Processo Montefibre: condannati ex direttori e medici aziendali

0
Si è concluso il giudizio di primo grado. Il verdetto: un anno e 8 mesi di reclusione per cinque ex responsabili dello stabilimento e per due camici bianchi aziendali. Riconosciuto soltanto un decesso per la presenza di amianto non controllato.

Un anno e otto mesi di reclusione per cinque ex direttori della fabbrica e, caso senza precedenti in Italia, anche per due medici aziendali. E poi: risarcimenti per una provvisionale di 200mila euro. E’la sentenza di primo grado relativa al processo Montefibre, il processo sulla strage dimenticata di centinaia di operai del grande impianto chimico di Acerra, lavoratori morti di cancro tra gli anni Ottanta e Novanta. Ma il verdetto, emanato nel tardo pomeriggio di ieri dal giudice monocratico Daniela Critelli, lascia scontenti tutti, accusa e difesa. Un dato emblematico: la condanna per omicidio colposo dei dirigenti e dei medici della Montefibre è stata comminata per la morte di un solo operaio, cioè dell’unico lavoratore, deceduto per un mesotelioma causato dalla presenza di amianto in fabbrica, per il quale il tribunale ha riconosciuto lo status di vittima della scorretta e consapevole condotta aziendale.

Dal decesso di quest’unico operaio, la cui famiglia si è vista riconosciuta dal tribunale un risarcimento provvisionale di 200mila euro, è scaturita la condanna dei due medici aziendali e dei cinque ex direttori della fabbrica di contrada Pagliarone: Giovanni Elefante, Roberto Paolantoni, Gennaro Ferrentino, Luigi Patron, e Giuseppe Starace. Dirigenti che però sono stati assolti, sia pure con formula dubitativa, per la morte di altri 82 operai uccisi da tumori polmonari o laringei. Il giudice ha riconosciuto risarcimenti anche per i parenti di altri due lavoratori morti a causa del mesotelioma. Invece, circa la situazione di altri due colleghi, deceduti anch’essi per mesotelioma, il reato è stato prescritto. Per un altro ancora dovrà iniziare un secondo iter giudiziario ad hoc. Il che significa che sono rimasti a bocca asciutta i parenti di 77 operai morti non di mesotelioma ma di varie patologie tumorali.

“ Non solo siamo rimasti a bocca asciutta – il commento dei familiari dei tanti operai deceduti – ma siamo stati soprattutto offesi da una giustizia ingiusta, che non è riuscita a ristabilire la verità su quello che è stato un vero e proprio sterminio ”. Nel 2000 avevano sporto denuncia contro la Montefibre i parenti di 320 operai deceduti per cancro. Poco dopo il pubblico ministero della procura di Nola, Giuseppe Cimmarotta, ha aperto l’inchiesta. Il processo è iniziato nel 2007. Al centro del dibattimento era finita la posizione di soli 83 dipendenti. Ma, appena alcune settimane fa, la commissione scientifica nominata dal tribunale ha stabilito, al termine di una serie di lungaggini, che soltanto 6 operai sono certamente morti a causa della presenza di amianto in fabbrica. Quindi il tribunale, per giungere alla sentenza di condanna dei responsabili di stabilimento, ha valutato la morte di un unico lavoratore.

Cosa che ha lasciato di stucco anche i legali della difesa. C’è da aggiungere inoltre che il pm aveva chiesto per i dirigenti e i medici aziendali pene più alte di quelle stabilite dal verdetto, condanne che variavano da 2 anni e 9 mesi a 4 anni e 4 mesi di reclusione. “ Da un lato – commenta il pm Cimmarotta – sono soddisfatto perché il tribunale ha riconosciuto la presenza di amianto in fabbrica e la responsabilità anche dei medici aziendali, caso credo unico in Italia, nell’omicidio colposo di cui è stato vittima un lavoratore. Dall’altro lato però – l’amarezza del pubblico ministero – non si può essere altrettanto soddisfatti perché tutti gli altri tumori non sono stati presi in considerazione ”. Cimmarotta ha aggiunto che con ogni probabilità si appellerà contro questa sentenza. “ Siamo sfiduciati, ci cadono le braccia – concludono i parenti degli operai morti – a questo punto speriamo che col secondo grado arrivi quella giustizia vera che aspettiamo da decenni ”.  

Somma Vesuviana. Proposto il Registro comunale di testamento biologico

0
Lunedì il Consiglio comunale sarà chiamato a votare anche il regolamento per l’istituzione di un registro comunale per i testamenti biologici.

Con l’espressione “testamento biologico” si suole indicare il documento con il quale un soggetto, nell’eventualità che venga ad essere affetto da una malattia allo stadio terminale o da una lesione traumatica cerebrale invalidante ed irreversibile ed in previsione della sua futura incapacità, detta disposizioni inerenti alle cure mediche cui intende o non sottoporsi, designando eventualmente, a tal fine, un tutore delegato chiamato ad assicurarne il rispetto.

