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Baritono, componente e già presidente della Consulta Musicale di Somma Vesuviana, gestisce l’Archivio Storico cittadino ed è nella Commissione comunale Toponomastica. Divide la sua giornata tra l’azienda di famiglia, la nota caffetteria e pasticceria «Masulli», e le sue passioni: dalla musica agli archivi, dalla storia patria alla ricerca.

Alessandro Masulli ha 47 anni, è sposato con Anna e ha due figli, Silvio e Giusy Isabel, rispettivamente di sedici e otto anni. Nato e vissuto a Somma Vesuviana, ha lasciato la sua terra per soli dieci anni durante i quali ha realizzato il sogno di cantare al Teatro dell’Opera di Roma. Ha studiato al Conservatorio napoletano di San Pietro a Majella e si è perfezionato in canto e interpretazione lirica nella capitale, con il maestro Carlo Di Giacomo. Inseguendo un’altra delle sue passioni, ha conseguito il diploma universitario in archivistica, paleografia e diplomatica all’Archivio di Stato di Napoli. Da militare, a Lecce, è «tamburo maggiore» della  banda musicale della Scuola Truppe Corazzate e poi, dal 1996 al 2011, come artista del coro all’Opera di Roma, ottiene anche una parte da comprimario, quella del «Gesuita» nel «Boris Godunov». Nel frattempo si sposa e torna definitivamente a Somma Vesuviana per dedicarsi con il fratello Antonio alla conduzione della Masulli srl, azienda in piedi dagli anni ‘30. Ha scritto due libri, «Vincenzo Romaniello – gloria della musica italiana» con la prefazione del maestro Vincenzo De Gregorio già direttore del Conservatorio napoletano e «Note Vesuviane – viaggio tra fanfare, bande e musicisti sommesi» con la prefazione del maestro Roberto De Simone ottenendo, per quest’ultimo, un apprezzamento dal presidente della Repubblica che era, allora, Giorgio Napolitano. Con Felice Marciano e Luigi Ambrosio, è autore anche del libro «Monsignor Raffaele Menzione». Dal 2006 è responsabile dell’Archivio storico di Somma, dal 2002 al 2014 è stato presidente della Consulta Musicale comunale e nell’aprile di quest’anno è stato nominato componente della commissione Toponomastica. Come d’abitudine per questa rubrica, gli interessati al profilo astrologico del protagonista ne trovano i dettagli nella carta natale allegata in coda all’intervista. Masulli è nato sotto il segno dei Gemelli ed ha l’ascendente in un altro segno d’Aria, l’Acquario.

Alessandro, la musica ha fatto sempre parte della tua vita, anche da bambino?
«Sì, da quando mio nonno Alessandro mi portava con sé nelle piazze per ascoltare le bande musicali. Era un suonatore di flicornino in mi bemolle e faceva parte della Banda Città di Somma Vesuviana con il maestro Pasquale Raia. Da allora porto nel cuore l’amore per la musica bandistica, mi insegnò ad ascoltare in silenzio, ad apprezzare ogni nota».

La tua famiglia ti ha incoraggiato?
«Mio padre Silvio e mia madre Giuseppina erano inizialmente un po’ perplessi. Papà nasceva come pasticciere e c’era già la caffetteria Masulli messa in piedi dal nonno, mamma una casalinga figlia di commerciante, non era nell’ordine delle cose che il loro primogenito si dedicasse completamente alla musica ma il timbro della mia voce piaceva a tutti, erano orgogliosi, volevano che questo dono fosse portato fuori, conosciuto da altri. Del resto c’e mio fratello Antonio che si è subito votato all’azienda di famiglia diventando poi il bravissimo pasticciere che oggi è apprezzato da tutti, mentre Amedea, l’ultimogenita, ha studiato scienze religiose».

Però non hai deciso subito di studiare musica, cosa volevi fare da ragazzo?
«Il mio sogno era diventare un matematico, sono cresciuto con l’influenza di mio zio, Angelo Masulli, docente di matematica e fisica, ho scelto il liceo scientifico per questo. Era una passione forte che però all’Università – mi iscrissi infatti alla facoltà di Matematica – si scontrò con la realtà. Sostenni cinque esami accorgendomi giorno dopo giorno che quelle materie astratte, difficili, non combaciavano con la materia che mi aveva appassionato. In più ebbi un aspro confronto con un professore e così decisi di andare verso l’altro amore, la musica».

