le divisioni: oculistica, ginecologia, ematologia, ortopedia, medicina d’urgenza, molte altre branche. Oggi è tutto più semplice, gli strumenti all’avanguardia hanno fatto passare in secondo piano la clinica, per una diagnosi è sufficiente una risonanza. Sono rimasto al Cardarelli fino al 1982 ed avevo la carriera assicurata. Ma poi ho fatto un’altra scelta».

L’Ospedale Apicella di Pollena Trocchia.

«Sì, anche mio fratello Giovanni aveva optato per quell’ospedale e mia madre, morente, non l’aveva accettato. Invece io, nonostante sapessi di darle una delusione, immaginavo quel che sarebbe accaduto a Pollena, l’apertura della Psichiatria e quel che avrei potuto fare da medico che già conosceva la rete, le associazioni, gli enti, le istituzioni. Sapevo di poter dare risposte, di poter fare un ottimo lavoro. Perciò feci una scelta cui forse nessun altro avrebbe pensato: rinunciai ad un posto in organico al Cardarelli per andare a Pollena da gettonato. Pian piano costruimmo una grande realtà perché fui capace di essere attento sulle assunzioni che spesso sono solo di tipo clientelare e politico, ebbi la grande funzione di essere coordinatore di un gruppo di lavoro. Certo, ci furono a quei tempi gli anni più terribili della mia attività professionale e arrivò un primario che aveva lavorato in vecchi ospedali psichiatrici. Ero il suo aiuto, la maniera di affrontare le cose non poteva essere più diversa. In seguito divenni dirigente e lì ho lavorato per quindici anni ma quando poi si è trattato di affrontare il concorso l’ho fatto. Mi fu detto però che dovevo farmi da parte».

In che senso farti da parte?

«Quei concorsi si facevano ma, credo che ancora funzioni così, giusto «per». Poi si sceglie nella graduatoria in maniera che non tiene certo conto dei meriti. Avrei potuto trincerarmi, fare appello ad agganci politici, a qualche familiare che pure aveva fatto il dirigente dell’Asl. Ma avevo anche tre specializzazioni, quindici anni di servizio, una mole immane di lavoro alle spalle e una Psichiatria che funzionava a 360 gradi con l’aggiunta della riabilitazione e dell’intrattenimento psico sociale che avevamo creato. Dunque è questo che mi fu detto: fatti da parte. Feci causa per mobbing, si perse il fascicolo che fu poi ritrovato, mi si fece un’altra offerta e fu tentata una mediazione offrendomi una sorta di servizio psico geriatrico che in verità non avrebbe certo garantito un livello apicale di responsabilità ma che avrei anche accettato perché tutto sommato soddisfaceva la mia esigenza creativa. Però alla fine rifiutai».

Perché?                    

«Perché mi fu chiesto di ritirare tutto, di dire che  le circostanze per le quali avevo intentato causa per mobbing me le ero inventate di sana pianta. Preferii pensionarmi anzitempo. Credo che se le cose fossero andate diversamente anche la situazione dell’Apicella avrebbe seguito un altro iter: la legge vuole che il sevizio di diagnosi e cura psichiatrica debba essere adiacente ad un Pronto Soccorso. Siccome il servizio di Psichiatria a Pollena si sarebbe potuto enfatizzare – era stato uno dei più validi fino a quel momento – magari anche il Pronto Soccorso sarebbe rimasto, chissà».

In seguito ti sei dedicato totalmente alla professione libera.

«Sì, è venuta fuori la terza fase della mia attività professionale, mai avrei pensato di fare lo psicoterapeuta. Sono nel mio studio con grandissima capacità di ascolto e chiaramente ciò mi ha consentito di diventare molto più attento agli altri».

Il caso più strano, singolare, che ti sia mai capitato?

«Tutto ciò che sembra strano al momento va contestualizzato in un’epoca. Quindici anni fa, per esempio, i disturbi di identità sessuale erano vissuti con grande dolore, i disturbi deliranti che una volta erano di tipo mistico oggi sono più ampi perché tutti hanno paura di tutto e tutti: di essere spiati con cimici o microfoni, per esempio».

Ci si rivolge ancora allo psichiatra per disturbi di identità sessuale?

«Di acqua ne è passata sotto i ponti, però anche recentemente mi è capitato qualcosa del genere anche se poi si diluisce subito».

Certo, in passato l’omosessualità era classificata come malattia anche nei manuali di psichiatria, ma oggi? Come affrontavi questi casi e come li affronti?

«Non bisogna essere frettolosi o rapidi. Spesso è il vissuto che è di tipo psichiatrico, magari si tratta di casi di scarsa o non definita identità, non di vero disturbo. La questione è complessa».

Mi rispondi da medico e da cattolico? Cosa è l’omosessualità?

«Nel risponderti da cattolico o dal punto di vista antropologico devo dirti: “Dio li creò maschio e femmina”. Ma c’è una gamma sfumata. In determinati casi omosessuali si nasce, poi tutti noi abbiamo un determinato bilanciamento di ormoni».

Perciò è una questione ormonale?

«Tutto lo è. Se in questo preciso momento io provo simpatia nei tuoi confronti o viceversa il nostro pensiero è sotteso da fatti biochimici, ci sono endorfine, sostanze chimiche che attivano determinate reazioni. L’istinto sessuale è quello che assicura la conservazione della specie, così come l’istinto di nutrirsi tende alla conservazione di sé. Ho pazienti omosessuali che non ne fanno mistero e si vivono la loro vita, magari sono depressi ma di certo questo non c’entra. La malattia è una cosa e l’ammalato è un’altra. Direi che per fornire una risposta completa bisognerà aspettare ancora decenni. È “normale” quello che piace. Sicuramente come in tutte le cose umane si deve ad un’impostazione, alle caratteristiche del vissuto, al sistema biochimico sotteso in maniera diversa al piacere».

Ti è mai capitato di rifiutare un paziente?

«No, mai. C’è stato qualche scontro perché ritengo la puntualità un elemento fondamentale ma poi quasi quasi sono io che chiedo scusa».

Il caso che ti ha «preso» di più?

«Un caso che ho già riportato in un mio libro e che ancora rimanda al mantra della morte. Mi chiamarono a Natale, dopo la messa di mezzanotte, al capezzale di un bambino che stava morendo. Mi ritrovai dall’Alleluia delle campane a questo letto di morte. La mamma gli teneva la mano forte, la nonna le diceva di lasciarlo andare, partire».

