ORGANIZZAZIONE E IMPRENDITORIA CRIMINALE COME COSTRUZIONE SOCIALE

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La criminalità risale sempre a mediazioni culturali, è un fatto dovuto ai processi complessi della prassi sociale, una costruzione che definisce l”esito di un processo di reazione all”agire sociale deviante.

Chi rivolge l’attenzione al tema “economia e criminalità” si interroga sulle condizioni di produzione e di sviluppo delle organizzazioni criminali. Ponendo questa questione, oggi non ci si può aspettare di poter individuare un nesso inequivocabile e lineare, come la diminuzione o l’aumento dei tassi di criminalità corrisponda allo sviluppo dei processi economici. Altrettanto incerta si rivelerebbe l’ipotesi secondo cui lo sviluppo della criminalità dipenda solo dalle forme di controllo sociale statale.

La criminalità risale sempre a mediazioni culturali, non è un dato che si può percepire oggettivamente, ma è un fatto dovuto ai processi complessi della prassi sociale, una costruzione che definisce l’esito di un processo di reazione all’agire sociale deviante, di cui fanno parte cittadini, polizia e diritto e in cui si mescolano percezioni, interpretazioni e possibilità di azione e reazioni differenti e eterogenee.

La comprensione dello sviluppo delle organizzazioni criminali richiede, pertanto, la considerazione sia della sua produzione culturalmente mediata sia dei mutamenti all’interno del sistema della giustizia penale e della prassi sociale. Il fenomeno di mutamento, dell’organizzazione criminale che è diventata operatore economico, affrontato negli articoli precedenti, pone più problemi di quanto non sembri a prima vista.

Un quesito che pone Pino Arlacchi sulla tematiche è:
Possiamo definire imprenditori, gli individui che possiedono aziende e manovrano capitali, ma che non si sono fino adesso caratterizzati come innovatori dei metodi produttivi, capaci di trasformare attraverso l’invenzione di nuove combinazioni di fattori, l’intero sistema economico in cui operano?Non si tratta piuttosto di un approdo transitorio verso la proprietà e l’amministrazione di imprese industriali e commerciali effettuato da un “ceto di speculatori e di capitalisti d’avventura”?

Anche adottando la versione più precisa e restrittiva del concetto di imprenditore, che identifica la figura dell’imprenditore con quella dell’innovatore, è possibile far rientrare a pieno titolo molti di questi attuali soggetti criminali nella categoria. I “mafiosi” imprenditori hanno, infatti, introdotto innovazioni nella organizzazione delle loro imprese. La più importante di queste innovazioni consiste proprio nel trasferimento del metodo mafioso nella produzione di merci e servizi che ha permesso e permette a tutta una categoria di imprese di godere – come ogni impresa che innova – di un profitto monopolistico precluso alle altre unità economiche.

Si rende perciò necessario uno studio dell’interessante oggetto teorico che si è venuto a costituire dall’incontro tra l’organizzazione criminale e l’imprenditorialità, dell’impresa criminale.

LA RUBRICA

UN VIAGGIO IN MUSICA CON I TRIAD VIBRATION

Solo pochi brani del gruppo milanese sono bastati ad incantare il pubblico in sala, in attesa del concerto rimandato a gennaio al Caivano Arte.

Un suono evocativo, un viaggio sonoro che esplora la storia dei popoli e raccoglie suggestioni dei luoghi più lontani, delle sonorità più distanti, delle culture musicali più diverse. Tutto confluisce in un sound che inizia da un disegno ritmico essenziale, che svuota la musica, per poi incontrare nel suo percorso influenze jazz, elettroniche, contaminazioni che vanno dalla house, dalla black music e dalla dance. I TriAd Vibration attraversano sonorità diverse che affondano nelle radici del mondo, all’insegna della world-fusion più passionale, che nasce dalla ricerca dell’essenza della musica. L’effetto è una musica «libera» e liberatoria, capace di ipnotizzare e coinvolgere gli spettatori. Una sintesi originale e personale, una finestra spalancata sulle infinite sonorità dell’universo musicale.

L’elemento caratterizzante è il suono del didgeridoo, strumento principe, il più antico strumento a fiato aborigeno dell’Australia , per questo motivo i Triad Vibration definiscono la loro musica con il termine di "tribal jazz".
Sul palco dell’Auditorium di Caivano Ezio Salfa, basso elettrico, Gennaro Scarpato, batteria e percussioni, Tanni Walter Mandelli, didgeridoo, Gendrikson Mena, trumpet e keyboards hanno presentato un saggio della loro musica.

I pochi spettatori presenti in sala hanno avuto la fortuna di vivere un momento di vero incontro con i musicisti che avrebbero dovuto suonare un paio di pezzi. La serata invece è stata così coinvolgente e l’incontro umano così vitale che i musicisti si sono esibiti per quasi un’ora incantando e conquistando il pubblico. Un momento intimo di condivisione attraverso un esperienza musicale che è stata un vero regalo, una rivelazione, in attesa che i Triad Vibration tornino al Caivano arte a gennaio.