Si allunga sempre più la lista delle città italiane che hanno già istituito un ‘registro’ comunale dove raccogliere il ‘testamento biologico’ dei cittadini, cioè un albo nel quale i cittadini possono segnalare i propri desideri in merito ai trattamenti sanitari a cui essere sottoposti in caso di fine vita. Alla lista, probabilmente, si aggiungerà anche il comune di Somma Vesuviana. Tra i quindici punti posti all’ordine del giorno del prossimo consiglio comunale convocato per lunedì 30 luglio, c’è infatti anche l’Approvazione del Regolamento Comunale per l’istituzione e la tenuta del registro di raccolta dei testamenti biologici.

La proposta viene dal consigliere Vittorio De Filippo, che da anni si interessa di questo delicato argomento e che ha scritto e curato anche un intero capitolo del libro del prof. Umberto Veronesi ”Nessuno deve scegliere per noi. La proposta del testamento biologico”. In assenza di una normativa nazionale in materia e alla luce dei principi generali della Costituzione e della Bioetica, “è volontà politica di questa amministrazione – si legge nella relazione istruttoria che è arrivata tra le mani dei consiglieri dell’assise cittadina in vista del Consiglio comunale – tutelare i diritti di ogni singola persona a compiere le proprie scelte in piena libertà”.

Il regolamento, composto da sei articoli, specifica che il Comune istituisce il registro dei testamenti biologici e che il registro è riservato ai cittadini residenti del comune di somma Vesuviana. La dichiarazione sostitutiva di un atto di notorietà con il quale viene dato atto di aver compilato e sottoscritto una dichiarazione anticipata di trattamento avrà un numero progressivo e sarà annotata sul registro; il responsabile del procedimento e della tenuta del registro sono il Segretario generale e il Funzionario Responsabile dell’area organizzativa affari generali.
La parola, adesso, al Consiglio comunale. 

Sant’Anastasia. Pd: scenari attuali e futuri di un partito

0
PUC, isola ecologica, Legge 21, alleanze politiche future, questione strisce blu. La vita politica ed amministrativa del Pd anastasiano vista da due membri del direttivo: Francesco Ricciardi e la segretaria Grazia Tatarella.

Francesco Ricciardi, avvocato anastasiano di 31 anni, candidato consigliere nelle fila del Pd durante le scorse amministrative a sostegno del mancato sindaco Giovanni Barone (capogruppo consiliare dei democratici), impegnato in politica e nel sociale, ci ha detto la sua circa la proposta della regione Campania di ammorbidire i vincoli imposti dalla legge 21 del 2003 che interessa i Comuni della zona rossa e se è d’accordo sulla decisione presa dall’amministrazione Esposito di far pagare negli stalli blu anche i diversamente abili.

«Credo che prima di parlare di correttivi, la Legge 21 dovrebbe essere applicata dal momento che è stata disattesa: gli amministratori non hanno posto l’accento su quelle che sono le possibilità che dà tale legge, come quella di creare poli imprenditoriali piuttosto che attrattivi, né ci si è preoccupati di dare uno sguardo alla sicurezza e creare le vie di fuga – ha dichiarato ai nostri taccuini Ricciardi, membro del direttivo del Pd anastasiano. Sulla questione delle strisce blu, Ricciardi ammette di non avere avuto modo di leggere l’atto con cui hanno esteso a tutta la cittadinanza le strisce blu ma si dice convinto «che bisogna guardare con più attenzione a chi ha avuto disavventure nella vita o è nato con delle difficoltà. Certamente bisogna stare attenti affinché non ci siano degli abusi nel senso opposto, con permessi per falsi disabili».

La scelta di far pagare anche i disabili, secondo lei, è un tentativo di rimpinguare casse comunali al secco o è solo scarsa sensibilità? «C’è di sicuro una contingenza in tutti i Comuni: fare cassa e questo è un problema perché poi si fanno delle scelte che attengono al ramo della sensibilità – ha risposto Ricciardi – Da un lato, c’è dunque la scelta per fare cassa e dall’altro un tentativo riuscito, talvolta di più e talvolta di meno, di mettere ordine al traffico cittadino che in alcuni ambiti era totalmente ingestibile». Su quest’ultima questione è discordante, invece, il parere della segretaria del Pd, Grazia Tatarella: «credo che tutto ciò sia dovuto alla scarsa sensibilità di questa amministrazione che ad oggi ha dimostrato ampiamente di non essere all’altezza di governare il paese».

A riguardo della legge 21, inoltre, la segretaria della sezione locale del Pd ritiene opportuno «regolamentare i territori tenendo ben presente il pericolo di un’eruzione. Ho letto di un articolo in cui alcuni studiosi americani parlavano del Vesuvio prevedendo, in caso di eruzione, una vera e propria strage: le popolazioni non avrebbero scampo. Allora mi domando: piuttosto che fare una battaglia per poter concedere licenze edilizie, perché non cominciamo ad alzare la voce per costruire in maniera adeguata le vie di fuga? Chi governa un paese ha il dovere di proteggere i cittadini, ma il sindaco questo lo sa o pensa solo ad altro?».