A te si rivolgono più uomini o più donne?

«In egual misura. Ma soprattutto arrivano giovani. Ecco perché poi il mio ultimo scritto, “Viandanti in cerca di senso”, l’ho dedicato a loro, a chi mi ha chiesto di essere compagno della vita, di fare insieme un tragitto. Li vedo riprendersi, laurearsi, sposarsi, rinascere. Tutto ciò per uno come me che non ha figli è molto bello. Sublimo così la paternità, te lo dico io prima che me lo chieda tu».

Te lo avrei chiesto, infatti. Se tornassi indietro rifaresti lo stesso percorso?

«Sì, forse elaborando prima e meglio quella che pensavo vocazione al sacerdozio».

L’hai elaborata?

«Sicuramente sì».

Non c’è un’altra professione che ti sarebbe piaciuta?

«L’insegnamento, forse. In parte mi sento un po’ insegnante. Sono vicinissimo al mondo della scuola e di recente mi hanno chiamato dalla “Tenente Mario De Rosa” perché ci sono circa 60 ragazzini che vorrebbero mettere in scena il musical “Francesco è”, credo di avere con loro molta empatia, di riuscire a comunicare con facilità ed efficacia».

Sei un terziario francescano, si dice così?                          

«Sì, o francescano secolare. Sono stato viceministro nazionale nel momento in cui il francescanesimo secolare si è finalmente riunito dopo sette secoli, un bel momento e una stagione felice. È una gran bella cosa, si raggiunge l’apice e poi, finito il servizio, si è l’ultimo degli ultimi».

Vorrei però che mi parlassi del tuo rapporto più personale con la religione e con Dio.

«Sono un cattolico praticante. Ogni mattina, a piedi, vado in chiesa ad ascoltare la Messa nel Santuario di Madonna dell’Arco, di domenica resto nella mia parrocchia, Sant’Antonio. Il mio rapporto con Dio, ma amerei che fosse un po’ di tutti, è come quello tra il finito e l’infinito, tra il trascendente e l’immanente. Sono in chiesa e con la chiesa, ma non è una consorteria sociale. La chiesa è appunto il luogo dove insieme si cerca di avere questo ponte tra il finito e l’infinito».

In quale chiesa di Sant’Anastasia ti senti meglio, più a tuo agio?

«A Madonna dell’Arco mi sento bene, ci vado al mattino, nel momento migliore per raccogliere i pensieri, dopo aver percorso la mia città ancora tranquilla. La parrocchia di Sant’Antonio è sicuramente “casa”, una delle poche divenuta tale, ossia parrocchia, a furor di popolo. Ricordo la grande battaglia, la raccolta di firme, trent’anni fa circa. E il primo parroco, padre Giorgio».

Hai un buon rapporto con gli attuali parroci di Sant’Anastasia?

«Negli anni ne ho visto passare tanti, ciascuno mi ha lasciato qualcosa. Certo, quando si diventa un po’ più adulti e ritrovi parroci più giovani di te e meno esperti, gli dai obbedienza e riverenza però senti di più le distanze, fatichi a percepirli come modello. Accade anche nella vita normale di tutti i giorni, con chiunque».

A Madonna dell’Arco c’è un giovanissimo Rettore, Padre Alessio Romano…

«Gi voglio bene, gli do obbedienza. È una persona che stimo e ammiro, sa quel che deve fare e come vuole farlo. Il ricordo di padre Mariano è però ancora vivo in me».

Padre Giacomo Verrengia, parroco di Sant’Antonio?

«Lui dà tantissimo alla collettività, è instancabile e vicinissimo alle persone. Direi che il suo motto potrebbe essere: “lo zelo per la tua casa mi divora”. Ha un taglio pastorale sul quale magari si potrebbe non dico dissentire ma forse non essere allineati».

Don Ciccio D’Ascoli, parroco di Santa Maria La Nova?

«Una forza della natura, intelligente e preparato. Vedi, io sono francescano e dunque sono convinto che ai sacerdoti bisogna baciare mani e piedi, perché ci danno la parola, l’assoluzione e il corpo di Cristo. Umanamente però siamo laici, ogni persona può esserci più o meno simpatica o più o meno vicina di un’altra».

C’è stato un altro parroco tra coloro che molto hanno influito sul tessuto sociale della città. Don Virgilio Marone?

«Da francescano bacio i piedi al sacerdote. Ma dal punto di vista umano mi ha deluso».

Lavoro, professione, ma c’è un’altra parabola importante nella tua vita: la politica. Quando hai cominciato ad interessartene?

«Già ad otto anni. All’inizio degli anni ’50, nel momento in cui sembrava che in Italia il comunismo dovesse averla vinta. Ricordo l’inaugurazione della sezione della Democrazia Cristiana alla fine di via Mario De Rosa, ricordo gli scontri tra “guelfi e ghibellini” della politica locale, le amministrazioni di Beneduce e la forza da trascinatore di Emilio Merone, la lista del Campanile al principio degli anni ’60 per la quale mio fratello Giovanni rappresentò l’uomo nuovo e con la quale finalmente vincemmo le elezioni. Il sindaco fu Antonio Manno e all’epoca mi toccò, come spesso accaduto, il ruolo di coordinatore di quella campagna elettorale entusiasmante. Così feci anche quando Giovanni si candidò al Senato, il testimone della passione politica familiare era stato allora preso da lui».

Tu, invece?

«Più tardi mio fratello si ritrasse dalla vita politica e ci fu chi, entusiasta o calcolatore con la prospettiva di una bella eredità di voti da intercettare, venne da me a chiedermi la candidatura. L’avvocato Manno mi chiese un impegno in prima persona. Io dissi: “Sono pronto, purché sia da capolista”. Credo di aver fatto grossi errori sotto questo aspetto ma anche la mia richiesta di allora era legata ad una motivazione di sostanza: una cosa è il coinvolgimento finalizzato ad un segnale di novità, altra è la richiesta che mira semplicemente ad un pacchetto di voti. Antonio Manno era molto scaltro, mi punse. Disse: “Nella vita nessuno nasce generale, per essere acclamato tale devi far prima le battaglie”. Fu allora che gli dissi di sì. Pensai: “Ora vediamo chi è il generale”. Lo staccai di duecento preferenze. Ovviamente il sindaco – che allora non eleggevano i cittadini – era già bello e fatto. Mi recai nottetempo dall’esponente del partito socialista che aveva avuto una esplosione di consensi, lo stesso che è stato recentemente sindaco di Sant’Anastasia».