Com’è iniziata davvero la tua carriera di baritono, qual è stato il debutto?
«Subito dopo il periodo da militare a Lecce. Appena tornato a Somma Vesuviana fui invitato dall’allora sindaco Alfonso Auriemma a cantare per una serata in piazza. Mentre sul palco intonavo «Tu ca nun chiagne» e il celebre ritornello «comm’è bell ‘a muntagna stanotte» insieme al compianto maestro Giovanni Auriemma, tra il pubblico c’era un maestro di canto molto importante, Amedeo Moretti, tenore al San Carlo di Napoli, che ascoltò la mia voce. Volle darmi lezioni private e da lì nacque il mio lungo viaggio nella musica. Dopo un anno di studio mi portò con sé a Roma dal maestro Carlo Di Giacomo mentre, parallelamente, iniziavo gli studi al Conservatorio. Ero già grande, avevo 23 anni, dunque vi entrai da privatista, l’unico promosso in quel periodo. Erano gli anni in cui c’era Roberto De Simone che invitò Katia Ricciarelli, ebbi l’onore di conoscerla e rivederla poi in altre occasioni a Roma. La seconda parte dei miei studi l’ho fatta a Salerno per gli esami di arte scenica e di armonia. Nel ’95 partecipai ad un’audizione al Teatro dell’Opera, entrai in scena, cantai e stavo per andar via convinto di non essere ancora pronto, di non potercela fare. Invece dal verbale della commissione spuntò anche il mio nome, una lunga strada durata dieci anni come artista del coro baritono. Il ’98, anno in cui è nato mio figlio Silvio, è stato bellissimo anche perché fui scelto per una parte di solista nel Boris Godunov. Naturalmente ho cantato in tante opere, Nabucco, Turandot, l’Olandese Volante e molte altre».

Nel frattempo ti sei sposato, perciò tornavi a Somma dalla tua famiglia appena possibile. Quando hai deciso di ristabilirti definitivamente nella tua città natale?
«La morte di mio padre ha influito molto. C’era una società da gestire e dunque ho fatto una scelta, meditata, voluta. Ora lavoro al mattino con mio fratello Antonio in pasticceria e al pomeriggio mi dedico a tutte le altre mie attività che, principalmente, sono e restano passioni: la musica, l’archivistica, la ricerca storica».

Ai tuoi figli piace la musica?
«Silvio ha studiato pianoforte e per un periodo ha suonato e si è esercitato costantemente, di recente abbiamo riascoltato una delle sue brillanti esecuzioni che destavano meraviglia tra i miei amici. Ora però ha scelto l’istituto alberghiero, lavora con lo zio e si sta perfezionando nell’attività di famiglia, anche se credo sia più propenso ad una scelta diversa, quella che riguarda la ricezione, l’accoglienza. Giusy Isabel, che si chiama così perché ho voluto onorare sia mia madre che mia suocera Isabella, è una buona cantante lirica, appassionata, fa parte del coro della scuola «Raffaele Arfè», il migliore, diretto dal maestro Claudio Boccia. So che è un insegnante qualificato che saprà formarla, siamo amici, abbiamo partecipato insieme a tanti concorsi musicali, ci capiamo con uno sguardo».

La passione per l’archivistica, piuttosto inusuale, come nasce?
«Sono uno studioso di storia patria, mi sono appassionato alla ricerca fin da giovanissimo. Credo sia cominciato tutto con la rivista Summana alla quale mi chiesero di collaborare mentre ero ancora al quinto anno del liceo scientifico, ma anche dall’influenza di un altro componente della mia poliedrica famiglia, Bruno Masulli, è famoso il suo libro “Saluti da Somma Vesuviana”. Per la rivista Summana scrissi il mio primo articolo, scegliendo come argomento la processione del Bambino Gesù che si tiene a Somma Vesuviana il primo gennaio di ogni anno».

Non l’ho mai vista, non è tra le più famose. Perché proprio quella?
«L’hanno sempre snobbata tutti, non se ne parla come per altre. Anticamente partiva dall’Arciconfraternita del Santissimo Rosario, adiacente alla chiesa di San Domenico. Poi pian piano, con la soppressione dell’Arciconfraternita, l’asse si spostò nella chiesa del Carmine ed era una famiglia, quella dei D’Avino, a gestirla, come tuttora. Una processione laica, dalle origini laiche, gestita da una famiglia: unica, singolare e bellissima, già citata in documenti del ‘700».

Cos’ha di particolare?
«Normalmente, in tutta Italia, le processioni del Bambino Gesù si tengono il 6 gennaio, questa avviene per statuto il 1 di ogni anno. In un documento del 1777, conservato a Napoli, è riportato che questa processione aveva un suo Priore appositamente nominato. La statua del Bambino, alta circa sessanta centimetri, è conservata da privati, mi risulta che presto dovrebbe avere una sua cappellina, forse proprio nella vecchia sede dell’Arciconfraternita. Insomma, mi appassionai a questa tradizione e ne scrissi per Summana, fu il mio primo articolo. In seguito ho frequentato corsi sulla conservazione e valorizzazione dei beni culturali ecclesiastici a Nola, all’Istituto di Scienze Religiose, perfezionando la materia».

