Sant’Anastasia. “Vesuvius Taste Experience”, pizzeria napoletana situata in Svizzera, entra ufficialmente nella selezione dei “70 Best Restaurant with Pizzeria in the World”. Il riconoscimento è stato consegnato durante il SIGEP World 2026 di Rimini, importante evento a livello internazionale per i settori della gelateria, pasticceria, panificazione, caffè e pizza.
La cerimonia di premiazione si è svolta nella Sala conferenze “Neri”, nel corso della manifestazione gastronomica. In questo scenario, il premio ha rappresentato per Vesuvius Taste Experience, diretto da Gianluca Pellegrino, originario di Sant’Anastasia, un occasione di notevole importanza che ha permesso ancora una volta l’affermazione del valore della tradizione culinaria partenopea nel mondo.
Il lavoro svolto da Vesuvius Taste Experience in questi anni si è distinto per la capacità di coniugare i sapori dei piatti della cucina napoletana ad una interpretazione contemporanea e originale. Fin dalle origini, il progetto ha costruito la propria identità su un equilibrio preciso tra rigore artigianale e visione moderna, attraverso impasti a lunga maturazione, farine accuratamente selezionate e una grande attenzione alla qualità delle materie prime.
Giuseppe Folgore, pizza chef di Vesuvius e anima creativa delle proposte del locale, ha accolto l’ingresso nella prestigiosa selezione con gratitudine e orgoglio. Un riconoscimento di grande valore, arrivato anche in modo inaspettato, che segna un passaggio importante nel percorso di crescita della pizzeria e che porta con sé anche il nome di Sant’Anastasia sulla scena gastronomica internazionale.
L’ingresso tra le 70 migliori pizzerie al mondo conferma Vesuvius Taste Experience come una realtà capace di portare, anche fuori dall’Italia, un’idea di pizza che unisce tradizione, tecnica e visione moderna, affermandosi con impegno e passione nel panorama internazionale della ristorazione artigianale.
Resta sotto stretta osservazione la situazione in via Cavour, dove nelle prime ore della mattinata si è verificato il crollo di una porzione di un fabbricato. L’episodio si inserisce in un contesto già critico, avviato nel pomeriggio precedente con una perdita sulla rete idrica che aveva interessato diversi immobili della zona.
A scopo precauzionale, già nella giornata di ieri era stato disposto lo sgombero di alcuni palazzi. Complessivamente sono 20 le famiglie coinvolte, che hanno lasciato le proprie abitazioni e sono state sistemate già dalla notte in albergo o presso familiari, con il supporto dell’amministrazione comunale e della rete di emergenza.
A partire dalle ore 6, sul posto sono presenti in modo continuativo i Vigili del Fuoco, impegnati nei controlli statici, nei rilievi tecnici e nelle operazioni di messa in sicurezza dell’area. Via Cavour è stata chiusa alla circolazione e resta interdetta fino a nuova disposizione.
Operano sul luogo anche la Polizia Municipale e la Protezione Civile, mentre prosegue il monitoraggio degli edifici circostanti per valutare eventuali ulteriori criticità.
Il sindaco Raffaele Bene è costantemente presente sul posto, seguendo l’evoluzione delle operazioni e mantenendo un contatto diretto con i tecnici e le forze impegnate nell’emergenza.
La situazione resta complessa e saranno i risultati delle verifiche strutturali a determinare eventuali ulteriori provvedimenti nelle prossime ore.
Scrissi “I briganti del Vesuvio” nel 1998. E’ venuto il momento di riscrivere e di ristampare, perché due “temi” di quella storia sono ancora di grande attualità: il rapporto tra “i galantuomini” e “l’infima plebe” e le relazioni tra le strutture dello Stato e i camorristi. Pilone venne tradito dai camorristi e, il 14 ottobre 1870, un boschese, di cui lui si fidava, lo portò sotto i pugnali dei “questurini” napoletani che lo aspettavano poco lontano dal Museo, nel tratto di strada tra l’Albergo dei Poveri e l’Orto botanico. I “questurini” avrebbero potuto catturarlo senza problemi: erano almeno in quindici contro il solo Pilone, che per di più non portava armi. Ma era stato “consigliato” all’appuntato Generoso Zicchelli, che comandava la squadra, di non fare prigionieri: i processi, si sa, erano e sono pericolosi per tutti, talvolta. Cosa avrebbe raccontato in tribunale il “pentito” Pilone?