Carmine Esposito?

«Sì, lui. Gli dissi: “ora ci siamo noi, cosa vogliamo fare?”. Ma evidentemente la politica ha le sue leggi, le sue regole. Oggi si dà molto più spazio agli assessori e ai consiglieri. Antonio Manno fece il sindaco. Io rimasi in panchina, ogni tanto utilizzato dal sistema».

Sei stato però più volte consigliere ed assessore…

«Fin dall’85, tranne che in poche occasioni, consigliere. Assessore dei sindaci Cosimo Scippa, Augusto Amodio e, dopo il ’95 che mutò la legge elettorale, di Carmine Pone».

Le deleghe?

«Sempre quella alla Cultura. Poi il Personale, ma senza la polizia municipale. La Pubblica Istruzione, ma senza l’edilizia scolastica».

Sei sempre stato organico alla Democrazia Cristiana, sempre al centro anche dopo Tangentopoli. Quante tessere di partito hai avuto?

«Quella della Democrazia Cristiana, naturalmente. E poi quella dell’Udc».

Non anche quella di Forza Italia?

«No».

La tessera dell’Udc l’hai ancora?

«No. Per consunzione, non certo per screzi».

A tuo parere, chi è stato il miglior sindaco di Sant’Anastasia?

«Prima del ’95 Antonio Manno, per autorevolezza, anche se in tante cose non legavamo. Dopo il ’95 di sicuro, per l’operosità, Carmine Esposito».

Mario Romano, il primo eletto direttamente dai cittadini, che sindaco è stato?

«Mario era tra l’altro mio cugino. Uomo di grande intelligenza con il quale avevo molta affinità. È stato un buon sindaco, prigioniero della sua forte determinazione. Ecco, io ritengo che la determinazione riguardo ai valori debba sempre rimanere forte ma che, sul modo di perseguirli, ci sia invece la necessità di mediare».

Se dovessi scegliere per lui, sindaco, un aggettivo?

«Tenace».

Dopo l’esperienza Romano, nella campagna elettorale del 1997, fosti tu a scendere in campo da candidato sindaco con un’unica lista che ancora detiene il primato di quella più votata: Forza Italia. Dietro le quinte stavolta toccò all’ex sindaco Carmine Esposito il compito di “coordinatore”, tu invece eri in prima linea e arrivasti in ballottaggio contro Enzo Iervolino che vinse e governò per dieci anni. Cosa ricordi di quella campagna elettorale? Ma soprattutto, cosa ti rimproveri?

«Rammento il grande entusiasmo, la voglia di riscatto e poi una grande delusione. La delusione che cominciò dopo l’ultimo comizio tenuto al Metropolitan, occasione in cui dissi non solo che gli assessori li avrei scelti io ma anche che, conditio sine qua non, avremmo tutti dovuto rinunciare ai nostri emolumenti in favore di borse di studio per studenti bisognosi. Non appena uscii dal cinema ci fu qualcuno che disse: “Hai sbagliato”».

Chi?

«Non vorrei dirlo, anche perché non è più tra noi».

Cosa accadde in quelle ore prima del responso delle urne?                      

«Io sentivo una enorme responsabilità sulle mie spalle, ma fui lasciato solo. Andai fuori dalla chiesa, sarebbe stato quel che il Signore avrebbe voluto, pensavo che dopo qualche ora la mia vita poteva cambiare. Accadde quel che sanno tutti, in molti non andarono a votare, gli avversari bussarono ai citofoni nel Boschetto per sollecitare le persone, Iervolino fece un’operazione di accordo per la quale Carmen Esposito andò poi a ricoprire il ruolo di vicesindaco, Carmine Pone fece affiggere manifesti di invito al voto per colui che sarebbe diventato sindaco, la destra votò per la sinistra pur di conquistarsi un seggio. Tante cose che ci lasciarono sconcertati».

Torno un attimo indietro se permetti, alla questione degli emolumenti. Tu potevi consentirtelo, ma la politica è secondo te solo per benestanti?

«La politica è servizio, rinunciare agli emolumenti è questione di valori».

Ma anche un professionista, per dedicarsi anima e corpo a questo servizio, deve togliere tempo all’attività che dà sostentamento magari alla sua famiglia, no?

«Ripeto, per me è segnale di valori. Il servizio alla collettività non può essere certamente solo per pensionati o benestanti, però a parità di condizioni io oggi non vedo un impegno totale di chi pure percepisce uno stipendio».

Se fosse andata diversamente, chi avresti chiamato nella tua giunta?

«Di sicuro l’architetto Dino Frasso, mi dava sicurezza e compensava le mie carenze dal punto di vista tecnico e urbanistico, vivevo poi con grande angoscia il problema degli abbattimenti, lui era un pratico conoscitore della materia e, in campagna elettorale, ebbi modo di apprezzare e riconoscere la sua onestà intellettuale».

Alla Cultura?

«Avrei probabilmente tenuto per me la delega».

Enzo Iervolino che sindaco è stato?

«Me lo chiedi dal punto di vista politico, ovviamente, non personale».

Ovviamente.

«Ecco, quando ero bambino fu nominato presidente della repubblica Giuseppe Saragat. Con mio padre lo guardavamo in tv e lui mi fece notare un gesto che il presidente ripeteva spesso: metteva le mani in un modo che sembrava si girasse i pollici. Pareva dicesse: “Io che ci faccio qui?”».

Sì…ma ti ho chiesto del sindaco Iervolino.

«E io ho ricordato questo episodio».

Ossia si è girato i pollici per dieci anni?

«Aveva delle grosse opportunità perché era sostenuto da una compagine di sinistra, la stessa che oggi non saprei come definire. Era stato scelto come “uomo nuovo”, preso dalla società civile. Ecco, un altro assurdo: si usa questa definizione spesso, come se gli altri fossero incivili. È vero che un sindaco non deve fare il funzionario ma non è ammissibile che chi ambisce a questo ruolo lo faccia senza sapere cosa sia una delibera, cosa sia una determina. C’è la necessità di conoscere bene gli ingranaggi, il mio professore di etica dai Gesuiti diceva che il più grosso errore che un medico possa compiere è quello di non studiare due ore al giorno. Per la politica è lo stesso».

Se però stiamo a quanto prodotto, alla conta delle opere pubbliche realizzate in dieci anni, si può dissentire ma non dire che sia stato a girarsi i pollici, non credi?