Interesse anche spirituale? Sei cattolico?
«In certi momenti mi sento più cristiano che cattolico. Sento forte l’amore per l’entità superiore che ci domina, un po’ meno credo in chi la rappresenta in terra. Dico sempre che andare in chiesa è come recarsi ad assistere ad un’opera, lirica o teatrale che sia, e rivederla per migliaia di volte consecutive. Storicamente la celebrazione eucaristica è un primo esempio di dramma, di azione sacra nella quale intervengono attori. Come rivedere la Traviata per mille volte e poi ancora per mille volte, a un certo punto non la si ascolta nemmeno più».

Parliamo del tuo impegno in due, anzi ora sono tre, istituzioni comunali: l’Archivio Storico che gestisci dalla sua istituzione, la Consulta Musicale della quale sei stato presidente fino al 2014 e della quale fai ancora parte e la commissione Toponomastica.
«L’Archivio comunale fu inaugurato con il sindaco Vincenzo D’Avino nel 2005 e lo si intitolò a Giorgio Cocozza, vero “topo” d’archivio e storico della patria. Io ero già presidente della Consulta Musicale, ruolo che oggi è del maestro Rosanna Cimmino, e chiesi al sindaco, al consiglio comunale e alla giunta se il presidente della Consulta poteva gestire l’archivio storico in quel momento chiuso, con parecchie richieste di persone che volevano accedervi. Fu fatta una delibera, la numero 69 del 2006, e così presi in carico la gestione. Da lì è stato fatto un bel salto di qualità, enorme. Ma non dovrei dirlo io, a parlare sono i fatti. Ora è un gioiellino, non più una topaia. L’abbiamo rimesso a posto, riordinando tutti i settori e soprattutto quello più importante dello Stato Civile, la nostra memoria storica. Quel che c’è oggi è arrivato pian piano, l’archivio comunale era in uno stato desolante, sotto una cantinola del chiostro di San Domenico, e gli amici di Summana avevano già in precedenza messo un po’ a posto la situazione con un progetto negli anni ’90, sotto la guida della Sovrintendenza dei Beni Archivistici con la quale oggi abbiamo un collegamento costante».

Qual è il documento più importante, o quello che consideri più bello, trovato nell’Archivio?
«Libri del Decurionato in pergamena, scritti a mano in uno stile chiaro e caratteri semplici, mantenuti intatti a dispetto del tempo, i manoscritti dell’Università di Somma. Ora la sede è al piano superiore della vecchia Asl, nella piazzetta antistante San Domenico e restiamo aperti il martedì e il giovedì dalle 16, 30 alle 18,30, contribuendo enormemente al lavoro di molti neolaureandi, personaggi della cultura e storici della patria. I documenti più antichi, che poi documenti in senso stretto non sono, erano i messali liturgici che ora sono a Santa Maria del Pozzo per il restauro, sotto l’occhio attento del professore Emanuele Coppola, del resto venivano da lì. Abbiamo documentazioni e testimonianze di processioni solenni, di questi quartieri murati che avevano i loro Consigli, i loro eletti. Somma Vesuviana comprendeva un territorio vastissimo che abbracciava Sant’Anastasia, Pollena Trocchia, Massa di Somma, il quartiere Pacciano di Pomigliano d’Arco e l’attuale Ponticelli. Ricordo una vecchia diatriba tra me e il sindaco Allocca, lui sosteneva che Somma Vesuviana fosse un comune, invece non lo è, è sempre stata una città. Il fatto stesso che avesse dei casali lo conferma».

Posso chiederti se la tua caratteristica «erre» moscia si sente solo quando parli?
«Intendi se ce l’ho anche quando canto? Effettivamente no, è questione di allenamento, di abitudine, di posizione della mandibola. Ho anche fatto esercizi di logopedia, ma è un piccolo difetto che non mi crea alcun problema alla voce, dunque ho smesso».

Mi dici perché una città decide di istituire, credo tra le pochissime nel Sud Italia, una consulta musicale?
«Perché lo si è deciso quando assessore alla cultura era un personaggio di un certo livello, Gianni Piccolo, nella giunta di Vincenzo D’Avino. Un sociologo colto, mentalmente aperto, che mi accennò di voler ripetere una esperienza vista appunto nel Nord Italia. La cosa si concretizzò, nacque in breve tempo questa nuova istituzione, una commissione di cui facevano parte nomi del panorama musicale e storico di Somma Vesuviana. Nella prima riunione, il compianto professor Giuseppe Nota chiese di votare per me quale presidente, così fu per acclamazione».