Con i due membri del direttivo del Pd abbiamo parlato anche di isola ecologica e PUC. È cosa nota che i cittadini sono scontenti da un lato per la costruzione della struttura «troppo vicina a scuola e case» e dall’altro per la scarsa considerazione di proposte e suggerimenti fatti da alcune delle associazioni presenti sul territorio circa il nuovo piano urbanistico. Per entrambi l’isola ecologica va realizzata ma, come ha specificato la segretaria Pd, «c’è la necessità di capire come mai un progetto approvato e finanziato e per il quale avevamo tutti i permessi, è stato cambiato. Ad oggi il nostro paese sarebbe già dotato dell’isola ecologica prevista nel Boschetto dall’amministrazione Pone e invece …».

Sulla questione PUC Francesco Ricciardi ha detto di volersi «astenere da qualsiasi giudizio visto che non ho seguito la vicenda» mentre Grazia Tatarella ha asserito che «fino ad oggi non abbiamo assistito a nessun fatto ma ascoltato solo parole. In ogni caso noi del Pd abbiamo una nostra proposta sulla quale stiamo lavorando insieme ad alcuni esperti iscritti al partito e la presenteremo a settembre in una manifestazione pubblica». Non poteva mancare qualche riflessione sulla vita politica del Pd. A tal proposito abbiamo chiesto ai due giovani militanti quali temi accomunano il Pd ed il resto dell’opposizione consiliare, in particolare Rifondazione comunista.

«Con Rifondazione Comunista abbiamo condiviso un percorso fin dalla campagna elettorale e che, ancora oggi, continua nel rispetto delle proprie posizioni sui diversi temi – ha chiosato la segretaria Pd – Devo dire che con il coordinatore Antonio Bianco e con i militanti di PRC ci confrontiamo spesso e siamo in sintonia su molti temi, naturalmente mi riferisco alla politica locale, sulla politica nazionale abbiamo qualche divergenza di vedute, ma riguardo alle posizioni amministrative siamo assolutamente in linea». I temi sui quali convergono i due schieramenti politici, invece, sono stati elencati da Ricciardi e riguardano, a suo dire, le politiche sociali, la centralità delle periferie ed il ritorno ai valori ed alla tradizione».

Il percorso di opposizione che state facendo, insieme alle altre forze di minoranza, può rappresentare un viatico per costruire un’alleanza elettorale? Per Francesco Ricciardi «il Pd guarderà alle forze che vogliono costruire con l’intento di considerare il programma politico piuttosto che i numeri, creando un’unione sui valori» mentre alla domanda se da iscritto e militante è soddisfatto della conduzione politica del suo partito e dell’azione in Consiglio comunale, il giovane avvocato ha risposto positivamente, sottolineando di «voler fare un plauso alla segretaria Tatarella perché si cerca di portare avanti un progetto politico che sia vicino ai cittadini ma si paga lo scotto della diffidenza dei cittadini stessi».

«Il progetto del Pd era nato per unire forze che non fossero meramente legate al partito e le vicende nazionali hanno inciso su questo progetto – ha fatto notare Ricciardi – Per quanto riguarda le vicende legate al consiglio comunale è sotto gli occhi di tutti che c’è stata qualche divergenza di vedute ma siamo coesi e tutte le scelte fatte sono condivise con dirigenza ed iscritti». Anche Grazia Tatarella si ritiene «abbastanza soddisfatta» della conduzione politica del Pd e dell’azione in assise e precisa: «Per la celebrazione del congresso provinciale la sezione Pd di Sant’Anastasia è riuscita ad essere compatta sulla scelta dei candidati per la delegazione che ha rappresentato il Pd anastasiano al congresso. Siamo convenuti sulla candidatura di tre persone, giovani ed impegnate, che incarnano lo spirito positivo con il quale, nonostante le difficoltà, stiamo cercando di guardare al futuro».

«Sugli scenari futuri credo che sia prematuro parlare di alleanze elettorali. Per il momento insieme alle altre forze di opposizione stiamo lavorando nel rispetto del ruolo che gli elettori ci hanno assegnato, quello di vigilare sull’operato dell’amministrazione, anche se in realtà l’opposizione in questo momento storico, è maggioranza – ha concluso Grazia Tatarella – Lo era in realtà anche quando il PdL era in maggioranza, ma oggi il Sindaco dovrebbe rendersi conto che rappresenta la parte minoritaria del paese».  

Anche Ottaviano potrebbe avere una Rotonda Diaz

I marciapiedi dei mormoratori e dei “rusecatori”; una rotonda; il bosso, simbolo di morte e di guerra, prende il posto dell’ulivo, simbolo di pace e di abbondanza. Breve cronaca di un pomeriggio in piazza San Lorenzo.