«Io abitavo qui, non sono emigrato. Eppure non riesco a focalizzare nessuna delle opere che ha realizzato, né una particolare impronta, soprattutto nel suo secondo mandato».

Se dovessi scegliere un aggettivo anche per lui?

«Una brava persona».

Dopo quei dieci anni, il sindaco successivo è stato Carmine Pone del quale sei stato assessore.

«Sì, Pone è stato un sindaco abbastanza ambivalente, pur essendo tra la gente non riusciva a percepire delle cose importanti che avrebbero necessitato di un’organizzazione e di un percorso per poi divenire attive e produttive».

Ossia? Distaccato?

«No, lui c’era. Ma non si rendeva conto che non bastava esserci, dire “Ci sono io”. Gli sfuggirono una serie di procedure e gli sfuggì poi di mano la crisi durante la quale gli sono stato a fianco, andando anche contro il mio partito. Lui mi aveva scelto e non lo avrei abbandonato in un momento di difficoltà».

Non credo ti riuscisse difficile andare contro la sigla e chi allora la rappresentava…

«Anche questo è vero, se si pensa che durante la Notte di Lettura organizzata all’epoca le persone che avevano la mia stessa tessera di partito cercarono di boicottarla, anche con la mancata presenza fisica».

Un aggettivo per Pone?

«Persona per bene».

Tu avevi da assessore le deleghe alla Cultura e alla Pubblica Istruzione. Qual era il tuo rapporto con le scuole?

«Qui ha giocato una grande lezione che ho appreso dal sindaco Manno: le scuole ed i bambini prima di ogni altra cosa. Avevo un rapporto eccellente con i dirigenti scolastici, per la maggior parte donne. Professavo livelli di istruzione, di trasporto, di opportunità uguali per tutti i bambini perché tutti erano e sono anastasiani. Magari offerte formative differenti sì, ma garantendo livelli minimi equi di aspettative e fruizione. Non è possibile che si abbia una scuola bellissima e un’altra al limite della fatiscenza, un’aula con dieci pc e una che non ha nemmeno i banchi».

Come affrontasti la questione del dimensionamento?

«Cercai di affrontarlo ma anche il capo dell’esecutivo mi invitò ad aspettare, si voleva capire, approfondire, di più».

Ma la tua idea? Posto che anche l’attuale amministrazione ha deciso di non scegliere…

«Io ero per la scelta, per la divisione che vedesse una parte est, una parte ovest e una centrale, facendo i conti anche con le strutture. Ciò ci avrebbe consentito anche di diminuire il trasporto scolastico e di avere una maggiore efficienza. Certo, non è semplice: il dimensionamento può implicare la perdita di posti di lavoro, ma come tutte le cose non semplici andava affrontato e condiviso. Bisognava studiare, non rinviare nel tempo una opportunità che consentirà un cambio di scenari e una ulteriore creazione di aspettative. Tutto ciò non fa che confondere, creare malessere nella condizione delle scuole, degli istituti, dei comprensivi, con una ricaduta sui ragazzi e sulle famiglie».

Dunque cosa pensi della mancata decisione dell’attuale amministrazione?

«Sono stato perplesso, ho cercato di capire. Del resto mi pare che fino a poco tempo fa non era stata assegnata nemmeno la delega».

L’aveva tenuta il sindaco Abete, ora è del suo vice Carmen Aprea.

«Posto che quel che penso io può essere acqua fresca, ritengo che la scuola debba essere la priorità assoluta. È lì che si formano i cittadini, i santi o i camorristi di domani, perciò occorre la massima attenzione. Talvolta il corpo docente è motivato, stressato, e chi è preposto a governare la cosa pubblica deve supportarlo. Nel rispetto ovviamente dell’autonomia e della libertà».

La cosa più importante che hai fatto da assessore?

«Da assessore al Personale ero riuscito a creare un clima di non belligeranza e di assenza di conflittualità, dando attenzione ai singoli lavoratori e instaurando un proficuo dialogo con i sindacati, facendo in modo che non si creassero spazi dove poi finiscono per intrufolarsi guerre. Ritengo di aver dato la massima attenzione alle scuole, mettendo anche in campo campagne di sensibilizzazione contro le devianze e le dipendenze, dando priorità ai diversamente abili. Solo se si è presenti e attenti si riescono a superare le difficoltà e talvolta anche a fare “miracoli”. Passavo quasi ogni giorno in tutti i plessi, mi sentivano vicino. Riuscii anche a instaurare un collegamento proficuo tra le deleghe alla pubblica istruzione e quella alla cultura. Non che siano la stessa cosa, anzi. Ma occorre un continuum, una consapevolezza che tutto parta proprio da lì, dalle scuole, sensibilizzando non solo i ragazzi ma pure famiglie e docenti, coinvolgendo tutti in ogni iniziativa».

Quel governo di Pone finì anzitempo, ci fu un periodo di commissariamento e poi una delle campagne elettorali, quella del 2010, più accesa nella storia della città. Come la ricordi?

«Confusa, arrabbiata».

Ti imbarazzavano un po’ i toni nello scontro tra il tuo candidato, Carmine Esposito, e gli altri competitor?

«Un po’ ma più volte in privato cercavo di smorzare e suggerire».

Non pensi che Esposito abbia vinto anche per quei toni alti?

«Nell’animo umano il fatto che ci si azzuffi è liberatorio di motivazioni inconsce».

Non è stato anche un po’ il riscatto del popolo sulla borghesia?

«Sicuramente. Esposito ha infranto tutti gli schemi, perseguendo con grande determinazione e spiccata intelligenza quel che voleva. Facendosi poi fautore di un recupero di immagine della città, particolarmente con l’operazione del Bicentenario, della ricerca e della riappropriazione delle nostre radici».

Che sindaco è stato?

«Presente, riuscì ad avvicinare il Palazzo alla gente».

Un aggettivo?

«Volitivo».

Veniamo ad oggi, tu hai scelto di non candidarti in prima persona, come del resto avevi fatto nel 2010, ma hai sostenuto l’attuale primo cittadino. Che sindaco è Lello Abete?

«Ha sicuramente un progetto che però stenta a venire fuori, che fa fatica a comunicare. Nonostante fossero intorno a lui dal principio le stesse persone che erano con il sindaco Esposito, lo stesso establishment diciamo, i risultati non sono percepiti. Il progetto c’è di sicuro perché Abete non viene fuori dal nulla, lui non arriva dalla società civile».

No, anzi. È stato presidente del consiglio comunale di Pone prima e di Esposito poi.