MADRE E NONNO TROPPO PROTETTIVI

Il caso che passiamo in rassegna quest”oggi si riferisce al reato dei maltrattamenti in famiglia di cui all”art. 572 c.p. In apparenza, appare un caso “bizzarro”.

Il caso
Una madre, insieme al nonno materno del bambino e fino all’età preadolescenziale del medesimo, aveva impedito al minore di avere rapporti con coetanei, aveva escluso il minore dalle attività inerenti la motricità, anche quando organizzate dall’istituzione scolastica, nonché lo aveva indotto alla rimozione della figura paterna, costantemente dipinta in termini negativi, tanto da imporgli di farsi chiamare con il cognome materno.

Il caso arriva in Cassazione, la quale con sentenza del 10-10 2011, n. 36503, condanna il nonno e la mamma ad un anno e quattro mesi di reclusione per aver commesso il reato di maltrattamenti in famiglia. In sede difensiva la mamma e il nonno sostenevano che l’ipercura e l’iperprotezione, a loro addebitate, non possano costituire l’elemento oggettivo del reato di maltrattamenti, atteso che tra le due condotte, quella di chi maltratta e quella di chi ipercura o iperprotegge, esiste, con tutta evidenza, un’incompatibilità strutturale insanabile.

Invero, se è ragionevole ritenere che, inizialmente, la diade “madre-nonno” possa aver agito in buona fede, sia pur secondo una falsa coscienza, nella scelta delle metodiche educative e nell’accurata attenzione nell’impedire contatti di ogni tipo al bambino, isolandolo nelle sicure “mura domestiche”, tale profilo soggettivo non aveva più motivo di sussistere dopo i ripetuti sinergici interventi correttivi di una pluralità di esperti e tecnici dell’età evolutiva e del disagio psichico ed i conformi interventi dell’autorità giudiziaria.

La persistenza, ciò nonostante, delle metodiche di iperaccudienza e di isolamento, in palese violazione delle indicazioni e delle prescrizioni, talora imposte e talora pure concordate, segnala, al di là di ogni ragionevole dubbio e secondo massime di comune esperienza, la pacifica ricorrenza in capo agli accusati della intenzionalità che connota il delitto ritenuto nei termini correttamente ribaditi dai giudici di merito.

La Corte con questa sentenza ribadisce che per tutelare il benessere del bambino, lo Stato può verificare in modo intrusivo le condizioni di disagio nella famiglia del minore e le loro cause umane, imponendo prescrizioni ai familiari, sino alla decadenza della potestà dei genitori stessi.

LA RUBRICA

ULAN BATOR A MARIGLIANO

Questa sera il gruppo francese sarà ospite della rassegna musicale organizzata da Radio Entropia alla Loggia dei Pirati.

Una miscela di post-rock, krautrock tedesco anni settanta e new wave per un concerto che terrà col fiato sospeso. Ulan Bator rappresenta oggi un progetto pieno di energia e violenza musicale, espressa nei loro album, ma soprattutto nelle esibizioni live, in cui la band si esprime al meglio. Scoperti dal Consorzio produttori Indipendenti, capitanato da Gianni Maroccolo e Giovanni Lindo Ferretti, leader dei CCCP, che li hanno fatti conoscere al pubblico italiano, sia producendo una raccolta dei loro primi due album, sia portandoli in tour per diversi live.

È proprio la presa live che caratterizza maggiormente la musica degli Ulan Bator. Una esperienza da vivere in presenza di un palco, sonorità che attraversano momenti cupi ed oscuri e atmosfere più dolci, quasi candide. Una forte e viscerale presenza dei musicisti che in live regalano agli spettatori un momento di musica intenso.
(Fonte Foto:Rete Internet)

DALLA TELEVISIONE AL CINEMA: LE SERIE SI CAMBIANO D”ABITO

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Trainate dal web, le serie televisive sono diventate i principali prodotti di intrattenimento, capaci di muovere interessi e discussioni in tutto il mondo. E il cinema ha deciso, in alcuni casi, di sfruttare il fenomeno.

Negli ultimi anni in America il cinema si è trovato spesso ad inseguire la qualità dei prodotti televisivi. Serie come I Soprano o Mad Men hanno superato la dimensione, spesso stretta, di spettacoli televisivi per diventare oggetti di culto al livello dei grandi classici del cinema.

Di fronte ad un mercato cinematografico in crisi nel numero di spettatori e spesso nelle idee, gli ultimi dieci anni hanno costituito l’età dell’oro delle serie televisive, capaci non solo di produrre capolavori ma anche di mobilitare ascolti e commenti in giro per il mondo. Le possibilità offerte dalla rete – dal reperimento delle puntate ai forum di discussione – hanno giocato un ruolo decisivo nella consacrazione di questa forma di intrattenimento che è diventata, sempre più, una forma di espressione artistica ambiziosa. Il “formato” serie attrae, fa parlare, crea dipendenza e accontenta potenzialmente tutti i gusti. Le grandi produzioni cinematografiche hanno affrontato il fenomeno in diversi modi.