Ora la presiede il maestro Rosanna Cimmino e tu ne fai ancora parte, siete in tredici se non erro. Quanto dura in carica?
«Cinque anni. Ma adesso l’assessore alla Cultura, Elena Terraferma, vorrebbe dare più valore all’istituzione. Oggi i componenti sono nominati dalla giunta, si vorrebbe farli invece eleggere dal Consiglio comunale».

Dunque sarà allo studio un regolamento che passerà al vaglio dell’assise?
«Sì, se avvenisse così, il presidente sarebbe lo stesso assessore alla Cultura pro tempore, che potrebbe poi nominare un coordinatore».

In questo caso, pur ritenendo le elezioni meglio delle nomine, non credo che avrà vita facile il cambiamento.
«In effetti l’opposizione ha già espresso molte perplessità, il consigliere Peppe Auriemma in particolare».

Cosa fa esattamente una Consulta musicale?
«Lo dice la parola stessa, propone un calendario di eventi all’assessorato da predisporre insieme, non solo musicali ma anche storici e culturali. Finora abbiamo per esempio avuto l’onore di ospitare tante fanfare, da quella dei bersaglieri a quella dei carabinieri.  Il ricordo più bello è la deposizione di due lastre di marmo sul monumento ai Caduti, con i nomi dei combattenti della prima e della seconda guerra mondiale. Accanto al sindaco Raffaele Allocca c’era il Questore di Napoli con la fanfara della Polizia. Un momento molto importante e commovente».

C’è qualcosa che avresti voluto fare da presidente e in cui invece non sei riuscito?
«Il mio sogno era una Banda Musicale comunale. Un pezzetto di questo desiderio lo sta portando avanti l’associazione Antonio Seraponte, ma è difficile farlo senza l’ausilio del Comune. La banda del maestro Pasquale Raia, quella in cui mio nonno suonava il flicornino era cittadina, non comunale, in competizione con quella degli orfani di guerra diretta dal maestro Enrico Cecere che aveva sede a Santa Maria del Pozzo. Somma Vesuviana ha una storia bandistica e non averne una «nostra» è una grande lacuna: la banda fu soppressa, insieme alla scuola di musica con delibera del podestà Angrisani nel 1927, per mancanza di fondi. Ora ci si appoggia alla famiglia Seraponte, appunto, che arruola persone anche esterne per eventi come la processione del Cristo Morto il venerdì Santo».

Una tradizione molto bella, quella del Venerdì Santo, ne hai scritto, ti è cara?
«Moltissimo, la processione dell’Addolorata è la più suggestiva e commovente, quella che segna l’ultimo atto della scenografia drammatica della Pasqua sommese. Prima di cominciare l’avventura al Teatro dell’Opera ero un cantore, poi ho dovuto smettere perché non potevo forzare la voce. Ma l’ho studiata e ne ho scritto, come fatto teatrale edificante. Uscirà a breve un libro, Il Meridione, del professore Guido D’Agostino dell’Università di Napoli, che ospita un mio saggio sulle Confraternite e sulla processione sommese del Cristo Morto in particolare».

Tu canti ancora?
«Insegno, ho qualche alunno cui impartisco lezioni private. Ma i giovani appassionati alla lirica sono ben pochi oggi, la maggior parte sono condizionati dai reality, dai talent show in tv,  vogliono perseguire quelle strade. Spero che qualcuno dei miei allievi diventi un giorno un buon cantante lirico, è una strada difficile, impegnativa ma molto bella e soddisfacente».

Quando sei da solo che musica ascolti?
«Lirica, classica, folkloristica. Sono un appassionato cultore della Nuova Compagnia di Canto Popolare».

Qual è l’opera lirica che ami di più?
«L’opera lirica per eccellenza rimane “L’elisir d’amore” di Gaetano Donizetti. Ho più volte interpretato il duetto tra Nemorino e Belcore, nella parte di quest’ultimo. Il battibecco tra rivali per amore di Adina».

Il soprano che consideri attualmente più brava?
«Rajna Kabaivanska è la più preparata di tutte, ma in Italia ve ne sono tantissime, tutte molto brave».

Il tenore, invece?
«Molti italiani, tutti eccellenti e ancor più bravi di chi la notorietà e i media hanno messo in evidenza. Andrea Bocelli, come accadde per lo stesso Pavarotti, sono semplicemente entrati in un circuito che li ha resi famosi».