«Appunto, non è nuovo alla politica. Sono certo che nel momento in cui è divenuto sindaco era nell’immaginario collettivo la continuità di un progetto, anche se con toni diversi. Un progetto che oggi stenta, come dicevo, ad essere percepito».

Un aggettivo per lui?

«Tenero».

Hai fatto riferimento all’establishment inziale. Sai che al momento una parte della compagine originaria è andata via e che è in piedi un’accesa dialettica tra fazioni. Tu ritieni che si tratti di questione politica o personale?

«Ciascuno di noi porta sé stesso nelle cose che fa, abbiamo tutti caratteristiche differenti nel modo di porci, di pensare, di agire. Qui si innesta anche una situazione di tipo politico, quella che voleva un progetto portato avanti in un determinato modo. Chi era convinto di ciò si è visto probabilmente deluso. Io ritengo che chiunque abbia oggi a cuore l’interesse della città dovrebbe conciliare il più possibile queste due diverse maniere di approccio».

Come fai tu?

«Non mi appassiona la dialettica tra fazioni. Oggi ci si divide in chi è “con” e chi è “contro”. Io sono con Sant’Anastasia. Pronto ad essere elemento di unione e stemperare, questa situazione non fa bene ad alcuno e in primis alla nostra città».

Dal 2010 in consiglio comunale e poi attualmente nella giunta Abete hai una rappresentanza diciamo «familiare» nel governo cittadino.

«Mi sentivo di stare al fianco, più che in prima linea. Nel 2010 chiesi alle giovani leve della famiglia se volessero impegnarsi e mio nipote Fernando (ndr, Fernando De Simone, assessore della giunta Abete) accettò con piacere. Non è certo un’eredità ma una sorta di tradizione, negli anni si diventa punto di riferimento, c’è chi viene per chiedere, domandare un consiglio. Dunque il mio candidato era lui, gli sono stato accanto particolarmente nel 2010, già dall’ultima volta ha camminato un po’ con le sue gambe».

E adesso?

«Adesso viviamo un momento delicatissimo per la nostra comunità. Si era imboccata la strada di un discorso territoriale più ampio, stiamo andando in un altro senso».

Avanti o indietro?

«La storia dell’uomo è sempre una sorta di iperbole, avanza sempre più tornando indietro ogni tanto. Forse si è un pochino indietro rispetto a qualche anno fa, c’è la necessità di divenire riferimento territoriale serio e forte. Con Carmine Esposito si era imboccata questa strada, ora i toni sono meno appariscenti. L’attuale sindaco vuole certamente bene al nostro paese ma arriva dopo un periodo roboante, dovremmo tutti – i supporter in particolare – accorciare le distanze evitando certi atteggiamenti».

Nel suo più recente intervento pubblico, il sindaco Abete ha aperto pubblicamente al confronto con le opposizioni, cosa che molti hanno letto come preambolo di un ampliamento della maggioranza. La trovi una cosa positiva o negativa?

«Credo che se, per un qualsiasi motivo, dovesse oggi interrompersi questa consiliatura, non ci sarebbe all’orizzonte una determinazione politica. Gli entusiasmi sono addormentati, anestetizzati, c’è una sorta di magma per cui una eventualità del genere non farebbe bene alla città. Perciò, avendone la possibilità, si potrebbe passare per una proposta politica un pochino più ampia purché trasparente».

Sei anche tu un fautore dei governi di salute pubblica?

«Dico solo che noi dovremmo immaginarci “collocati” più che “appartenenti”. Appartenere alla comunità più che alle ideologie. Purché, ribadisco, con chiarezza e trasparenza. E se l’altra parte, quella cui è stato fatto appello, mostrasse di accettare con la medesima chiarezza».

Ipotizziamo uno scenario che al momento è nell’ordine del fantascientifico. Se dovessi trovarti a scegliere tra due candidati sindaci che si chiamino Lello Abete e Carmine Esposito?

«Mai dire mai».

Cioè non vuoi rispondere?

«Esistono tanti momenti storici».

Ho ipotizzato uno scenario preciso, non uno in dubbio. Esposito è candidabile benché imputato in un processo attualmente in corso.

«Potrebbero sorgere altre candidature».

Verissimo, ma a meno che una di queste altre non sia la tua – e nel caso mi fermo qui – immagino che sceglieresti tra i due che hai sostenuto negli ultimi anni.

«A quel punto inviterei entrambi a cena, ad un tavolo con tre posti».

Suggerirei un tavolo rotondo, senza il posto da capotavola per intenderci. E a quel punto?

«Tenterei di convincerli o di convincermi».

A proposito, tu non hai più intenzione di candidarti o anche qui scatta il “mai dire mai”?

«Non sono auto proponente, se dovessero essercene le condizioni ci penserei».

Se nel 1997 fossi diventato sindaco, quale sarebbe stata la prima cosa che avresti fatto per Sant’Anastasia?

«Avrei tentato di ricomporre il tessuto sociale, di colmare la scollatura tra comunità e istituzioni. Ancora c’è da lavorare su questo, abbiamo iniziato celebrando il Bicentenario, dobbiamo andare avanti ancora molto».

Intanto si avvicina, parliamo di pochi giorni, la trentacinquesima edizione del Presepe Vivente che si terrà come sempre nel borgo Sant’Antonio. Mi parli di come è cominciata quella che oggi è una tradizione anastasiana?

«La compagnia dei Giocondi è nata più o meno 45 anni fa, per la necessità di riunire le persone su un progetto teatrale non fine a sé stesso. I testi nascevano in una sorta di laboratorio, si discuteva di problematiche, venivano fuori delle idee che poi traducevamo come messaggi. Un messaggio ad intra portato ad extra, perché nel teatro si trovano regole e valori, comunicazione emotiva, educazione. La Pro Loco di Madonna dell’Arco ci chiese un progetto per Natale e venne fuori questo presepe vivente sulla scia di quello di San Francesco. Doveva essere un poli-scenico, cominciare a piazza Cattaneo e arrivare a Madonna dell’Arco ma non fu possibile, lo mettemmo in scena in sequenza temporale. Nacque così il primo presepe, poi passarono alcuni anni e su sollecitazione del padre superiore di Sant’Antonio provammo a realizzarlo in quel borgo dove ancora oggi si tiene».

Come andò la prima?