Le stelle televisive, dopo il botto, sono state spesso ingaggiate in film con ruoli tagliati su misura per ricordare il personaggio della serie; era già successo in passato, ma col boom dell’ultimo quindicennio sono aumentati i passaggi di attori dal piccolo al grande schermo. D’altra parte il fenomeno inverso – ossia attori cinematografici di grande rilievo che prendono parte a show televisivi – testimonia l’aumento di prestigio di un settore prima considerato si serie B. Un altro modo di cavalcare il successo è quello di imbastire un film dalla serie televisiva. L’operazione, sperimentata sia in America sia altrove, è molto rischiosa. Prima di tutto, l’obiettivo è quello di non rivolgersi esclusivamente ai fan della serie, ma cercare di allargare il bacino.

In questo modo il rischio è dietro l’angolo: personaggi o tormentoni possono essere messi in secondo piano per rendere più fruibile la storia a chi non segue la serie, ma spesso si finisce per lasciare perplessi seguaci e novizi. Il pericolo più grosso è rappresentato dal passaggio di “forma”. Comprimere un racconto seriale, articolato in numerose puntate e stagioni, in un film di circa due ore è un’operazione sicuramente complicata. In Italia, un parziale successo è arrivato da Boris. Serie ironica di grande successo sul mondo della televisione, si è trasportata al cinema con un risultato che non ha deluso gli spettatori, adattando il proprio linguaggio al nuovo formato senza stravolgerlo.

In questi giorni un altro fenomeno televisivo ha realizzato il salto con enorme successo di pubblico: I soliti idioti. La serie culto di MTV, che deve il titolo a I soliti ignoti e cita nella forma e in molte gag l’inglese Little Britain, ha fatto molto parlare per un tipo di comicità volutamente volgare e triviale, con l’intenzione di mettere in ridicolo molti luoghi comuni sull’italiano medio e di parlare in modo irriverente di temi socialmente caldi. Senza entrare nello specifico della serie, basti dire che se per molti ragazzi I soliti idioti è diventato un’opera generazionale, capace cioè di influenzare costumi e linguaggio, per gli altri il suo successo rimane inspiegabile o peggio, un segnale preoccupante.

L’esperimento della serie è chiaro: applicare la demenzialità tipica di certa comicità anglosassone (più inglese che americana) al costume nostrano, richiamando almeno in teoria la classica commedia all’italiana. Il risultato, in realtà, qualche dubbio lo lascia. L’impressione è quella di assistere ad una comicità da cinepanettone appena più crudele. Alla fine si ride (chi ride) per i tormentoni e le parolacce, senza che la trivialità si elevi ai livelli di un’idiozia geniale o si mescoli con un minimo di satira. Tuttavia, che piaccia o meno, i giovani non parlano d’altro. In modo sensato, nella versione cinematografica, I soliti idioti ha deciso di usare con parsimonia la struttura a sketch che contraddistingue la serie.

Al centro della storia troviamo solo due dei personaggi più apprezzati (sempre interpretati dal duo “mtviano” Mandelli-Biggio), intorno ai quali viene costruita una trama abbastanza raffazzonata ma che permette loro di incontrare, durante il cammino, altri personaggi-tormentone. Il formato si piega così alle esigenze del cinema, anche se la comicità rimane tutta nelle singole gag. E il risultato ricalca l’andazzo della serie: volgarità e una volontà di essere politicamente scorretti talmente ostentata e superficiale da perdere qualsiasi velleità di approfondimento. I soliti idioti conferma il potere delle produzioni televisive, cavalcate sempre più da un mercato cinematografico in cerca di spazio e rilancio.

E diventa, in effetti, specchio dei tempi, ma in modo diverso dalle intenzioni. Non perché faccia della satira sul costume, ma in quanto porta a chiedersi come sia possibile che, a qualcuno, tutto questo possa far ridere davvero.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA CRISI É IL SEGNO TANGIBILE DEL FALLIMENTO DEL NOSTRO MODO DI VIVERE

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Nell”infuriare della crisi economica dell”Unione Europea, di cui anche il nostro Paese soffre le pesanti conseguenze, l”Africa nera è ancora una volta scomparsa dalla ribalta massmediatica. Di Don Aniello Tortora

Siamo tutti preoccupati dello «spread» e delle oscillazioni imprevedibili della Borsa e dimentichiamo quali sono i valori indispensabili per uscire dalla crisi. Valori che pescano nelle profondità dell’uomo, e che resistono alle tempeste dei mercati. Il viaggio di Benedetto XVI nel Benin si presenta come una boccata d’aria fresca nella svigorita atmosfera di pessimismo che si respira.

Due espressioni del Papa, tra i tanti discorsi, vanno ricordate. Rispondendo in aereo alla domanda di un giornalista, ha tessuto l’elogio del popolo africano: «Questa freschezza della vita che c’è in Africa, questa gioventù piena di entusiasmo e di speranza, ma anche di umorismo e di allegria, ci mostra che c’è qui una riserva umana, una freschezza del senso religioso, una percezione della realtà nella sua totalità con Dio; non questa riduzione al positivismo, che restringe la nostra vita, la fa un po’ arida e spegne anche la speranza… Un umanesimo fresco quello che si trova nell’anima giovane dell’Africa … Qui c’è ancora una riserva di vita e di vitalità per il futuro, sulla quale possiamo contare».