Ma i più grandi di tutti i tempi chi sono stati per te?
«Il soprano certamente Maria Callas, la Divina. Le altre, la stessa Katia Ricciarelli, sono cadute dal piedistallo dove le cantanti liriche dovrebbero rimanere. Perché quest’arte necessita di studio e tantissimo riposo per conservare intatto lo strumento, ossia la voce. Il tenore, senza dubbio, Alfredo Kraus. Lui fu invitato da Pavarotti, Domingo e Carreras a cantare con loro: i tre tenori dovevano essere quattro. Ma lui rifiutò, era un grande tecnico della voce a differenza degli altri e sono felice di aver potuto ascoltare qualche sua lezione, così come sono onorato di aver  conosciuto il grande baritono Leo Nucci».

Da aprile sei impegnato nella commissione Toponomastica, sembrerebbe un compito facile ma a Somma Vesuviana non è così, vero?
«Infatti, non lo è. Innanzitutto occorre una preparazione adeguata e poi ci sono alcune questioni irrisolte che fanno intravedere futuri momenti di tensione. La commissione è presieduta dal sindaco e i componenti, oltre a me, sono Ciro Raia, Anna Bruno, Rosanna Monzione, Salvatore De Stefano, Arcangelo Rianna e Pasquale Di Palma. Ci siamo riuniti già tre volte e nell’ultima seduta – io ero assente – è stato eletto coordinatore il prof. Ciro Raia. C’è all’ordine del giorno un problema annoso: l’intitolazione di piazza Vittorio Emanuele III a Francesco De Martino e qui c’è un intoppo che stiamo tentando di risolvere. La piazza fu già, come sai, intitolata a De Martino ma sopravvennero polemiche, un consigliere comunale allora di An strappò fisicamente la targa dal muro. Il sindaco Allocca, evidentemente per calmare le acque, predispose i documenti per intitolare a De Martino un’altra piazza. In pratica ora Piazza de Martino c’è già, è l’attuale piazza “3 Novembre”: c’è il placet della Prefettura e anche quello dell’Istituto di Storia Patria, manca solo la targa. Ma noi abbiamo fatto richiesta perché l’intitolazione sia nuovamente spostata in piazza Vittorio Emanuele III».

Una querelle infinita.
«Sì, infatti c’è altro: da qualche giorno è arrivata al protocollo del Comune la richiesta di un referendum popolare da parte del “Comitato De Siervo” presieduto da Biagio Esposito. Chiedono che il popolo si esprima e scelga di intitolare l’attuale piazza Vittorio Emanuele III al compianto sindaco e commendatore Francesco De Siervo».

Se davvero si facesse un referendum, conoscendo Somma Vesuviana, quale nome pensi prevarrebbe?
«Guarda che è un problema serio, un voto popolare si orienterebbe in maniera scontata verso chi i sommesi portano nel cuore. E in commissione c’è chi ha sollevato il problema di inviare al Prefetto una documentazione riguardante un personaggio che negli ultimi anni della sua attività è stato dichiarato ineleggibile. Per quanto mi riguarda, c’è stata qualche ombra e riguarda lo sversatoio, una questione che ancora oggi è poco chiara in merito alle reali responsabilità ma De Siervo è un sindaco che porto nel cuore, ho studiato i suoi atti e so che ha dato tanto al nostro territorio, in termini politici, di opere pubbliche, anche di rispetto dell’ambiente, nonostante tutto. In quel contesto agì in sinergia con Monsignor Raffaele Menzione, il sindaco e il prete costruttori. L’amore per la nostra città, di questo sono certo, l’hanno entrambi sentito forte».

Qual è stata la migliore amministrazione della città?
«De Siervo l’ho nel cuore, ma la migliore rimane l’amministrazione di Alfonso Auriemma. Fu pulita, con personalità di grandissimo livello, da Salvatore De Stefano allo stesso professore Ciro Raia».

Insomma, adesso c’è un problema da risolvere: De Siervo o De Martino. Ma se lasciaste Vittorio Emanuele III?
«Immagino tu stia facendo ironia, conoscendo un po’ le idee e le posizioni di taluni componenti la commissione».

Precisamente. Ma tu, potendo scegliere da solo, che faresti?
«Sono d’accordo ad intitolarla a De Martino, senza però offendere Vittorio Emanuele III, non sta a noi giudicare. Qualche scontro in merito c’è già stato».

Altre proposte di intitolazione di strade?
«Io ho portato sul tavolo due nomi, i musicisti Vincenzo Romaniello e Natalino Pellegrino. Inoltre stanno arrivando molte altre proposte, a prescindere dalla richiesta di referendum: per esempio c’è quella di intitolare Piazza Europa alle vittime della strage del Rapido 904. La famiglia Calvanese abitava proprio lì accanto e sarebbe molto bello. Dalla famiglia Tuorto è arrivata la candidatura del Cavaliere di Vittorio Veneto Aniello Tuorto, e molte molte altre».