«Avevamo allestito delle scene, c’erano le torce, la paglia, i costumi. La gente di ritorno dal cenone di Natale scese in strada e si ritrovò come in una fiaba. Fu un successo, arrivò l’entusiasmo. Ricordo che una persona alla quale ho voluto molto bene, Luigi Maione, mi disse: “Questa cosa devi farla per sempre, ti aiuteremo”. Da allora non so, avremo messo su centinaia di recite se contiamo le trasferte in altre città, avuto con noi oltre quattromila figuranti».

Cosa è per te questo Presepe?

«È la ricerca del legame tra l’eterno e il tempo, tra l’onnipotenza e la nullità. C’è una preparazione a monte che porta a relazionarsi con altre persone, spesso ragazzini. Se si pensa che spesso hai soltanto figuranti giovanissimi, pochi soldi e poco tempo, è come se Michelangelo avesse realizzato una grande scultura in pochissimi giorni».

L’edizione più bella?

«Dal punto di vista artistico la più felice è stata quella in cui abbiamo messo in scena il Medioevo, nel 2010».

Quest’anno invece hai voluto integrare le comunità ucraine e rumene.    

«Sì e grazie a loro, a queste persone, io sono già al 26 dicembre. Il mio Natale l’ho vissuto in questi giorni, andando nelle loro case, avvertendo il loro calore e la loro dignità, la gioia di riconoscersi come gruppo, di farsi arrivare dalle loro terre i costumi tradizionali. Sono persone che vivono con noi da sempre, che spesso per poche centinaia di euro rimangono giorno e notte accanto alle persone anziane mentre gli stessi figli non resistono venti minuti. Diciamo che mi sono fatto attenzionare da loro e ho pensato: perché no? Anche perché negli ultimi anni li vedevo arrivare la notte di Natale, entrare nelle postazioni e farsi le foto che poi magari inviavano a casa, ai cari lontani. La difficoltà è stata mediare tra le esigenze, rispettandoci a vicenda».

Quanto costa una rappresentazione del genere?

«Quella della notte di Natale un po’ più di ottomila euro».

Per questo Natale hai ricevuto anche un’altra sorpresa: il maestro dei presepi Ferrigno ha creato un pastore con le tue fattezze.

«È stata una cosa molto simpatica. Mi hanno scritto e chiamato tantissime persone che sono poi andate da lui perché desiderano averlo, anche dalla Calabria. Il prototipo ora costa tantissimo, ma dovrà realizzare il vero e proprio pastorello».

Qual è la rappresentazione più bella che hai fatto con la compagnia dei Giocondi?

«Sono tantissime, “Sorè Mamm’ e ll’Arco” ha avuto grande presa, la più impegnativa fu l’Edipo Re, dovemmo costruire le porte di Micene».

Tu non reciti?

«Talvolta è accaduto, mi accorgo però di essere goffo e preferisco il ruolo di regista. Coordinando i vari settori e aiutando le persone a far uscire fuori i loro talenti, quel che hanno nel cuore. Ora sono alle prese con i casting e la grande sfida di realizzare il musical “Francesco è” con gli alunni di scuola media della De Rosa. Ho chiesto loro di scrivere le motivazioni per le quali vogliono partecipare, di preparare un brano a cappella da cantare e di scegliere un brano da recitare. Uno di loro ha portato “Se questo è un uomo” di Primo Levi».

A proposito di brani, come scegli quelli per la Notte di Lettura ogni anno? Anche questa tua idea è divenuta in fondo tradizione.

«Abbiamo un piccolo gruppo ristretto, ci confrontiamo e condividiamo anche con chi vuole suggerire i temi, magari usando i social network. Cerchiamo solitamente un sentimento, un valore, poi procediamo alle scremature. Ma anche lì, se tutto fosse sostenuto un po’ di più da chi di dovere andrebbe meglio. Quel che si vede è solo un minimo di ciò che potrebbe essere».

La Cultura è adeguatamente valorizzata a Sant’Anastasia?

«Dovremmo puntare sulle radici, sul territorio. Viene fatto, ma come piccoli segmenti, senza rete, senza collegamenti, senza progetto unitario».

Se dovessi dare un consiglio all’attuale assessore?

«Quello per cui sto ancora aspettando. Si è detto che sarebbe stata creata una sorta di piccola consulta per stabilire quali siano i progetti che l’amministrazione intende sostenere. Per il resto, se c’è chi vuole organizzare un evento potrebbe ricevere il patrocinio, la struttura, la vigilanza e basta, piuttosto che un’erogazione a pioggia così come viene. Pensiamo per esempio a Carmine Giordano e alla sua scuola di teatro che vive una costante incertezza. Bisogna dotarsi di strumenti e poi pianificare, tutto qui».

Insomma, investire sulla cultura.

«Sì, ma che non diventi questo uno slogan. Lo dicono tutti. Si fa un concerto e si pensa di aver fatto cultura».

A tua memoria, chi è il sindaco che si è speso di più sul fronte cultura?

«Nessuno. Come progetto organico non c’è stato davvero nessuno. Ci abbiamo provato con Esposito nell’anno intero di celebrazioni per il Bicentenario, lui è stato a dire il vero pronto, si è fidato, non ha intralciato».

Hai scritto due libri, l’ultimo è in uscita a gennaio.

«Anche diversi copioni teatrali, a dire il vero. Ho collaborato poi con Dora Celeste Amato per il volume dedicato al Presepe Vesuviano con bellissime immagini di Salvatore Giordano, sempre il presepe riguarda “Quanno nascette ninno”. Ma se parliamo di libri un attimo più professionali sì, sono due. Il primo è “Oltre le nuvole”. Venerdì 8 gennaio 2016 presenteremo invece a Villa Giulia il nuovo, si chiamerà “Viandanti in cerca di senso – uno psichiatra si fa tuo amico” edito da Guida. Vorrei fosse un evento e invito tutti, non certamente per trionfalismo. È in fondo la storia di un accompagnare l’adolescente alla maturità passando attraverso la consapevolezza di sé, ripercorrendo intelligenza, affettività, motivazioni, comportamenti. Questo “edificio” dell’Io ha delle pareti che sono le norme, i valori ne sono il tetto: dai più semplici, come l’amore e l’amicizia, a quelli più complessi ossia il vero, il bello e il buono. Si passa attraverso queste cose, analizzando la persona, le sue dipendenze, i suoi disturbi, arrivando alla fine, alla elaborazione del concetto di morte. C’è una piccola appendice scientifica curata dalla psicologa Vera Giordano, la prefazione del ministro provinciale dei francescani, Eduardo Scognamiglio e la postfazione del professore Raffaele Giglio, docente ordinario di Letteratura Italiana alla Federico II».