E all’aeroporto della capitale Cotonou, rispondendo al saluto del presidente del Benin Bony Yayi, ha sottolineato che il passaggio alla modernità deve essere guidato da criteri che si radicano nella dignità della persona, nella grandezza della famiglia e nel rispetto della vita, in vista del bene comune.

Benedetto XVI ha scelto il Benin perché la storia della evangelizzazione di questo Paese è esemplare di quanto ha detto nei due passaggi citati. Oggi il Benin è uno dei (non molti) Paesi dell’Africa nera che ha raggiunto la stabilità politica e una democrazia compiuta, lo sviluppo economico-sociale e la pacificazione fra le varie etnie, traguardi che lo rendono in qualche modo esemplare per l’Africa nera.

Il Benin incarna i valori e le virtù umane ed evangeliche che l’influsso delle missioni cristiane ha contribuito a far crescere. Le élite nazionali sono ancor oggi uscite in buona parte dalle scuole che i missionari hanno fondato fin dalla seconda metà del diciannovesimo secolo. Un seme di civiltà e di sviluppo che ha portato frutto per tutta quella terra.
Forse è il caso che anche noi “occidentali” impariamo dall’Africa. L’attuale crisi è il segno tangibile del fallimento del nostro modo di vivere. Il neo-liberismo selvaggio, sfrenato, senza regole ha dimostrato la sua fragilità. E’ tempo di ritornare, anche per noi, alla freschezza della vita, alla sobrietà, ai valori veri. Al dire grazie, come fanno gli africani, per ogni dono ricevuto e ottenuto con sacrificio. Al senso di appartenenza, di fraternità, di gratuità, di solidarietà, di attenzione al più debole.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

L’OSSERVATORIO SULLA CAMORRA: CONOSCERE PER CAMBIARE

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L”Osservatorio sulla camorra. Uno sguardo “diverso” sulla vera natura di un fenomeno che investe l”economia, l”impresa, le pubbliche amministrazioni, la politica, e che non si riduce alle storie criminali di piccoli e grandi delinquenti.

Oggi fanno trenta anni da quando l’Osservatorio sulla camorra è nato presso la Fondazione Colasanto della Cisl. Nonostante tutte le difficoltà, nonostante tutti gli ostracismi, nonostante tutti i “chi te lo fa fare?”, l’attività è proseguita grazie al sostegno e all’entusiasmo di tanti giovani che hanno fatto ricerca sul territorio, anche rischiando in prima persona, sempre gratuitamente, anzi pagandosi anche le spese di spostamento. Come gratuitamente ha sempre lavorato l’ideatore e il direttore dell’Osservatorio sulla camorra, subendo anche minacce e intimidazioni che sono solo servite a moltiplicare l’impegno e la presenza sul territorio.

Oggi l’Osservatorio sulla camorra cerca una nuova sede che possa rendere disponibile il materiale di ricerca accumulato negli anni a giovani studiosi ma anche a studenti e scuole che volessero approfondire la conoscenza di un fenomeno che strangola l’economia delle imprese e la vita dei cittadini sul nostro territorio. Per meglio comprendere le finalità che si propone l’Osservatorio pubblichiamo le linee guida che ne hanno, dal 1981, animato l’attività e l’impegno .

Il fenomeno della "camorra", (intesa, secondo Pizzorno, come mediazione violenta, finalizzata a mettere in contatto le realtà locali con quelle esterne, rappresentate dallo Stato, dalla città, dal mercato), agli inizi degli anni ’80, anche ad opera degli interventi post-terremoto, aveva assunto, almeno dal mio punto di vista, dimensioni – di ordine sociale, economico e politico – tali da non poter essere più affrontata solo con gli strumenti repressivi della magistratura e delle forze dell’ordine.

Come scriveva Thomas Belmonte, un antropologo americano che per dieci mesi aveva vissuto come osservatore partecipante nei Quartieri, all’inizio degli anni ’80, a Napoli, la gente dei quartieri, “stava affrontando forti cambiamenti nell’economia urbana, come l’espansione delle municipalizzate e del terziario. In altre parole più sinecure e più sfruttamento….sui beni immobiliari urbani si sviluppava la pressione di ogni classe sociale. L’ansia di avere una casa era pari solo alla paura della disoccupazione. I mercati di quartiere si erano atrofizzati. In meno di dieci anni, la presenza, la vendita e l’uso di stupefacenti erano diventati un tratto onnipresente della vita ai Quartieri… Non solo gli antichi picari e gli scippatori erano ora numerosi e armati, ma il crimine organizzato riempiva il vuoto politico ed imprenditoriale, creato dal fallimento delle istituzioni civili”.