Esemplare è la morte di Luigi Panariello, di 35 anni, di Boscotrecase, l’ultimo latitante della banda Pilone, che sopravvisse al suo capo meno di un anno. Il 26 giugno 1871 egli aggredì agli Aquini di Boscoreale il guardiano Giuseppe Boccia, che era forse spia dei carabinieri, e gli sparò contro due colpi di fucile e 12 colpi di revolver. Avendo visto che, per difetto della sua mira, il Boccia, pur gravemente ferito, era ancora vivo, il Panariello si accingeva a finirlo a colpi di pugnale, ma lo bloccò la moglie del guardiano, Maddalena Lullo, di anni 26, gettandosi sul corpo del marito e implorando pietà. Panariello fuggì via, e solo allora i vicini che dalle finestre avevano assistito alla tragica scena uscirono di casa, si avvicinarono ai due e prestarono i primi soccorsi. Un guardiano di Terzigno riferì ai carabinieri di Boscotrecase che il brigante era nascosto in un campo di granone, nel luogo detto Cangiano Cacone, in tenimento di Boscoreale.
Carabinieri e guardie nazionali vi accorsero in carrozzella; sul luogo, scesero dalle vetture con somma cautela e stanarono la preda. Panariello uscì dal covo, scaricò il fucile contro i cacciatori e si diede alla fuga. Corse alla disperata, sotto il sole, saltando tra i solchi della terra nera e ferace, che dava due raccolti all’anno, cambiando senza sosta direzione per sfuggire ai colpi degli inseguitori, che gli erano alle spalle, ma non riuscivano ad afferrarlo. Due ore durò la corsa, fino alla Fiumara del Sarno: qui il brigante sperò d’essere salvo, poiché i suoi inseguitori li sentiva sfiniti, prossimi a fermarsi. Ma Giuseppe Cirillo di Gaspare, di Boscotrecase, contadino, bersagliere in congedo, che stava a lavorare in quel punto della piana grassa di vapori, si fece dare il fucile da Luigi Sorrentino, caporale della G.N.di Boscoreale, e si lanciò alla caccia, seguito, con le ultime energie, dagli altri. Panariello capì e si fermò ad aspettare.
Quando il Cirillo gli fu vicino, il brigante gli sparò un colpo di carabina, ma lo mancò, e si lasciò cadere in un solco; il Cirillo gli fu sopra e lo colpì violentemente sulla testa con il calcio dell’arma. Panariello riuscì ancora a estrarre la pistola, ma intanto giungeva il Sorrentino, che gli tirò un colpo di rivoltella alla gola e lo uccise. La spia di Terzigno ebbe un premio di 30 lire, a Cirillo furono date 735 lire, a Luigi Sorrentino 50 lire. Con 50 lire il Sindaco di Ottajano, Giuseppe Bifulco, contribuì al donativo: avrebbe dato di più per “l’uccisione del perverso assassino”, se le casse del Comune lo avessero consentito. I Carabinieri di Castellammare registrarono l’uccisione di Panariello nella relazione giornaliera del 29 giugno, dopo una denuncia di furto e prima di una denuncia di tentata violenza carnale: a Torre Annunziata Giovanni Fuschillo era entrato in casa di Giovanna Giordano e aveva cercato di prenderla; la donna era riuscita a fuggire, ma il Fuschillo s’era steso sul letto ad aspettarla, con tutta calma. La piccola guerra del brigantaggio vesuviano finì nello splendore allucinante del sole mediterraneo.