Una premessa: basta con le critiche a prescindere. Non è una cosa seria. Non appena l’amministrazione di Ottaviano fa qualcosa, si scatenano i contestatori. É mai possibile che non facciano nulla di buono, i nostri amministratori? Non è possibile. Tra l’altro, la legge delle probabilità dice che se gli amministratori di una città qualsiasi si impegnassero a far tutto male, non ci riuscirebbero: il caso è più forte delle intenzioni. Poiché ritengo che il cerchio sia il segno della perfezione, dico che le rotonde mi piacciono. Dunque, mi piace anche la rotonda davanti al Circolo Diaz. Propongo di battezzarla Rotonda Diaz. Suona bene, e richiama alla mente Napoli. Anche il fumo delle parole può saziare, talvolta.

Certo, saremmo più sazi, se ci avessero piantato l’ ulivo. Ma, direbbe un cinico, non tutte le rotonde riescono col buco. Cosa è successo? Mercoledì, 25 luglio, ore 19, 20. Una corona di spettatori schierati sui marciapiedi osserva due tecnici che scavano al centro della rotonda: hanno il compito di fare un buco per piazzarvi un ulivo. Ore 19,40: poche picconate e lo scavo si interrompe. I picconi hanno portato allo scoperto delle pietre nere: che roba è? Ore 19.45: il mistero è già risolto. É il tetto della fogna: ebbene sì, al centro di questa strada benedetta c’è una fogna. C’è dal 1907. Ad un metro c’è il tombino di collegamento.

Davanti al Circolo Diaz incominciano a intrecciarsi i suggerimenti dei sapientoni: bisogna piazzare l’ulivo a tutti i costi, anche a costo di scassare la volta della fogna; no, no, bisogna piazzare un ulivo nano; no, no, ma che ulivo nano! sarebbe uno schiaffo per il Circolo; bisogna piazzare un carrubo; bisogna piazzare una palma. Poi arriva la sentenza dei catastrofici: bisogna cancellare la rotonda. Mi innervosisco. Su questo marciapiede, su cui si affaccia l’ingresso del Circolo, ancora si scrive – da cento anni, ormai – una vicenda quotidiana di polemiche, mugugni e pettegolezzi. La sera vi si apre una specie di tribunale, composto da giudici a cui non va bene mai nulla. C’è chi, pur di non passare davanti al Circolo Diaz, pur di non esporsi alla malignità dei “rusecatori“, compie circumnavigazioni anche di centinaia di metri.

Avrebbe fatto bene l’amministrazione comunale a tagliar via il marciapiedi. Dovrebbe essere impedito a questi mormoratori, a questi maldicenti tagliatori di panni altrui, di sedersi in quello spazio aperto, uno accanto all’altro, con la postura e l’espressione dei giudici di Corte d’ Assise. Da qualche tempo funziona addirittura la seconda sezione del tribunale, sulle panchine di fronte: ogni sera, qualche infelice – infelice donna, ma anche infelice uomo – che attraversa quel tratto di strada è bersaglio del fuoco incrociato della maldicenza, del “ruseco“. Accade solo a Ottaviano. Ore 20: mentre le campane di San Lorenzo suonano a tutto volume il concerto serale, che si sente, mi dicono, fino a Terzigno, dentro la rotonda si tiene un consulto.

A conclusione del quale, la gru montata su un camion riporta sul camion l’ulivo, che pare dispiaciuto. Alle 20,05 il camion e l’ulivo vanno via. Giovedì 26 luglio, ore 9, 30: in mezzo alla rotonda trovo una pianta corta e “tonna“. Credo sia un bosso. Se è un bosso, è cosa sorprendente. Ci aspettavamo l’ulivo, pianta di pace e di abbondanza – tra l’altro, Ottaviano è una città di pace -, e ci danno il bosso, pianta complicata, pianta cimiteriale, sacra a Venere, a Proserpina e a Cibele, simbolo di situazioni e di passioni estreme: la morte, l’amore. La notte. La guerra. Le spade e i coltelli dei guerrieri antichi avevano impugnature di bosso. É stata scelta a caso, la pianta? A me va bene anche il bosso, in definitiva: se è bosso. Mi piace perché si adatta alla forma della rotonda.

Se il tutto sia utile al traffico, si vedrà. In questi giorni viene ridisegnato lo schema dei sensi di circolazione intorno a via Roma. Documenteremo i risultati. Parleremo anche di altri vantaggi che le rotonde portano con sé. Diciamo, per ora, che nel settembre 2014 quando, deis iuvantibus, ritornerà, lungo via Roma, e nel pieno rispetto delle disposizioni di legge, la Corsa degli Asini, il traguardo lo piazzeremo dopo i primi metri di Corso Umberto: i ciucci dovranno girare intorno alla rotonda, e non sarà facile. I ciucci normali sanno galoppare solo in linea retta: nelle curve o si fermano o sbandano. La vittoria se la giocheranno solo ciucci speciali.