La toponomastica femminile a Somma Vesuviana è inesistente, possibile che non ci sia una donna degna di figurare su una targa? Capisco la difficoltà di scegliere un assessore del gentil sesso, se vogliamo buttarla sull’attualità, ma una morta e sepolta cui dedicare una strada la troverete, no?
«La troveremo di sicuro, per ora non è arrivato alcun nome femminile».

Scrittrici, donne in politica, eroine.
«Provvederemo».

Cos’è quella medaglia che porti sempre al collo?
«Un tetradramma di origine greca, la riproduzione in argento di una moneta coniata sotto il dominio di Alessandro Magno. Da un lato raffigura Zeus assiso in trono e dall’altra la Medusa che pietrifica gli uomini che osano guardarla negli occhi. Sono un appassionato dell’epoca e la comprai al Banco San Paolo, la quotazione sale giorno dopo giorno, ma per me ha un incalcolabile valore affettivo».

Un portafortuna?
«No, non esistono. Non esiste nemmeno la fortuna, solo la vita che è un segmento con un inizio e una fine».

Mai pensato ad un impegno politico?
«No, ho avuto un’unica esperienza da candidato a Sant’Anastasia l’anno scorso e ho accettato per l’affetto che mi lega ad Annarita De Simone, nella lista di Forza Italia. Ma è stata la prima e l’ultima volta, la politica non è la mia strada».

Non c’è un politico attuale che ti convinca o ti coinvolga?
«No, non mi importa nulla della politica così come sembra che i protagonisti la intendano oggi. Per me la politica rimane ed è l’amore per la patria. Patria intesa sia come nazione, sia come città. Non posso identificarmi, se non nella politica precedente all’avvento della Repubblica, in quegli alti valori. Quando Giuseppe Verdi fu eletto senatore non accettò mai soldi, nemmeno il biglietto del treno: quello è amore per la patria, non posso riconoscermi in queste persone che oggi non sanno nemmeno cosa sia il sentimento patrio».

Dunque il personaggio politico in cui avresti potuto identificarti? Precedente o successivo alla Repubblica?
«Sandro Pertini o Enrico De Nicola, per tendenze umane, non politiche. Culturalmente sono invece legato all’epoca fascista, un’era in cui vigeva l’educazione, in cui la nostra nazione veniva rispettata, in cui c’era ordine e precisione. Quell’ordine ci ha fatto grandi, ora siamo lo zimbello del mondo intero».

Anche Somma Vesuviana avrebbe bisogno di ordine?
«Assolutamente sì, con un piano colore, con il ripristino del decoro urbano. Il centro storico che potrebbe essere una bomboniera è sconquassato, non c’è più la Somma Vesuviana meta privilegiata dei nobili napoletani. I palazzi bellissimi che dovrebbero essere recuperati cadono a pezzi».

La ricchezza più grande della città?
«Ancora è l’agricoltura che si è trasformata in industria. Le coltivazioni e i grandi commercianti. Somma Vesuviana è e rimane un paese agricolo, lo è ancora anche a livello mentale, manca qualcosa che la porti più su. Si vede anche da un certo feudalesimo riluttante».

C’è qualcosa, sul versante della cultura, che ti piacerebbe l’amministrazione facesse?
«Tante cose, ma prima di tutto bisognerebbe capire cosa fare del Castello d’Alagno. Aperto, chiuso, oggi lì a marcire nuovamente. Potrebbe essere un punto dove riunire insieme la biblioteca comunale, quella civica, i fondi che stiamo raccogliendo: l’Archivio Storico non è una biblioteca, non può esserlo e non può più sostenere tutte queste “entrate”, non c’è più posto, occorrerebbero altri locali. Il Castello sarebbe adatto per riunire tutte le attività, creando anche un Museo. Non mi sembra giusto che Somma debba appoggiarsi a Nola per conservare i suoi reperti archeologici. Anche i manoscritti liturgici, una volta restaurati, è giusto siano esposti al pubblico».

Sei appassionato di musica folkloristica, la tammorra ti piace?
«Non è certo il pianoforte».

Ma è una tradizione.
«Guarda, io credo che Roberto De Simone abbia compiuto, negli anni ’70, uno dei più grandi sacrilegi della storia con il suo “rapire” tutte le manifestazioni di culto che appartengono alla Madonna di Castello e portandole in teatro, denaturalizzandole. Dovevano restare lì, crescere in un contesto di fede. Somma Vesuviana, invece di diventare la culla della musica culturale di un certo livello, quella che era quando i nostri grandi personaggi, dopo aver lavorato nei campi o nelle botteghe, andavano nella sala musica e iniziavano a solfeggiare e suonare, è ora la terra dove si “studia” la tammorra. La trovo una deculturalizzazione, ci si è persi. Ciascuno ha la sua Madonna, la sua processione, ognuno fa a modo suo».