L’ironia della storia volle che Luigi Panariello fosse ucciso da un contadino che aveva prestato il servizio militare, con onore, nell’esercito dell’Italia unita. Quando la banda del brigante Pilone concluse la sua storia, a Napoli, nel solo 1870, erano state ammonite dalla polizia, per oziosità e vagabondaggio, 5449 persone, di cui 1754 di minore età; 2800 erano i sospetti, 3700 “già delinquenti” erano stati condannati alla sorveglianza di polizia – e di questi 1444 erano “di minore età”. Nel febbraio del 1870 l’ispettore A. Bianchi comunicò al prefetto, con documento ufficiale, che il maggior numero di reati era stato registrato in quei quartieri “ove più grande fu il numero degli arresti preventivi e in via eccezionale. Sarò forse troppo sentimentale, ma io credo che l’abuso di tali arresti non fa che rendere peggiori i pregiudicati, massime i giovani, mettendoli a contatto nelle prigioni con i più vecchi e provetti dai quali ricevono colà entro lezioni che io chiamo di perfezionamento nel malfare.”
Nel corso di un’operazione della Polizia di Stato finalizzata al contrasto della pedopornografia online, lo scorso 13 gennaio è stato eseguito un decreto di perquisizione nei confronti di un soggetto domiciliato in provincia di Napoli, indagato per detenzione di materiale pedopornografico.
Il provvedimento è stato emesso dalla Procura della Repubblica di Napoli – 4ª Sezione “Violenza di genere e tutela delle fasce deboli della popolazione” – e l’attività investigativa è stata coordinata dal Centro Operativo per la Sicurezza Cibernetica Campania.
A seguito della perquisizione sono stati sequestrati diversi dispositivi informatici. Le analisi tecniche svolte successivamente hanno consentito di individuare elementi di particolare rilevanza probatoria. In particolare, su alcuni device riconducibili al padre convivente dell’indagato, un pensionato classe 1957, è stato rinvenuto un consistente quantitativo di immagini e video pedopornografici.
Secondo quanto emerso dagli accertamenti, parte del materiale sequestrato riguarderebbe abusi su minori in età infantile. Tale circostanza ha determinato l’arresto dell’uomo in flagranza di reato per detenzione di materiale pedopornografico.
L’operazione si inserisce nell’ambito delle attività quotidianamente svolte dal Servizio Polizia Postale e dai Centri Operativi per la Sicurezza Cibernetica, impegnati nel monitoraggio della rete e nella prevenzione e repressione dei reati a danno dei minori.
Il procedimento è attualmente nella fase delle indagini preliminari. L’indagato è da considerarsi innocente fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.
“Per anni i cittadini della Terra dei Fuochi, e di Acerra in particolare, hanno pagato il prezzo più alto di politiche inefficienti e di un colpevole immobilismo istituzionale. Se il diritto alla salute e ad un ambiente salubre è stato garantito solo grazie all’intervento della Magistratura, significa che la politica ha fallito. Oggi, però, si apre finalmente una fase nuova”. Lo dichiara l’onorevole Carmela Auriemma, vicecapogruppo vicario del Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati e coordinatrice provinciale napoletana, all’indomani della presentazione della Giunta regionale guidata dal presidente Roberto Fico in Consiglio regionale.
“Con la nascita della Giunta Fico – prosegue Auriemma – registriamo un cambio di passo immediato e tangibile. La scelta di mettere l’ambiente e la tutela della salute pubblica al centro dell’azione di governo regionale rappresenta un segnale politico chiaro, atteso da anni dai territori martoriati dell’area nord di Napoli”.
“In questo quadro – sottolinea la deputata – assume un valore fondamentale l’iniziativa dell’assessora regionale all’Ambiente Claudia Pecoraro, che ha annunciato lo stanziamento immediato di 5 milioni di euro per le bonifiche delle discariche di Calabricito, Curcio e Pantano ad Acerra. Parliamo di risorse concrete, destinate a interventi attesi da troppo tempo, che dimostrano come le battaglie storiche del Movimento 5 Stelle sulla Terra dei Fuochi trovino finalmente piena attuazione nell’azione di governo”.
“Dal 2017, da quando sono consigliera comunale prima e oggi parlamentare – ricorda Auriemma – denuncio la pessima qualità dell’aria, i continui sforamenti delle centraline e l’assenza di risposte strutturali. Il tempo perso non si recupera, ma oggi abbiamo il dovere di non perderne altro e di mettere in protezione la popolazione”.