Una domanda all’assessore ai LL.PP. Non riguarda gli scavi di via C.O. Augusto, né i budelli di via Giovanni XXIII. Di questo parleremo a settembre, deis iuvantibus. E parleremo anche del bitume color pelo di topo e del cemento che, in alcuni luoghi in cui sono stati eseguiti o solo abbozzati “pubblici lavori“, hanno sostituto basoli di spuma, basoli “passa e non passa“ e altre pietre vesuviane di grande pregio. E di cospicuo prezzo. Qual è stato il destino di queste pietre e di quei basoli? Insomma, che fine hanno fatto? So che l’ing. Michele Bianco, assessore ai LL.PP., mi darà una risposta chiara, netta, esauriente.

LA CITTÀ INVOLONTARIA 

Le mani sulla città: cinquant’anni e non sentirli

0
La pellicola-inchiesta del napoletano Francesco Rosi esce nel 1963, ma il regista sembra immortalare una questione che perdura da decenni e che diventa l’immagine più riuscita di ciò che la politica non deve essere.

“Un film è sempre un’opera d’arte, non riproduce mai la realtà così com’è ma, attraverso un certo sguardo, un certo taglio interpretativo, reinventa la realtà, la trasfigura e la carica di senso”; la citazione in questione da “I cento Passi”, di Marco Tullio Giordana, mette in chiaro una delle peculiarità che caratterizzano la settima arte. Il cinema può affascinare, deve commuovere, sa coinvolgere e creare un’ empatia particolare con lo spettatore, ma un film può fare – o forse è meglio dire dovrebbe fare- soprattutto riflettere; e lo fa riportando sullo schermo questioni affrontate attraverso una trama che può essere la trasposizione della realtà quotidiana, sviscerata nelle sue gioie e nei suoi dolori, nelle sue contraddizioni e problematiche, nelle sue aporie. E pochi film mantengono la sferzante attualità del capolavoro del napoletanissimo Francesco Rosi, “Le mani sulla città”. Prodotto e distribuito nel 1963, sembra essere stato scritto oggigiorno.

In un quartiere popolare di Napoli crolla un palazzo, provocando due vittime e un ferito. Il dramma precede di pochi mesi le elezioni comunali che porteranno all’insediamento di una nuova giunta: cominciano in questo modo i problemi per l’imprenditore Eduardo Nottola (Rod Steiger), membro influente della giunta comunale e responsabile diretto dell’impresa edile (dietro la figura del figlio, ingegnere dell’azienda). È il consigliere di sinistra De Vita (Carlo Fermariello) che spinge per la costituzione di una commissione d’inchiesta che valuti le responsabilità dell’accaduto; si cerca di evitare, però, che l’indagine sfoci in una valutazione politica in merito al conflitto di interessi del politico-affarista Nottola.

Il polverone mediatico sollevato dalla questione rischia di coinvolgere la maggioranza che, per tutelarsi, chiede a Nottola di non ricandidarsi nelle elezioni imminenti, affinché il partito non subisca un danno in termini di voti. Ma questi, affrancandosi dalla maggioranza e dopo aver sacrificato il figlio come capro espiatorio per il tragico accaduto, sfoderando un tipico trasformismo tutto italiano, si schiera con il partito di centro, generando la reazione furiosa degli ex colleghi della fazione di destra. Ma ostracizzare Nottola significherebbe far cadere la nuova giunta e questo comporterebbe il “seccante” arrivo di un funzionario da Roma; sarebbero bloccati tutti i progetti in ballo e, dunque, lesi gli interessi di tutti. Di conseguenza, l’accordo fra maggioranza e una parte consistente dell’opposizione fa si che lo status quo rimanga inalterato: eletto assessore all’edilizia e con la benedizione del vescovo, Nottola può continuare, con la speculazione edilizia, ad arricchirsi costruendo palazzi.

“Le mani sulla città” riesce a cogliere e a raccontare lo spirito opportunistico ed antimoralista che inficia la politica a tutti i livelli e, di fatto, diventa la lucida denuncia del sacco urbanistico partenopeo di fronte al quale Rosi, napoletano di nascita, prende posizione confrontandosi sia con la giustizia sociale, sia con un profondo amore per la sua città natale. Gli argomenti sollecitati sono rappresentativi di ciò che la politica deve o non deve fare, allora come oggi.

Rosi realizza, dunque, una pellicola-inchiesta di grande impegno civile – Leone d’Oro 1963 a Venezia, tra non poche polemiche – in cui viene lucidamente registrato il compromesso della vergogna nelle stanze del potere; la critica del film è comunque bipartisan: se viene palesemente attaccata una certa parte politica (l’asse che dalla Democrazia Cristiana si dirige verso la destra), dove la provocazione del sindaco immaginato da Rosi teneva certamente conto del comportamento tenuto da alcuni esponenti politici dell’epoca (ad esempio Achille Lauro, sotto il cui mandato la speculazione edilizia di Napoli cominciò a dilagare), il regista napoletano non nasconde neppure l’inadeguatezza di una sinistra brava nelle parole e nelle denunce ma incapace di catturare i voti necessari – “Sotto le elezioni voi delle sinistre speculate anche sulla morte dei cittadini”, è l’accusa rivolta dal deputato della maggioranza Maglione [Guido Alberti] all’invettiva del consigliare De Vita , per la cui interpretazione Rosi ricorse ad un attore non professionista, il deputato del PCI Carlo Fermariello.