Questa consapevolezza, delle trasformazioni tumultuose in atto nella società napoletana, ancora poco socializzata e condivisa dall’opinione pubblica e dalle forze politiche e sociali, negli anni ’80, sta alla base della decisione di dar vita ad una struttura permanente di osservazione, studio, ricerca e promozione di iniziative di approfondimento, discussione e dibattito pubblico, cui fu dato il nome di “Osservatorio sulla camorra” e che trovò sede presso la Fondazione “Domenico Colasanto” della CISL Regionale. In Campania, soprattutto nel sindacato, la riflessione aveva fatto registrare livelli significativi di approfondimento, a partire dall’affermazione che la pericolosità sociale della "camorra" risiede:

-nelle distorsioni che la stessa introduce nel tessuto sociale;
-nella erosione del potere e della legittimità delle istituzioni;
-nella capacità di controllo che essa progressivamente acquisisce – attraverso le attività apparentemente legali- dell’apparato economico e finanziario della regione.
Queste affermazioni imposero una linea propositiva fondata sulla convinzione della necessità dell’elaborazione di una strategia di intervento attenta agli aspetti sociali del radicamento sul territorio delle organizzazioni criminali e ai collegamenti semi-istituzionalizzati che esse realizzano con le strutture amministrative, di governo e di controllo, delle autonomie locali.

La convinzione era che della «camorra» bisognava cominciare a parlare liberandosi degli stereotipi della pubblicistica, soprattutto giornalistica e letteraria, che riducono il fenomeno ad una sola delle sue dimensioni, quella criminale, del "controllo" violento del territorio e dei mercati illegali. Si ignorava, praticamente del tutto, l’aspirazione costante al "governo" del territorio e della sua economia e, in particolare, al controllo dei flussi della spesa pubblica, realizzato attraverso il condizionamento e la corruzione delle pubbliche amministrazioni. Sarebbe stato, in altri termini, opportuno distinguere tre diversi tipi di criminalità che spesso sono genericamente accomunati sotto l’etichetta di criminalità organizzata di tipo mafioso: quella che nasce dall’ampia area dell’economia dell’illegalità; quella più ristretta dell’economia della violenza; e quella che si caratterizza per il controllo sulla spesa pubblica e per un potere economico fortemente intrecciato col potere politico.

Quest’ultima usa la presenza della criminalità organizzata di tipo predatorio, in determinati territori, per ottenere credibilità e legittimazione, senza tuttavia identificarsi con essa.
Non si tratta, quindi, di assumere soltanto che il crimine organizzato sia contemporaneamente impegnato in attività illegali e legali, quanto di prendere piuttosto atto che si tratta di livelli criminali da tenere distinti, anche quando si intrecciano in nodi apparentemente inestricabili. Soprattutto di tener presente che il controllo delle pubbliche amministrazioni è essenziale per le organizzazioni criminali:

a) per realizzare quella che si potrebbe definire una signoria politica sulla comunità;
b) per appropriarsi del governo dell’amministrazione, della gestione dei fondi pubblici che transitano attraverso l’Ente, e di tutte le opportunità in termini di autorizzazioni, benefici, assunzioni, opportunità di vita e di impresa, che dipendono direttamente dall’amministrazione stessa;
c) per realizzare quella accumulazione di denaro, di credibilità, di "capitale sociale", che permette alle imprese- criminali di installarsi a pieno titolo, e di operare, con tutte le credenziali necessarie, nel mercato legale. (continua -1)
(Fonte foto: Rita Chiliberti)

LA RUBRICA DEL PROF. AMATO LAMBERTI

“NEL CENTENARIO DELLA NASCITA” GUTTUSO TORNA A SALERNO

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La storica galleria “Il Catalogo” omaggia, con una mostra ispirata ai cent”anni dalla nascita, il pittore siciliano che fu uno dei protagonisti incontrastati della scena pittorica del Novecento italiano.

Un’attività lunga quasi quarant’anni e tempestata di successi per “uno spazio di storia dell’arte, irrinunciabile [nato] per registrare le opere e i giorni di un’epoca da un enclave esclusiva”, ma anche un centro multiculturale aperto alla letteratura, con una storia di pubblicazioni alle spalle lunga e completa.

Il curriculum della galleria di Salerno “Il Catalogo” annovera, fra le sue pagine, storie, nomi illustri dell’arte e non solo, luoghi ma soprattutto idee; idee che aprono scenari inconsueti nel panorama della pittura, fedeli alla “tradizione del nuovo”, spesso e volentieri votate alla promozione e alla valorizzazione di quegli artisti che di lì sono passati, dagli anni settanta in poi. La galleria, tenuta a battesimo da Alfonso Gatto, poeta ed intellettuale tra i più celebri della letteratura italiana, era nata per mano di Lelio Schiavone e Antonio Adiletta e, a pochi anni dalla sua inaugurazione, ospitava – era il 1973 – la prima personale di Renato Guttuso, poi divenuto frequentatore attivo dello spazio espositivo salernitano, grazie a una collaborazione e ad un’amicizia consolidata che lo legarono a Schiavone.

Oggi Guttuso è tornato nell’amata Salerno, in occasione del primo secolo dalla sua nascita, presentato in una veste esclusiva nella mostra che s’intitola, appunto, “Nel centenario della nascita”. Classe 1911, Renato Guttuso, nativo di Bagherìa (Palermo), ha vissuto gli anni più tragici della storia d’Italia legandosi alla rivista “Corrente”, di ispirazione antifascista, spingendo il suo impegno patriottico fino ad imbracciare le armi e militare attivamente nelle file della Resistenza. Il maestro siciliano, dunque, caratterizzava fortemente il suo orientamento pittorico, improntato ad un forte realismo figurativo, connotandolo di vivaci accenti politici e sociali.