“Colgo infine l’occasione – conclude Auriemma – per rivolgere all’assessora Claudia Pecoraro i miei auguri di buon lavoro. La strada è complessa, ma la direzione intrapresa è quella giusta: sulla Terra dei Fuochi non servono annunci, ma scelte coraggiose e atti concreti. E oggi, finalmente, questi atti stanno arrivando”.
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Il palazzo Sirico nell’ antico borgo murato evoca l’immagine di un edificio imponente e antico, che domina il paesaggio e resiste al tempo. Domenica 25 gennaio, a partire dalle ore 11:00, l’inaugurazione del ripristino del portale e della rosta in via Botteghe.
Un progetto di restauro e riqualificazione di una delle dimore storiche del borgo Casamale, che non solo riporta alla luce la bellezza originale dopo anni di degrado, ma che segna l’inizio di una riqualificazione molto più ampia. Porta dopo Porta è l’iniziativa ideata e promossa dall’Associazione Tramandars e dall’Associazione Amici del Casamale, che insieme all’ARCI, all’Associazione Festa delle Lucerne e all’ARS (Archivio Russo Somma), animeranno questo evento speciale.
Palazzo Sirico
Il palazzo Sirico evoca l’immagine di un edificio imponente e antico, che domina il paesaggio e resiste al tempo e –come spiega il dott. Domenico Russo, storico locale – mostra ben poca della sua antica bellezza, essendo stato ampiamente deturpato da abnormi ristrutturazioni, dovute alle sopraggiunte esigenze abitative. Degna di nota la scalinata che si apre a destra di chi entra e la magnifica rosta sul portale d’ingresso, che sarà consegnata al palazzo appena restaurata integralmente insieme al portale. Una raggiera lignea, forse in castagno, con raggi decorati da palmette barocche e al centro, invece, nell’ambito del conchiglione (vedi foto) s’intravede una figura sovrapposta ad un’altra non ben definibile che ricorda modelli di roste napoletane seicentesche [D. Russo & G. M. Russo, Guida storico- artistica del Casamale, Ed. Ars, Somma Vesuviana, 2024, 54]. Insomma, un palazzo che desta ancora oggi tanta ammirazione, scrigno di bellezza, esempio di architettura e storia che catturano l’attenzione e stimolano la meraviglia.
Catasto Onciario (1744 – 1750)
Nel Catasto Onciario del 1744 della Terra di Somma, conservato nell’Archivio storico cittadino, e precisamente tra i forestieri abitanti napolitani, compare D. FrancescoAntonioSirico, napolitano privilegiato di anni 81, che possedeva la suddetta casa palaziata consistente in una sala, sette camere e sette bassi con due cellari, stalla ed un piccolo giardinetto nel luogo detto Casamale e proprio detto le Botteghe giusta li beni di D. Valentino Rodino e fratelli d’Orsino […]. Possedeva, inoltre, numerosi vigneti nella località Cesine. Il giardinetto sopracitato era di circa 1/8 di moggia come si legge nella Descrizione dei territorij con rendita e nomi dei rispettivi possidenti, allegata alla Pianta di Somma (1800- 01) del cartografo Luigi Marchese [Museo di Capua].
Don Francesco Antonio Sirico nel 1699 era prefetto (priore) della Compagnia della Morte [A. Di Mauro, I Magnifici, 278], mentre nel 1711 sindaco del quartiere Casamale di Somma, insieme a Marc’Antonio Majone e Lelio de Gennaro per gli altri due quartieri [Archivio Collegiata Fasc. A, fs. 31]. L’ abate DomenicoMaione, primo storico di Somma, scrive nella sua opera dal titolo La Regia Città di Somma del 1703: …La famiglia Sirico venuta dalla nobiltà (che la stampa nella descrizione di Somma fatta dal Pacichelli se ne scorda registrarlo) di Sarno, come nel processo della loro nobiltà nel S. C. in Banca di Montanaro, oggi….da tanto tempo, che dimora in Somma, vi è stato Carlo Sirico Capitano d’Infantaria, & oggi vivono il Dottor Francesco Antonio, & Abbate D. Nicolò fratelli. Tale notizia non concorda, però, con il Catasto onciario del 1744, dal momento ché il librone (vedi foto) attesta che non solo Don Francesco Antonio era tra i forastieri abitanti napolitani, ma che era un napoletano privilegiato, a meno che non sia passato da Sarno a Napoli. Sulla questione nobiltà dei Sirico, comunque, non esiste una certezza assoluta, in quanto non vi è alcun documento che la attesti e né tantomeno tale famiglia è citata nell’ elenco dei titoli nobiliari del Regno di Napoli. Il dott. Russo Domenico parla, però, di una nobiltà minore.