Cosa è per te l’azienda di famiglia?
«La caffetteria Masulli, diventata poi anche pasticceria, è un legame forte familiare, atavico, che ci unisce tutti. Padre, nonno, zio, ora fratelli. Io mi occupo dell’amministrazione, della parte contabile. Dolci non ne so fare, ci pensa Antonio».

Li mangerai, però. Quali sono i dolci Masulli che ami di più?
«Il bignè al cioccolato, è il primo dolce che mio padre mi ha fatto assaggiare ed ora mio fratello lo riproduce perfettamente. Ma anche la graffa, il nostro segreto – diceva papà – sono le patate. La qualità e la quantità delle patate nell’impasto».

Qual è invece il più venduto?
«Il tronchetto gelato, si chiama “Il Piacere di D’Annunzio”. Il nome glielo diede Giuseppe D’Avino, professore di matematica al Liceo Torricelli, dopo averlo assaggiato. A noi è piaciuta l’idea e glielo abbiamo lasciato».

Tuo fratello si è inventato prima di tanti altri il panettone con l’albicocca del Vesuvio, no?
«Sì, divenne quasi il gagliardetto sociale di Somma Vesuviana. Ci sono sempre parecchie richieste da tutta Italia e dall’estero».

Ti farebbe piacere se i tuoi figli prendessero la stessa strada?
«Silvio ha passione, è molto legato allo zio, gli sta accanto. Poi non so, dice di voler studiare anche scienze dell’alimentazione. Vedremo».

Ma tu cosa hai cercato di insegnargli?
«Dico sempre ad entrambi di non fermarsi mai, nella vita bisogna avere un ideale da perseguire e portarlo avanti. Gli ho insegnato che chi si ferma è perduto».

Il tuo ideale qual è stato?
«Inizialmente volevo restare a Roma, continuare con il Teatro dell’Opera. Poi mi sono accorto che il legame con il territorio, con l’attività di famiglia che non avrei mai abbandonato, era più forte. Se mio padre fosse vissuto, chissà, sarei rimasto nella capitale. Ma non ho rimpianti perché se mi guardo intorno vedo amici e colleghi di allora che si sono ritrovati per strada, senza lavoro, teatri in crisi. Uno sfacelo. Invece la tranquillità mentale e la famiglia accanto sono due cose che non hanno prezzo».

Immagino che una delle tue passioni sia la lettura.
«Certo, leggo tantissimo. Ma non romanzi, non li amo. Mi confronto invece tutti i giorni con i libri di storia locale, di antropologia, di storia medioevale, di quella napoletana. Con un’eccezione, per quanto attiene la letteratura: il Dracula di Bram Stoker».

Ti piacciono le storie di vampiri?

«I film, soprattutto. Ho una sfrenata passione per il genere gotico – horror e colleziono tutti i film che abbiano come protagonista il conte Dracula. Da piccolo chiedevo sempre a mia madre di vestirmi così a Carnevale, mi fecero un bellissimo costume e vinsi anche un premio».

Com’è il tuo rapporto con il denaro?
«Mia moglie dice sempre che se mi fermassero per strada con l’intenzione di derubarmi, potrebbero accadere due cose: i rapinatori mi picchierebbero o finirebbero per offrirmi qualche moneta. Non ne porto mai con me, ben vengano i soldi per quel che serve ma non ho verso il denaro alcuna esasperazione».

Dunque, se dovessi averne moltissimo, non ci sarebbe alcun sogno che vorresti realizzare?
«Si, a dire il vero uno c’è. Vorrei comprare il palazzo Vitolo, quello dove ora al piano terra c’è la pasticceria Masulli. Uno stabile del ‘700 che anticamente apparteneva all’Ordine dei Domenicani e passò poi alla famiglia Vitolo nel 1767. Amo quel luogo, lo ritengo magico, incantato. Non è un caso che in quella particolare strada le processioni passino per ben due volte, tutte. La sua posizione, di fronte ad una delle chiese più belle della città e quei chiaroscuri non appena scende la sera ne fanno davvero un incanto».

Ai tuoi figli, quando erano in età da fiabe, raccontavi favole o aneddoti della storia locale?
«Aneddoti della storia locale in forma di fiabe. Infatti Silvio è molto attratto dal mondo religioso, propiziatorio, agricolo, storico. Somma Vesuviana è anche questo».