Se è lecito supporre che un film diventi leggendario quando il suo titolo si trasforma in un locuzione d’uso corrente – si pensi a “La dolce vita” o “Amarcord” di Fellini – imprimendosi significativamente nell’immaginario collettivo, “Le mani sulla città” appartiene certamente a questo genere di film, dove la rappresentazione di fatti di cronaca locale è riuscita ad elevarsi a carattere di memoria storica, sfiorando, talvolta, un tono quasi profetico.
(Fonte foto: Rete Internet) 

L’amore dura tre anni

L’amore dura in eterno o è una condizione illusoria con data di scadenza? Beigbeder non cerca una risposta ad una domanda irrisolvibile, ma descrive la parabola di un uomo disincantato che torna ad aprirsi alla forza del desiderio.

Marc Monnier è un critico parigino che si occupa di pubblicità e gossip mondano. É un uomo cinico, amante della bella vita e delle donne, con una particolare concezione dell’amore: secondo Marc, non può durare più di tre anni, nasce con una data di scadenza ed è destinato a morire. In questa visione disincantata ha una forte influenza la vita privata di Marc, il cui matrimonio è andato in crisi proprio dopo tre anni.
Ma un imprevisto cambia le cose. Marc si innamora di Alice, che gli resiste. Lo scrittore, col cuore infranto, scrive con uno pseudonimo un libro sull’impossibilità dell’amore. La fama e il libro si metteranno tra Marc e Alice, cambiando i termini della loro relazione.

Beigbeder è all’esordio alla regia e sceglie un suo fortunato romanzo. Lo scrittore francese mostra di aver studiato le grandi commedie nazionali sul tema dell’amore, tradizione prestigiosa e molto pesante da gestire. Difficile dire qualcosa di nuovo, difficile non cadere in paragoni con i maestri di ieri e di oggi. Beigbeder se la cava discretamente, imbastendo una commedia raffinata in bilico tra una venatura amara e un’altra più leggera.

Il ritmo è spedito e gradevole. Il protagonista indiscusso del film è Marc. La sua amarezza è una facciata protettiva: crede nell’idea di un amore invincibile, ma finisce a scontrarsi con l’altra metà del cielo, le donne. Senza calcare troppo la mano, Beigbeder fa comunque un discorso di genere. Il personaggio di Marc funziona bene perché dietro le speculazioni da cinico e viveur si nasconde una visione totalizzante dell’amore, la forza prima in grado di muovere la vita. La Parigi notturna, le avventure, i discorsi da salotto sulla fugacità e la debolezza delle relazioni, gli inni ai piaceri carnali – elementi della vita e del lavoro di Marc – costituiscono la scenografia posticcia dell’unica verità possibile: la forza del desiderio.

Beigbeder è un’artista della parola e realizza un film dove gli aspetti letterari e la citazione colta hanno un ruolo fondamentale. In questa cornice raffinata si colloca l’evergreen della complessità delle relazioni amorose. L’oscillazione tra la disillusione e la volontà di credere nell’amore è ben costruita, grazie ai dialoghi e alla bravura dei due protagonisti.

Progressivamente il film scivola compiaciuto verso il romanticismo, ma la cosa non pesa. Alcuni passaggi sono retorici, ma Beigbeder non ha l’ambizione o la pretesa di fornire risposte definitive. Se lo schema di partenza è piuttosto abusato – fine di un rapporto, chiusura ai sentimenti e successiva “apertura” grazie ad un nuovo incontro – è interessante, leggero e non banale l’affresco sulla mutevolezza degli stati d’animo che ne deriva. Che duri in eterno o finisca dopo tre anni, l’intensità del desiderio amoroso è l’istante che riempie la vita e al quale, cinici o idealisti, è necessario abbandonarsi.

Voto 6,5/10
Regia di Frédéric Beigbeder, con Gaspard Proust, Louise Bourgoin, Frédérique Bel, Joey Starr, Jonathan Lambert
Durata: 100 minuti
Titolo originale: L’amour dure trois ans
Uscita nelle sale: 27 giugno 2012

LA RUBRICA 

Napoli. Viaggio attraverso l’Italia dei Beni Comuni

0
Racconti, esperienze, speranze raccolte in un volume di chi, con impegno, vive quotidianamente una filosofia di vita.

“Viaggio nell’Italia dei Beni Comuni” è un libro diverso; non solo perché ha una licenza creative commons, ma soprattutto per la passione degli autori, per la lungimiranza dei sostenitori del progetto, del rispetto della natura dell’uomo, essere sociale, e dell’Ambiente. Il volume è un insieme di esempi di gestione di beni comuni, che non sono solo quelli materiali, come l’acqua, ma anche immateriali. Non è cosa semplice passare dalla teoria alla pratica, ma questo volume si pone come punto da cui partire per definire, innanzitutto, il concetto di bene comune, così vasto da sembrare ovvio; naturalmente non lo è, ma bisogna stare attenti a non svilirlo,va sottolineato che è, invece, l’essenza dei Diritti dell’Uomo: solo così si può passare all’effettiva gestione del patrimonio di tutti, attraverso un protocollo di responsabilità, un metodo partecipato che permetta di uscire dalla logica dell’assegnazione.