Non sono poche, quindi, le opere (si pensi alla Crocifissione del 1941) che rivelano un solido rapporto e una presa di coscienza risoluta intorno alla più stretta attualità dell’epoca, poiché, come avrebbe annotato l’artista nell’ottobre del 1940 puntualizzando in merito alla opera sopra citata, “questo è un tempo di guerra: Abissinia, gas, forche, decapitazioni. Spagna, altrove. Voglio dipingere questo supplizio del Cristo come una scena di oggi […] come simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee”. I lavori di Guttuso sono fuochi attizzati dalla Storia, frammenti dei momenti più significativi del Paese, così come l’artista li viveva.

Questo l’intento della mostra salernitana: non ricercare un filo conduttore o un qualsivoglia processo “evolutivo” dell’arte del autore, bensì presentare alcune di quelle istantanee pittoriche di quel secondo Novecento, così come l’artista lo percepiva. Un collage e tecnica mista su tela del 1958 (Colomba), apre l’esposizione. Una rarità a tutti gli effetti se si considera il brevissimo periodo che Guttuso dedico all’utilizzo di questa tecnica e, di conseguenza, una preziosa e inestimabile esclusiva che “Il Catalogo” ha potuto regalare al gran pubblico.

Del ’60 sono i Lussuriosi e i Falsari, due grandi inchiostri acquerellati su carta che appartengono alla serie ispirata alla Divina Commedia, dove ritroviamo una rilettura di un tema tradizionale condito da accenti decisamente contemporanei: personaggi reali popolano, infatti, i due gironi infernali, e, ancora una volta, balza agli occhi quel sostrato sociale così imprescindibile per il pittore trinacrio. Gli ultimi anni della sua carriera (Guttuso muore nel 1987 nella città che lo aveva adottato, Roma), gli anni ’80, vengono invece raccontati da alcune litografie tra cui spicca il capolavoro Grandi tetti di Palermo, dove la memoria è tradotta in pittura, attraverso quell’imitazione delle cose del mondo in cui consiste l’arte del dipingere, “niente di più e niente di meno, ma è molto.

Poiché per imitazione va intesa una fatica complessa che implica la tensione di molte facoltà, la riflessione, la partecipazione al mondo delle cose. Il risultato è semplice e libero, come per tutte le operazioni complesse”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

CONSIGLI UTILI PER RESISTERE ALLE MEZZE CALZETTE E ALLE BASTONATE DEL GOVERNO TECNICO

5 mele al giorno possono essere utili per sopportare le legnate del Governo tecnico e le sciocchezze delle mezze calzette (la ricetta è antica). Di Carmine Cimmino

Nel 1946, disgustato dallo spettacolo di migliaia di fascisti della prima ora che nell’ultima ora del fascismo si erano travestiti rapidamente da democristiani e da comunisti e risultavano i più chiassosi paladini dell’antifascismo, Leo Longanesi prima suggerì di scrivere sulla bandiera italiana il motto “Tengo famiglia“ e poi confessò: ora capisco perché l’ Italia non ha avuto e non avrà mai un caricaturista all’altezza di George Grosz o di Max Beckmann. Perché noi tutti siamo la caricatura di un popolo: la nostra realtà supera di gran lunga l’ immaginazione del più fantasioso degli artisti.

Davanti all’on.Scilipoti che si presenta in aula con il lutto al braccio “perché è morta la democrazia“, cosa avrebbero fatto Grosz, Beckmann, Daumier, e il nostro Angiolo Tricca? Avrebbero buttato via penna e matita, e avrebbero chiesto asilo politico alle Isole Figi. Ma l’on. Scilipoti non è solo nel suo pianto per la democrazia defunta. Giovedì scorso, in un “salotto“ politico della Sette, uno dei capi della CGIL schiassiava contro il governo Monti: “siamo in una democrazia bloccata“ urlava il tribuno. Avreste dovuto vedere la faccia di Massimo Cacciari, che è uomo di sinistra, se non erro. Passarono su di essa, in rapida successione, l’incredulità, lo stupore, lo sbigottimento.

Però, prima di deprimersi nello scoramento, Cacciari sbottò: ma che dici? Una democrazia che da trenta anni accumula allegramente debiti si blocca da sola, da sola si mette nelle mani dei creditori. La sera prima, nel salotto di “Matrix“, un giornalista aveva cercato di dimostrare che il capitombolo finanziario era colpa non del governo Berlusconi, ma della malignità di nove (9, numero magico) banchieri, che si erano riuniti non so in qual luogo di New York e avevano deciso di mettere lo sgambetto ultimo all’Italia. E Oscar Giannino, che non è certo uomo di sinistra, aveva stizzosamente chiesto al conduttore: ma mi avete invitato a parlare di economia, o dell’ultimo film di Henry Potter?. A questo siamo ridotti, signori.