Blasone Sirico
Il notabile Augusto Vitolo, a pagina 45 del suo libro dal titolo La Città di Somma Vesuviana illustrata nelle sue famiglie nobili del 1887, scrive: …Nel 1635 Onofrio, […] Bottiglieri, Francescantonio de Mauro, Orazio, Girolamo ed altri Majone, Francesco de Tommaso, […] Granata, Monna, de Stefano, ed alcuni di casa Sirico, fecero processi presso il Consiglio Collaterale e presso il Sacro Regio Consiglio per venir ammessi o reintegrati alla nobiltà di Somma. Tale notizia, confermata pure dal Maione, attesta che la famiglia era presente a Somma già nel 1635; mentre, in un elenco pubblicato dallo stesso Vitolo, afferma che i Sirico non erano più presenti a Somma nel 1887, epoca della stesura del suo libro.
Lo storico locale Giorgio Cocozza, in un suo articolo sulla rivista Summana n° 51 [Studi e ricerche sul patrimonio etnico, storico e civile di Somma Vesuviana, Marigliano, aprile 2001, 16], cita Isabella Sirico, figlia di Antonio e di Ortensia Izzolo, che nel 1646 con un atto formale stabilì di donare, dopo la sua morte, alla cappella di S. M. dell’Arco (attuale cappella Aliperta al Cavone), un credito di 300 ducati, che, come erede della madre, doveva conseguire sui beni del notaio Marc’ Antonio Izzolo, suo zio [notaio], specie sopra una cesina di castagne sita sulla montagna di Somma […]. All’epoca – continua Cocozza – vi erano solidi rapporti di parentela e numerosi scambi patrimoniali tra i Figliola, i Rosella, i Sirico e i Maione di Somma. Comunque, fu proprio Francesco Antonio Sirico discendente del quondam Antonio – conclude Cocozza – che si oppose alla donazione dei 300 ducati di Isabella Sirco. Una controversia risolta solamente nel 1691 con determinati accordi.
Pianta del cartografo L. Marchese – ubicazione palazzo Sirico
Nel libro di V. Amorosi, A. Casale e F.Marciano, dal titolo Il ceto nobiliare e il ceto popolare della città di Sarno nei secoli XVII – XVIII del 2006, si fa riferimento a una famiglia de Sirica, aggregata al Sedile della Nobiltà di Sarno dopo il 1628, esponendo anche il blasone o arma: d’ azzurro al leone rampante al tronco di un albero mozzo dal quale si dipartono due rami fogliati di verde, il tutto al naturale. Da tener presente – afferma lo storico strianese FeliceMarciano – che nella città di Sarno il cognome deSirica, anticamente anche Sirica, Sirico o de Sirico, è stato sempre presente con tali varianti. Nel libro di Domenico Colonna dal titolo Reassunto de servitii ottenuti nel felicissimo Governo dell’Eccellentissimo Sinor Marchese De Los Velez, in Napoli, Per Geronimo Fasulo, 1682, compare tra i condannati in galera di Terra di Lavoro un tale Francesco Antonio Sirico della Città di Sarno, che forse conferma l’ipotesi dell’abate Maione sulla provenienza della famiglia. Il cognome Sirico in relazione alla città di Sarno compare ancora nel Catasto Onciario della Terra di Somma – precisamente nella lista degli Ecclesiastici regolari, benefici, chiese, monasteri ed altri luoghi pii non abitanti – con Suor Margherita Sirico che possedeva per diritto (ex iuribus) all’epoca annui ducati sedici per causa di censo sopra di un territorio, pagati da Eleonora Avellino; mentre Suor Maria Sirico possedeva annui ducati due, anch’essa per diritto, resi da tale Arcangelo di Falco. Entrambe erano monache professe del Monastero di Donne Monache della Città di Sarno. Sulla questione nobiltà, bisogna prestare molta attenzione, poiché principalmente tale attribuzione era prerogativa del re con una sua lettera patente. Tante truffe prezzolate sono state portate avanti nel corso della storia con false certificazioni ad opera di apprezzati araldisti. Anche i notabili, ovvero individui di una certa rilevanza sociale ma non necessariamente nobili, potevano avere un loro stemma o arma. Gli stemmi non erano esclusivi della nobiltà, ma potevano essere adottati da famiglie o individui che volevano rappresentare la propria identità, status o appartenenza. Bisogna aggiungere che tante famiglie di Somma, a riguardo, hanno compiuto furti araldici attestati ed è il caso dei Vitolo e dei Casillo. Oltretutto, alcune famiglie anche attraverso l’esercizio del notariato (anche per generazioni) nei secoli XV-XVI entrarono a far parte della nobiltà locale ex dignitate e non ex origine.