In diritto romano “res extra commercium” è un concetto ampio che si estende dalla proprietà collettiva di luoghi e dello sfruttamento delle loro risorse, come il bosco “Delle Sorti della Partecipanza” (un’ estensione di 593 ettari, che viene gestito dal 1200 dagli abitanti della comunità di Trino), a Internet. Attualmente, cresce sempre più il sentire appartenenza ad un bene comune, aldilà se esso sia di proprietà pubblica o privata; è una questione d’identità radicata nel far parte di un disegno globale dove si trovano le proprie radici. “Viaggio nell’Italia dei Beni Comuni” è, dunque, anche una riscoperta di antiche esperienze vissute, di laboratori, ma è anche un libro prodotto “dal basso”, perché un libro è un bene comune .

Si legge nel segmento del volume “Libri in comune”, scritto da Ileana Bonadies e Rosario Esposito La Rossa, per fare un libro ci vogliono: “ … due mesi, duecentocinquanta copie prenotate e centodieci coproduttori”. Un libro con licenza creative commons è fruibile a tutti: può essere continuamente arricchito con racconti di altre esperienze, stampato, consultato in rete su creativecommons.org, a condizione che non venga alterato il principio che ha animato i creatori del progetto letterario. E’ un’esperienza innovativa ed assolutamente originale della casa editrice Marotta&Cafiero: un libro “dal basso” non è semplicemente stampare su ordinazione, ma è l’affermazione di un’idea che si propone in alternativa all’editoria intesa come operazione commerciale fine a se stessa, dimostrando che si può stampare un libro facendo lavorare le realtà del territorio, si può finanzia col capitale delle relazioni e degli affetti, il che permette di curarne la qualità e, nello stesso tempo, coprire le spese. Stampati su carta riciclata al 100%, i volumi della Marotta&Cafiero hanno un costo massimo di 10 euro e si basano fondamentalmente su accessibilità, ecosostenibilità, innovazione, libera diffusione e produzione a filiera corta.

Il dibattito, moderato da Amalia De Simone, si è tenuto presso “ZTL”, il teatro live del musicista Marco Zurzolo; sono intervenuti Alberto Lucarelli, assessore ai Beni Comuni de Comune di Napoli, gli autori Ileana Bonadies e Renato Briganti, presidente regionale di “Mani Tese”, Daniela Passeri, una dei curatori del libro nonché autrice, e l’editore Rosario Esposito La Rossa. Il libro “Viaggio nell’Italia dei Beni Comuni”, si avvale della prefazione di Paolo Cacciari, autore del libro “Decrescita o barbarie”, Daniela Passeri e Nadia Carestiato. Il saggio introduttivo del volume è di Alberto Lucarelli, assessore ai Beni Comuni della Giunta De Magistris nonché firmatario e redattore, insieme a Ugo Mattei, del “Manifesto per un soggetto politico nuovo – ALBA”.

Il libro esce all’indomani dell’importante sentenza 199/2012 della Corte Costituzionale che cha dichiarato l’illegittimità costituzionale degli articoli 3 e 4 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), accogliendo il ricorso diretto di incostituzionalità del Decreto della Regione Puglia, patrocinato dai prof. Lucarelli e Mattei.

Il prossimo step del viaggio attraverso i Beni Comuni sarà a Venezia per settembre, alla III edizione della “Conferenza Internazionale della Decrescita 2012”: dopo Francia e Spagna, l’Italia ospiterà una serie di eventi e manifestazioni. La “Conferenza Internazionale della Decrescita” lavora sui temi della cooperazione internazionale, dello sviluppo sostenibile e dell’Ambiente. Oltre che dalle ONG, la Conferenza viene affiancata dalla ricerca e dall’economia ecologica, che dev’essere compatibile con i limiti imposti dalla biosfera. Il concetto stesso di decrescita si poggia sulla bioeconomia, in opposizione all’economica classica, che si basa, invece, sul profitto. 