Valerio Magrelli, poeta, francesista, è un inflessibile antiberlusconiano: quando Luigi Iredi gli ha domandato (Venerdì di Repubblica, 18 novembre) se, a parer suo, l’era del Cavaliere è definitivamente conclusa, egli ha dato una risposta aspra, cattiva, con un crudo riferimento al modo con cui vengono uccisi i vampiri. Il “sinistro“ Magrelli ha pubblicato da qualche giorno un libro, Il Sessantotto realizzato da Mediaset, in cui parla della vocazione al suicidio della sinistra italiana e dei connessi problemi del proprio fegato; “osservare il quadro neurologico della sinistra mi fa venire la cirrosi “ ha confessato, con amarezza e preoccupazione. Mi pare che non abbia torto. Se i politici decidessero di tacere, noi troveremmo da qualche parte la forza e la pazienza per sopportare le legnate che il dott. Monti ci appiopperà sul groppone.

Ma se quelli continuano a parlare a cianciare a blaterare a cazzeggiare, allora bisogna trovare qualche rimedio: nemmeno San Lorenzo, che si fece pazientemente rosolare sulla graticola, riuscirebbe a sostenere contemporaneamente le bastonate del dott. Monti e le divagazioni oratorie dei “politici“. Il fegato va tutelato, ad ogni costo, contro lo scoramento e contro la malinconia accidiosa. Prima di tutto, bisogna mettere il tappo in bocca agli scorbacchiatori e ai corbellatori, cioè ai “pigliaperculo“, con rispetto parlando, e cioè a quelle mezze calzette che dal pulpito invitano all’astinenza. Gli altri. E ai sacrifici. Gli altri. I “pigliaperculo“ li troviamo dovunque, in questi tempi magri: nei salotti televisivi e nel bar sotto casa.

Il “pigliaperculo“ vesuviano ha una sua specificità: porta acconciato sulle labbra un sorrisino che pare cordiale, ma è solo vanitoso. Io sono il più bello e il più furbo e il più tutto, e voi siete chiochiari, catammari e battilocchi. E si muove, di conseguenza, il signorino: saltella sulle punte, per apparire più alto. Non cammina: balla. Volteggia. Fiuta il vento. Se incontriamo sulla nostra strada qualcuno di questi presuntuosi volteggiatori aspiranti scorbacchiatori, dimentichiamo le buone maniere e, se è il caso, anche il rispetto che si deve alle istituzioni: sbottiamo: calmati, signorino, sei solo una mezza calzetta: lo porti scritto in faccia, che sei solo una mezza calzetta.

Contro la malinconia dell’accidia Stewart Lee Allen suggerisce un menù bellicoso: aperitivo di champagne all’assenzio; manzo allevato a granoturco in crosta mollet, con ripieno di funghi duxelles: il tutto cosparso di salsa al vino rosso; un contorno di puré di patate al latte e al burro; crostini bien bruns di Philippe Cordelois. Con tutto il rispetto per il pane mollet, che fu il pane della Rivoluzione, questo è un menù per ricchi: certo, anche i ricchi possono soffrire di malinconia accidiosa, ma la loro accidia malinconica non nasce dalle bastonate di un governo tecnico e dalla risatella spocchiosa della Merkel e di Sarkozy.

E poi non credo che il burro del puré sia un protettore del fegato. A metà dell’Ottocento il napoletano Giovanni Semmola, clinico dell’ospedale degli Incurabili, nipote del celebre Mariano Semmola e erede della sua fama e della sua scienza, consigliava a chi soffrisse di eccessiva inclinazione allo scoramento di mangiare almeno cinque mele al giorno. La ricetta era antica. Già Castor Durante, medico e botanico del sec.XVI, aveva scritto nel Tesoro della Sanità che le mele “odorifere confortano il cuore“ e ne espellono il calore dell’angoscia. Baldassare Pisanelli, contemporaneo del Durante, è ancora più preciso, nella citazione che ne fa Piero Camporesi: le mele appie, che sono profumatissime, “confortano il cuore, aromatizzano lo stomaco, migliorano la digestione, rallegrano l’animo e levano la sincope.”.

A Napoli, tra il Cinquecento e il Seicento, il naturalista Domenico Di Fusco e i medici dell’Accademia degli Investiganti sostennero che lo sciroppo di mela è un ottimo rimedio contro la malinconia e contro la pazzia.
Da Eva in poi la mela è simbolo della scienza: essa inducendo al peccato Eva e Adamo avvia, nel segno del peccato, della morte e della redenzione, la storia dell’uomo. Da quel momento la mela stringe in sé, e nel suo modello metafisico, il pomo, sia i simboli spirituali che quelli connessi alla vitalità del corpo e alla forza intrinseca dell’eros. I poeti burleschi, da Grazzini in poi, chiamano “mele“ , in chiave erotica, parti del corpo femminile che pare superfluo indicare esplicitamente.