Comunque, dopo la morte di Don Francesco Antonio, l’erede fu il figlio d. Giuseppe Sirico (+ 11 aprile 1783) sposato con Donna MatildeFasano, la cui famiglia, secondo il Maione, veniva da Solofra. Dal matrimonio nacquero: Rev. D.Nicola (ca. 1748 +1813), sacerdote; D. Francescantonio (ca.1754 +1817), che sposò Anna Maria Terracciano (+1809) di Pomigliano d’Arco. Il canonico Rev. Don Nicola Sirico è presente nel Catasto provvisorio francese del 1811 come proprietario dei beni, che passeranno successivamente al fratello Francescantonio, dopo la morte avvenuta il 29 maggio del 1813 all’età di sessantacinque anni. Nel Registro di popolazione del 1819, infine, risultano abitanti in quel palazzo i sette figli di D. Francescantonio: D. Luigi Maria Giuseppe (Somma 1792 – Teggiano 1875) sposato con D. Errichetta de Felice; D. Pietro (celibe all’epoca) che sposerà Maria Sanseverino; D. Carolina (nubile); D. Matilde (nubile); D. Angelo (celibe); D. Giuseppe Maria (n. 1784) sposato nel 1817 con Antonia Sorrentino; D. Margherita sposata con D. Giuseppe Scannapieco.
Un nuovo caso di disagio familiare e vulnerabilità minorile accende i riflettori sulla realtà sociale di Nola, dove una coppia di genitori con due bambini molto piccoli è finita al centro di un intervento delle forze dell’ordine e dei servizi sanitari.
La famiglia, composta da un neonato di quattro mesi e da un bambino di cinque anni, è stata segnalata mentre vagava per la città senza una meta precisa. Secondo le informazioni emerse, entrambi i genitori farebbero uso di sostanze stupefacenti e non disporrebbero di una sistemazione stabile, dormendo saltuariamente nei luoghi in cui si trovavano.
La situazione è precipitata nella serata di oggi, quando i genitori e i minori hanno trovato ospitalità presso un conoscente, anch’egli con precedenti legati al consumo di droga. Una circostanza che ha ulteriormente aumentato le preoccupazioni per le condizioni di vita dei bambini.
Allertato da alcune segnalazioni, Pino Grazioli si è recato presso l’abitazione dove si trovava il nucleo familiare. Poco dopo sono intervenuti i Carabinieri della Compagnia di Nola, che hanno attivato il protocollo previsto in casi di possibile rischio per minori, richiedendo l’intervento del 118 per controlli sanitari.
Gli accertamenti hanno portato a una decisione immediata: i due bambini sono stati affidati temporaneamente ai nonni, in attesa di ulteriori valutazioni. La situazione passerà ora all’esame dei servizi sociali, chiamati a stabilire il percorso più adeguato per garantire la sicurezza e il benessere dei minori, valutando anche eventuali misure di supporto o restrizione nei confronti dei genitori.
Otto persone sono state fermate nella notte nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio di Ottavio Colalongo, avvenuto il 17 dicembre scorso a Scisciano. L’operazione è stata condotta dai carabinieri di Castello di Cisterna su mandato della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, che ha contestato l’accusa di omicidio aggravato da modalità e finalità di stampo mafioso.