La magia? A Somma Vesuviana ci sono ancora le fattucchiere?
«C’è una tradizione di magia buona, le donne si tramandano di generazione in generazione i riti per curare il malocchio. Fattucchiere non so se esistano, ma c’erano. Nel caso, sanno nascondersi bene nel contesto sociale».

Tu credi alla magia?
«Io credo a ciò che posso vedere con i miei occhi».

C’è un’opera d’arte famosa che ami più di tutte, tra quelle che hai visto?
«La Pietà di Michelangelo mi ha colpito molto. Sono stata ad ammirarla per molto tempo. Del resto mi colpisce tutto ciò che raffigura la Mater dolorosa, la mamma che esce fuori con tutta la sua pietà nel contesto religioso».

Questo mi fa venire in mente un film di Dario Argento, se penso alla tua passione per il gotico.
«Stai sicuramente pensando a “Inferno”, al culto delle tre madri degli Inferi: Mater Suspiriorum, Mater Lacrimarum, Mater Tenebrarum. In effetti ho la collezione di tutti i film di Argento, anche i cd con tutte le colonne sonore. Poi l’effetto delle citazioni latine è sempre forte, per me».

Lo ricordi ancora bene, il latino?
«Non solo lo ricordo, ma lo conosco bene. Ti entra nel sangue e non ne esce più, imbattermi in lapidi con scritte in latino nelle chiese è bellissimo. Vorrei si celebrasse ancora la Messa, in latino».

Il viaggio più bello che hai fatto?
«Ho un bel ricordo di una gita scolastica a Monaco di Baviera, ricordo la precisione tedesca, io sono un uomo d’ordine come ti ho detto. Ma anche il viaggio di nozze, solo qualche giorno a Roma dove lavoravo in teatro. Mi concessero un solo giorno di libertà per sposarmi e mia moglie venne poi con me, passeggiammo molto e scoprii insieme a lei tanti posti che, pur essendovi già stato da solo, mi apparvero diversi, più belli».

C’è un luogo nel quale vorresti invece andare?
«Mi piacerebbe l’Austria, per ovvi motivi. La Salisburgo di Mozart. E poi sogno di andare in Transilvania, a vedere i posti dove è vissuto il conte Vlad che ha dato inizio al mito di Dracula».

Studiosi estoni sostengono che la sua tomba si trovi a Napoli, a Santa Maria La Nova.
«A me piacerebbe che fosse a Somma».

 Avete già il «Munaciello», non esageriamo. Mi dici cos’è l’amicizia per te?
«Non ho molti amici, sono pignolo, qualcuno dice “pesante”. Ho un carattere difficile. Ma con quei pochi che frequento sono unito da un filo, dal piacere di discorrere, di colloquiare, di confrontarci sulle nostre passioni, da Dante a Carlo D’Angiò. Sono bellissime serate conviviali».

L’amore che peso ha avuto nella tua vita?
«Mi sono innamorato tanto e tante volte. Alla fine ho scelto l’amore più importante, per colei che è divenuta la mia compagna di vita e mia moglie. L’amore è questo, stare insieme e condividere, contribuire insieme e uniti allo sviluppo di un progetto preciso».

A proposito di tua moglie, qual è il piatto che cucina meglio?
«I maccheroni alla siciliana».

Per quale squadra di calcio fai il tifo?
«Non sono un tifoso sfegatato. Però simpatizzo per la Juventus perché non concepisco il calcio come fenomeno sociale ma come gioco, semplicemente. La Juve mi piace fin da quando ero piccolo, perché è una squadra, come dire, “ordinata” e ho seguito con attenzione anche le vicissitudini della straordinaria famiglia Agnelli».

Un tuo difetto e un tuo pregio?
«Sono pignolo, per me ordine e precisione sono fondamentali, come la pulizia. Se vedo disordine mi intrometto subito, sia in casa che in pasticceria. Se vedo una sola carta in terra mi arrabbio molto. Ecco, può essere un difetto e può creare fastidio negli altri. Il pregio, non so, ritengo di avere molta considerazione dei sentimenti e delle opinioni altrui».

Se dovessi stare per un breve periodo forzatamente da solo e potessi portare con te solo tre oggetti, quali sceglieresti?
«Se proprio non potessi portare una persona, cioè mia moglie, sceglierei un computer per essere comunque legato al mondo, un bel librone di storia medioevale e la mia automobile, una Nissan d’epoca primo tipo perché ci sono molto affezionato».

Per finire, se dovessi descriverti in poche parole a qualcuno che non ti conosce?
«Sono una persona aperta, socievole, amante della cultura, della storia, delle tradizioni, della dolcezza e soprattutto del saper vivere».

carta natale alessandro masulli

UN CAFFE’ CON