Tu invece cosa leggi, qual è il libro che ti ha più segnato?

«Tanti, ora sto leggendo “La Gerusalemme d’Italia”, un saggio di Franco Cardini. Amo la narrativa solo se italiana e non tradotta».

Il film?

«Fatico a trovare storie che non siano violente, superate o con grandi conflitti senza risoluzione. Guardo giusto un cine panettone o quei film d’evasione che strappano una risata».

Hai un po’ di tempo da dedicare solo a te?

«Poco, ma sono fautore del concetto: fai agli altri quel che vuoi fare a te. Sono in grado di radermi anche senza guardarmi allo specchio, penso a me ora perché sto pensando a te. È questa la dimensione che mi appartiene».

Farai pure, se sei da solo, qualcosa che ami, che ti piace.

«Suono il pianoforte, talvolta. Pezzi classici, quelli che ho studiato. E ascolto buona musica. Tutto tranne il jazz, quello no, non mi piace».

Il personaggio politico che ha più influenzato la tua formazione?

«Giulio Andreotti. Perché mi colpiscono le persone con grande intelligenza e soprattutto chi non ha tempo. Perché le persone che non hanno tempo sono in grado di fare tutto, sono organizzate. Lui era un abile tessitore, ha cercato di vivere i valori nei quali credeva. La storia farà poi luce sulle zone che potrebbero apparire d’ombra».

Tieni diari come faceva lui?

«No, non occorre. Ho una memoria da elefante. Sono in grado di ricordare persone che ho visto venti anni fa, magari anche i sintomi che avevano o cosa hanno detto. Purtroppo spesso questa dote mi spaventa perché diventa percezione. La chiaroveggenza altro non è, in fondo, che intuizione, elaborazione rapidissima degli input. Per esempio, se dovessi chiedermi cosa accadrà tra tre mesi a Sant’Anastasia in campo politico, riuscirei a immaginarlo. Ma non lo chiedere».

Perché no?

«Perché le sensazioni sono talvolta solo esaltazioni».

Nel senso che tu pensi cose che poi puntualmente si verificano?

«Sì, tanto che mio padre mi proibiva di parlare prima in certi casi».

Va bene. Tra tre mesi la situazione politica evolverà in senso positivo o negativo?

«È Natale, lasciamo alla speranza la possibilità di stendere il suo velo».

Come vuoi. Posso chiederti qual è il tuo peccato preferito?

«La gola, ai dolci non resisto».

Uno in particolare?

«Tutti, faccio prima a dire quello che non amo: la pastiera. Non mi piace, nonostante i profumi».

Sei mai stato innamorato?

«Sì, anche sul punto di sposarmi. L’ultima volta avevo 32 anni. Mi sentii però immediatamente ingabbiato e verificai che la persona per la quale ero addirittura riuscito ad abbandonare per un giorno intero il mio studio, a marinare il mio ambulatorio, non era quella che credevo. Uno scampato pericolo. Come ti ho detto sublimo con i pazienti, anche spesso più grandi di me, il desiderio di paternità».

Avresti potuto adottarlo, un bambino.

«Un bambino deve avere anche una madre, non può crescere psicologicamente sano con un riferimento unico. In caso contrario Dio ci avrebbe creati con un meccanismo di autofecondazione o fatto nascere sotto i cavoli».

Perciò a tuo parere un bimbo che cresca con un solo genitore o con due padri, magari due madri, viene su male?

«Sicuramente. Così come cresce male quando purtroppo si interrompe una storia di vita e di amore».

Dunque sei per il sacrificio dei genitori, in quanto coppia, a tutti i costi. Restare insieme qualunque cosa accada per il bene dei figli?

«Non certo ad oltranza, laddove esiste un inferno tale da non renderlo possibile certo che no. Ma ho visto adolescenti stare malissimo, piangere perché il proprio padre si era magari innamorato di un’altra donna. Occorre un attimo di ragione, l’uomo è anche intelligenza non solo emotività che corre dietro alle favole».

Cos’è l’amore per te?

«Essere in sintonia con l’altro. Essere disposti anche a perdere tanto purché l’altro cresca. Emozione, intelligenza, comportamento. L’amore è soprattutto sentimento ma, ad un certo punto, deve intervenire la capacità di mettere a fuoco questa emozione. In caso contrario sarà solo un grande falò, una grande passione se vuoi, ma non amore».

L’amicizia?

«Per taluni aspetti è addirittura superiore all’amore perché il piacere viene traslato, un amore senza corpo che è una sorta di sublimazione».

Ne hai di amici?

«Sicuramente, tantissimi. Ogni età ha le sue manifestazioni, l’amico per la pelle appartiene soprattutto alla gioventù, ma persone che contano per me allo stesso modo in cui io conto per loro ve ne sono, anche molti più di quel che sembrano».

Viaggi molto?

«Abbastanza, sono fatto per viaggiare. Non soffro dei fastidi che provano in molti, dormo serenamente su letti scomodi e non pretendo cibi particolari. Mi adeguo anche fisiologicamente e vado ovunque purché sia in Europa. Altre culture, come quella americana, non hanno su di me alcun fascino. Tranne il Messico forse, non solo per Guadalupe, meta di pellegrinaggio, ma perché il fascino archeologico di quei luoghi che vorrei vedere è enorme. Scenari fantastici che farebbero sentire chiunque piccolissimo».

Il viaggio più bello?

«Direi tutti, anche i pellegrinaggi. Vado a Lourdes una o due volte l’anno, sono stato spesso in Terra Santa là dove tutto ebbe inizio. In Alsazia, in Lorena. I fiordi norvegesi mi hanno impressionato: se taci un attimo in quei posti puoi ancora ascoltare il silenzio».

Quale Papa consideri il «tuo»?

«Paolo VI. Tutti i pontefici sono stati attenti all’uomo ma quel Papa ha sofferto con l’uomo. Se facciamo silenzio possiamo ancora sentire la sua grandissima supplica ai rapitori di Aldo Moro».

E Francesco?

«L’attuale pontefice ha la grande serenità dell’uomo di Dio coniugata all’intelligenza dei Gesuiti».

L’opera d’arte più bella?

«La Sagrada Familia, dà un senso di incompiuto, di attenzione, di tensione. Opera dell’uomo che continua con l’uomo».