Queste metafore sprigionano dalla fantasia di scrittori dotati di intensa energia espressiva, come Gioacchino Belli e Vittorio Imbriani, per esempio, sequenze di immagini strepitose: da sole basterebbero a dar ragione a Guido Almansi quando afferma che il genio della poesia è capace di rendere pura e nobile anche l’oscenità più greve. Cosa tiene insieme una rete così complessa di simboli? La forma della mela, la sua solida sfericità. Questo nostro mondo, che giustamente Bauman paragona a un flusso inarrestabile e implacabile, in cui si sono dissolti principi, regole, valori e identità, può salvarsi se ricostruisce categorie e verità che abbiano la rotonda compattezza e i sapori chiari e netti di un pomo.
(Foto: Quadro di George Grosz, “I pilastri della società”, 1926)

LA STORIA MAGRA

SANT”ANASTASIA. ECCO PERCHè è FALLITA L’INIZIATIVA DI RIPULIRE IL SENTIERO OLIVELLA

Con questa lettera aperta, neAnastasis spiega i motivi che hanno fatto fallire l”intento di pulire il sentiero che porta all”Olivella. Le colpe dell”amministrazione comunale.

All’inizio di settembre la nostra associazione neAnastasis, con il movimento “Cittadini per il Parco” e in collaborazione con Legambiente, decise di promuovere una iniziativa per ripulire dai tanti rifiuti il sentiero che porta all’Olivella. L’iniziativa voleva inserirsi nell’ambito della ben nota campagna di Legambiente Puliamo il Mondo, in programma dal 16 al 24 settembre 2011.

Lo scopo principale della iniziativa era, attraverso un esempio di cittadinanza attiva, quello di sollecitare i nostri concittadini ad avere una maggiore cura e attenzione per una parte così importante del nostro territorio. Contavamo di poter avere il sostegno delle associazioni ambientaliste e quelle del mondo cattolico, queste ultime particolarmente sensibili a sistemare la via Crucis che si snoda lungo il sentiero. Mentre valutavamo il modo in cui intraprendere l’iniziativa venimmo a conoscenza di una analoga iniziativa promossa dal nucleo di Protezione Civile, delle Cantine Olivella, e varie associazioni del mondo cattolico.

Non esitammo a unire la loro iniziativa con la nostra. Legambiente avrebbe continuato a mettere a disposizione a titolo gratuito i kit predisposti per l’operazione Puliamo il Mondo che, tra l’altro, comprendeva anche una copertura assicurativa per i partecipanti.
A quel punto, però, l’iniziativa assumeva un carattere più generale e non poteva prescindere anche da un coinvolgimento del Comune per ricevere sia le autorizzazioni del caso che un sostegno, tramite l’AMAV, per rimuovere i rifiuti raccolti dai volontari. Lasciammo, quindi, proprio al nucleo della Protezione Civile il compito di tenere i rapporti con l’amministrazione comunale.

In questi due mesi abbiamo assistito ad un balletto di permessi concessi e poi ritrattati. Abbiamo addirittura appreso che il tratto più alto del sentiero per l’Olivella doveva essere escluso dall’iniziativa in quanto non accessibile per pericolo di frane, nonostante in questi anni non si sia visto alcun cartello di interdizione. Per ben due volte, dopo aver mobilitato i volontari, abbiamo dovuto sospendere l’iniziativa (purtroppo un gruppo dell’Azione Cattolica, non raggiunto dal contrordine, si è presentato inutilmente all’appuntamento).

A fine ottobre abbiamo finalmente appreso che l’Amministrazione comunale non poteva concedere i permessi perché impossibilitata a mettere a disposizione le somme necessarie per gli interventi a carico del comune (mezzi e personale dell’AMAV) a causa dello sforamento del patto di stabilità.

Questa motivazione appare incomprensibile e grave:
1) perché gli importi necessari erano modesti nel contesto del bilancio di spese del comune;
2) perché non abbiano notato un intervento del Sindaco per superare eventuali difficoltà di bilancio;
3) perché il permesso negato indebolisce l’aggregazione delle associazioni e il loro impegno civile;
4) perché i permessi negati appaiono come un mancato impegno del Comune nei confronti di un bene prezioso come i sentieri del parco del Vesuvio e, più in generale, verso le politiche di rilancio del Parco del Vesuvio;
5) perché (e lo diciamo senza voler fare sterili polemiche) in questo anno abbiamo assistito a spese comunali non propriamente convincenti (innumerevoli e costosi eventi per il bicentenario, assunzione di nove stagisti senza fondate motivazioni, etc..).

Recentemente abbiamo fatto anche un ennesimo tentativo per recuperare questa iniziativa attraverso il consigliere Mario Gifuni che ci aveva assicurato un suo diretto intervento. Purtroppo, anche questa promessa è caduta nel nulla.
Eppure, nonostante la tutela e la pulizia dei sentieri di cui parliamo spetterebbero al Comune, il nostro intento era semplicemente quello di concorrere fattivamente alla tutela del territorio.

Ci auguriamo che questa iniziativa sia fallita per “equivoci” nati tra i vari uffici comunali preposti e speriamo che quando verrà riproposta in un futuro prossimo possa ricevere una più attenta ed adeguata attenzione da parte dell’amministrazione comunale.
(Fonte foto: Rete Internet)