Le indagini hanno consentito di fare luce sulla dinamica del delitto, ricostruendo una vera e propria regia criminale. Secondo gli investigatori, l’uccisione di Colalongo sarebbe stata pianificata con largo anticipo e messa in atto su disposizione dei vertici del gruppo camorristico di riferimento, attualmente detenuti. Un’azione studiata nei minimi dettagli, eseguita da soggetti ritenuti pienamente inseriti nell’organizzazione.
Il movente dell’omicidio sarebbe legato a un più ampio conflitto tra clan per la gestione e il controllo di aree considerate strategiche. In particolare, il delitto si collocherebbe nello scontro tra gruppi attivi nei territori di Marigliano, Scisciano e San Vitaliano, teatro da tempo di tensioni criminali e rivalità.
L’inchiesta non si è limitata a chiarire l’episodio specifico, ma ha offerto uno spaccato dettagliato sulle dinamiche criminali dell’area nord della provincia di Napoli. Gli accertamenti hanno evidenziato un sistema di alleanze tra organizzazioni camorristiche operanti anche ad Afragola e Acerra, con collegamenti che interesserebbero parte della provincia di Avellino.
Gli inquirenti parlano di un quadro complesso, caratterizzato da equilibri instabili e continui tentativi di espansione territoriale. I fermi eseguiti rappresentano un duro colpo per il sodalizio coinvolto e segnano un passo importante nel contrasto alla criminalità organizzata, mentre l’attività investigativa prosegue per individuare ulteriori responsabilità.
I nomi e l’ordine
L’omicidio di Ottavio Colalongo, avvenuto il 17 dicembre scorso a Scisciano, sarebbe stato deciso dai vertici camorristici. È quanto emerge dall’inchiesta coordinata dal pm anticamorra Henry John Woodcock con l’aggiunto Sergio Ferrigno. La vittima fu freddata in via Garibaldi da due killer in moto, raggiunta da diversi colpi di pistola e finita mentre era già a terra. Gli inquirenti parlano di un delitto maturato nello scontro tra clan per il controllo del nord-est napoletano. Nella notte i carabinieri di Castello di Cisterna hanno eseguito otto fermi su disposizione della Dda di Napoli. I fermati sono Daniele Augusto, Bernardo Cava, Luca e Matteo Covone, Christian Della Valle, Ciro Guardasole, Eduardo Polverino e Giovanni Tarantino. Tutti sono indagati e potranno chiarire la propria posizione negli interrogatori di convalida davanti al gip.
Luisa Ranieri nei panni della preside Eugenia Liguori conquista il pubblico, mentre la fiction riapre il dibattito sulla rappresentazione delle periferie napoletane
Sta riscuotendo un grande successo su Rai 1 la fiction La Preside, interpretata da una intensa Luisa Ranieri, che veste i panni di Eugenia Liguori, dirigente scolastica ispirata alla figura reale di Eugenia Carfora. Una storia forte, capace di tenere incollati milioni di telespettatori e di riportare al centro dell’attenzione nazionale il ruolo della scuola nelle aree più difficili del territorio napoletano, in particolare a Caivano.
La serie racconta una realtà complessa e spesso dolorosa: scuole superiori segnate dall’abbandono scolastico, da profonde fragilità adolescenziali, da famiglie assenti o in difficoltà e da un futuro che appare incerto e fragile. Una narrazione che molti riconoscono come autentica e che restituisce il valore della scuola come ultimo presidio educativo e civile in contesti di marginalità sociale.
Il successo della fiction nasce proprio dalla sua capacità di raccontare senza sconti una scuola di frontiera, fatta di docenti che resistono, studenti in bilico e dirigenti chiamati ogni giorno a scelte difficili. La Preside parla di disagio, ma anche di responsabilità, coraggio e visione educativa, elementi che spiegano il forte impatto emotivo sul pubblico.
Accanto agli apprezzamenti, però, emergono anche alcune criticità. Ancora una volta il Sud e le periferie napoletane vengono rappresentati prevalentemente attraverso il loro volto più duro: degrado, criminalità, povertà educativa. Una scelta narrativa che, pur rispecchiando una parte di realtà, rischia di offrire uno sguardo incompleto, lasciando sullo sfondo le tante esperienze positive, le eccellenze scolastiche e le storie di riscatto che esistono e resistono quotidianamente.