Se invece fosse possibile avere sulle tue pareti un dipinto famoso, così da poterlo avere sempre offerto al tuo sguardo, quale sceglieresti?

«Sceglierei un dipinto di El Greco. Uno qualsiasi. Amo la serenità ma presto grande attenzione alla sofferenza e, piuttosto di un dipinto che mi dia pace, vorrei avvertire e percepire il senso di incompiuto dell’uomo. Aspetto che si ritrova in ogni sua opera».

Se dovessi ripetermi il primo proverbio che ti viene in mente?

«Uno napoletano: “dicette ‘o pappice vicino ‘a noce: damme ‘o tiempo ca te spertoso”».

Concetto che è tuo anche nella vita?

«Ho già detto che sono tenace».

Ed è questo l’aggettivo che sceglieresti per descriverti?

«Sì, tenace».

Quale politico attuale, non importa se italiano o straniero, ritieni in grado di fare qualcosa di grande?

«Ci sono politici in questo momento?».

Credo che sia una risposta chiara.

«Chiarissima».

Se invece dovessi dirmi, parlando della politica locale, quali giovani impegnati in politica – non importa in quale schieramento – hanno secondo te i numeri per fare il bene di Sant’Anastasia, quali sceglieresti?

«Direi Luigi Corcione, ragazzo intelligente, sensibile e tenace. Rivedo in lui molte delle mie caratteristiche. Ma anche Peppe Maiello, determinato ed intellettualmente onesto. Ve ne saranno sicuramente altri, ma mi sovvengono immediatamente solo questi due nomi».

Sai che Giovanni Barone ha scelto gli stessi due giovani rispondendo alla medesima domanda?

«Del resto siamo cresciuti insieme, nati entrambi nella Dc e abbiamo condiviso esperienze formative in ambito associativo. Non mi stupisce».

Che pensi delle donne in politica?

«Hanno di sicuro più intelligenza e determinazione degli uomini».

Quali qualità imprescindibili credi debba avere una persona che si candida a guidare la sua comunità, un sindaco?

«Intelligenza, capacità di cogliere i segni, di vedere un po’ più lontano degli altri. Deve essere una persona buona e avere capacità di mediazione».

Dell’attuale presidente del Consiglio dei Ministri cosa pensi?

«Matteo Renzi è un grande lavoratore, è determinato e sa stare in mezzo alle persone. Ma la nostra è una società articolata che probabilmente richiederebbe maggiore perspicacia».

In questo particolare momento storico credi che ci sia un partito in grado di rappresentarti?

«No, faccio fatica a trovarne. I miei valori sono sicuramente al centro ma occorrerebbe un contenitore che sia in grado di convogliare le istanze come innovazione e capacità, un tempo ritenute patrimonio della sinistra, con l’attenzione all’imprenditoria e di allocazione di risorse di cui parla la destra».

Qual è oggi il male peggiore della società?

«Il volere tutto e subito. Si dimentica quella che era la fatica dell’esistenza, la gioia di aver conseguito un risultato. Accade così anche nei rapporti interpersonali: oggi un ragazzo e una ragazza concretizzano ancor prima di chiedersi il rispettivo nome, prima di conquistarsi, pensare, emozionarsi. Non è un bene».

Un difetto dei tuoi concittadini, gli anastasiani?

«Siamo ancora fermi a quel gioco di una volta per cui se uno si distingue un po’ va impallinato».

Ossia l’invidia?

«No, l’invidia è differente. Accade se qualcuno vorrebbe impallinarti per prendere il tuo posto. Io parlo del gusto gratuito di abbattere gli altri».

Il luogo di Sant’Anastasia che ti emoziona di più?

«Tutta, davvero. Basta avere la capacità di viverla, passeggiare al mattino presto o la sera tardi, passare lo sguardo sui luoghi di incontro che portano con sé la speranza di vederli più tardi pieni di persone, di gente che si incontrerà poi davvero».

Il tuo rapporto con il denaro?

«Una frana, non so nemmeno quanto ho in tasca. Forse perché, vivendo da solo, non ho grosse esigenze».

Cosa compri per te?

«Soprattutto libri. Le sigarette me le regalano, dei vestiti purché dignitosi non mi importa molto, metto anche quelli di mio fratello».

Il regalo più bello che hai ricevuto?

«Ora che tanti conoscono la mia passione per i presepi ne arrivano tanti, di continuo e di ogni foggia. Sono tutti molto belli».

Quello che hai fatto tu?

«Non so, forse una rosa. Mi piace offrire un regalo non per stupire ma per stupirmi in quel momento particolare. Di recente ero in un negozio di fiori dove ho incontrato la mia ex caposala. Ho preso una rosa e l’ho mandata all’attuale primario, una donna».

La donna, del passato o del presente, che consideri bellissima?

«Sophia Loren, se parliamo di bellezza. Per gli occhi, per la bocca, per il corpo. C’è qualcuna intrigante, un’attrice come Lina Sastri per esempio. Ma la donna è Sophia».

Quella riprodotta dall’arte, invece?

«Sarò scontato, la Venere di Botticelli. Pur se mi intriga l’espressione di Monna Lisa, della Gioconda di Leonardo, che non chiamerei sorriso».

Se non vivessi a Sant’Anastasia, c’è un altro luogo dove ti piacerebbe stare nel quotidiano?

«Un paesino dell’Umbria, magari. Dove si possa vivere a dimensione d’uomo».

Come ti immagini tra dieci anni?

«Un po’ rallentato nei movimenti ma ancora più arguto, il vino buono è migliore quando invecchia».

Hai ancora sogni da realizzare?

«Un bel pensionato per persone anziane. Forse rimarrà un sogno, ma ci proverò. Poi mi piacerebbe che qualcuno si svegliasse domani e decidesse di offrirmi fondi per realizzare un’opera teatrale che vorrei mettere in scena: un musical sull’Apocalisse. Ci penso ormai da diversi anni, vorrei rendere questa dimensione dopo la quale tutte le lacrime saranno asciugate, dove non ci sarà dolore, tensione, offrendo emozioni che fanno pensare al sogno. Sarebbe come strofinare una lanterna magica e vedere il genio».

Finiamo con un tuo augurio che, insieme al Presepe, vuoi regalare alla comunità anastasiana?

«Mi auguro che il Signore benedica tutti noi nel senso biblico del termine, che ci mostri il suo volto. E che, allo stesso tempo, a tutti noi sia data la capacità di aprire gli occhi per incontrare questo volto e chinare il capo per ricevere questa benedizione».