É Gino Cimmino il nuovo segretario provinciale del Pd

0
L’ufficializzazione oggi dopo due giorni di votazioni.

Mancava solo la proclamazione. Gino Cimmino è il nuovo segretario provinciale del Pd. La proclamazione al termine dalle votazioni che hanno portato alle urna in due giorni 11.602 votanti, cioè oltre il 60% degli iscritti al Pd. Cimmino ha avuto un consenso di 10.965 voti. Le liste di circolo hanno raccolto 2.665 voti pari al 24,3%. La lista provinciale «I democratici» 2.026 voti pari al 18,5%; la lista provinciale «Democratici protagonisti» 5.513 voti, pari al 50,3%; la lista provinciale «Ripartire dai territori» 761 voti, pari al 6,9%.

«Con il prossimo gruppo dirigente — ha detto Enzo Amendola, segretario regionale del Pd Campania — si apre una nuova fase per i democratici partenopei. A loro toccherà affrontare le sfide per superare la pesante recessione economica – aggiunge Amendola – e le nuove trasformazioni a partire dalla nascita della città metropolitana di Napoli, riforma che il Pd chiede da tempo». Auguri a Cimmino, col quale si incontrerà presto, anche dal sindaco de Magistris: «I miei – ha spiegato l’ex pm — sono auguri sentiti perché è importante, fin da oggi, consolidare il dialogo nell’interesse della città, cercando di rendere Napoli un laboratorio politico esempio di buona amministrazione anche a livello nazionale». 

Acerra. Niente quota rosa in giunta

0
L’unico assessore donna si è dimesso prima ancora della prima riunione di Giunta.

Le dimissioni di un Assessore, prima ancora di partecipare alla prima riunione della Giunta, sono, obiettivamente, un fatto politico straordinario e sconcertante.
In tutte queste settimane, il Partito Democratico di Acerra, con un atteggiamento serio e responsabile, ha atteso invano che il Sindaco e la maggioranza spiegassero le ragioni di una decisione unica nel suo genere.
Acerra non vive una stagione politica normale e anche questa vicenda ingenera comprensibilmente inquietudini e preoccupazioni che nel Consiglio Comunale di oggi potrebbero essere dipanate nella discussione prevista su richiesta dell’opposizione, ma è ragionevole avere, a questo punto, dei dubbi.

In ogni caso, resta il fatto che la Giunta Comunale di Acerra, con le dimissioni dell’unico Assessore donna, non risponde ai requisiti imposti dalla Costituzione italiana, dalle leggi e dallo Statuto comunale che prevedono un’equilibrata rappresentanza di genere.
Si ricorda in proposito, per l’alto valore della sua fonte, che l’articolo 2 dello Statuto Comunale di Acerra, al comma 4, stabilisce che “il Comune riconosce, come parte fondante del suo patrimonio storico e culturale, l’apporto di pensiero e di esperienza proprio del modo di essere delle donne. Si impegna a rafforzare nella coscienza sociale e nel vivere civile il vero rispetto della parità tra uomo e donna, rimuovendo ogni discriminazione, diretta e indiretta, ed ogni ostacolo di fatto limitativo di questa parità, conformando a tale principio il proprio ordinamento e organizzazione”.

La presenza delle donne è una garanzia nella vita delle Istituzioni e risponde all’interesse generale, per quanto l’attuale Consiglio Comunale di Acerra non veda, tra i suoi componenti, alcuna rappresentante femminile. Per questo motivo, a difesa di un principio, fondante, qualificante e significativo, il Partito Democratico di Acerra, il Gruppo consiliare e il Coordinamento provinciale delle Donne del Partito Democratico hanno proceduto, stamani, a inoltrare al Sindaco di Acerra una comunicazione formale per indurlo ad adempiere rapidamente a obblighi che, oltre ad essere politici, istituzionali, democratici, sono anche e soprattutto doveri giuridici. 

Somma Vesuviana, Il concerto della Gatta

L’appuntamento è per domenica 29 luglio sul borgo antico Casamale. Lo spettacolo musciale è diretto dall’artista Fabio Fiorillo. L’ incasso verrà devoluto al Comune di San Felice sul Panaro colpito dal sisma

Si avvia alla conclusione la I edizione di Terra Murata Festival, rassegna musicale, teatrale e non solo che per oltre un mese ha portato all’esibizione nei vicoli del Borgo antico Casamale giovani talenti musicali, band , gruppi folk e antiche paranza sommesi. Sabato 28 luglio nei cortili chiusi del centro storico sarà possibile visitare mostre fotografiche, mostre artistiche ed artigianali e domenica 29 invece la compagnia “Cabala” presenterà l’ultimo ed interessante appuntamento con la musica d’autore.

Nel cortile della scuola primaria di via Ferrante D’Aragone, nel cuore del borgo antico, alle ore 21,00 si terrà lo Spettacolo musicale "Il concerto della Gatta", favola musicata liberamente ispirata alla novella del Basile e all’opera del grande maestro Roberto De Simone. Lo spettacolo è diretto dall’artista Fabio Fiorillo. L’intero incasso verrà devoluto al Comune di San Felice sul Panaro(Emilia Romagna) colpito dal sisma

Per info e prenotazioni contattare:
arcisomma@libero.it
festa dellelucerne@libero.it