Una realtà difficile, dunque, ma non l’unica. Il rischio è che il racconto televisivo finisca per rafforzare stereotipi già consolidati, senza restituire la complessità di territori che non sono soltanto problemi, ma anche risorse, competenze e futuro.
In questo quadro, assume un significato particolare la presenza nel cast della giovane attrice Anna Salvati, originaria di San Giuseppe Vesuviano. Un talento emergente che rappresenta un motivo di orgoglio per l’intero territorio vesuviano, dimostrando come anche da queste zone possano nascere percorsi artistici e professionali di valore.
La Preside resta una fiction potente e necessaria, capace di accendere i riflettori su una scuola che combatte ogni giorno battaglie silenziose. Il suo successo conferma il bisogno di storie vere, ma anche l’urgenza di raccontare il Sud in tutta la sua complessità, senza ridurlo a una sola, dolorosa immagine.
A volte ritornano. A Somma Vesuviana più che una sorpresa è una triste abitudine.
La notizia della probabile candidatura alle elezioni amministrative dei soliti noti , quelli che hanno amministrato per decenni con risultati che parlano da soli, sta facendo sobbalzare migliaia di cittadini. Molti si chiedono: “Ma davvero? Non c’è un minimo di decenza?”
La città, del resto, parla chiaro. Non serve un’inchiesta giornalistica: basta guardarsi intorno. Strade sventrate, marciapiedi ostili, parchi pubblici trasformati in reperti archeologici dell’abbandono e il borgo antico del Casamale lasciato all’incuria. Un disastro urbano che non cade dal cielo, ma che ha nomi, cognomi e curriculum amministrativi. Eppure eccoli lì, pronti a ripresentarsi con l’aria di chi non ha nulla da spiegare.
Altro che “volti noti”: qui parliamo di autentiche facce toste.
Le squadre sono già pronte. Qualcuno si sottoporrà a un accurato maquillage politico per sembrare nuovo di zecca. Altri, più prudenti, manderanno in campo fratelli, cugini, mogli e parenti vari. Volti diversi, stessa sostanza. Un rinnovamento… rigorosamente in famiglia.
Non si può dire che manchi la concorrenza. Nelle scorse elezioni amministrative, erano circa 500 i candidati al consiglio comunale. Si prospetta, quindi, una nuova maratona. Peccato che, quando votava il 90% degli elettori, i candidati fossero poco più di 100. Oggi, con un’affluenza crollata intorno al 40%, le liste sono esplose come funghi dopo la pioggia. Misteri — solo apparentemente — della politica locale.
Cosa ci raccontano davvero questi numeri? Che l’amore per la città è cresciuto? Difficile crederlo, guardando una Somma Vesuviana che ha smesso di essere vissuta. Di sera le strade si svuotano, le serrande si abbassano e l’illuminazione pubblica sembra più un optional che un servizio. I giovani, per incontrarsi, sono costretti a spostarsi nei comuni limitrofi; gli anziani restano chiusi in casa, senza spazi sicuri e accessibili dove passeggiare o socializzare; i bambini non hanno parchi attrezzati né luoghi pubblici in cui giocare. Una città che non offre nulla a chi cresce, nulla a chi invecchia e nulla a chi vorrebbe semplicemente viverla.
Le tasse, invece, godono di ottima salute e continuano a crescere, anche perché — parole testuali di ex amministratori — “solo il 55% dei contribuenti paga le tariffe comunali”. Un sistema che punisce chi rispetta le regole e condanna la città a un declino inesorabile.
Località Castello meriterebbe un capitolo a parte. Doveva essere il cuore pulsante del turismo e delle tradizioni, ed è oggi l’emblema plastico del fallimento amministrativo. Erbacce, degrado e strade dissestate al posto di visione e sviluppo.
La situazione è così grave che non si sa nemmeno da dove cominciare. Serve uno sforzo straordinario per riportare la città alla normalità. Servono idee nuove e persone credibili, non venditori di fumo né azzeccagarbugli professionisti.
Siamo arrivati a un punto in cui non possiamo più permetterci errori.
Né, tantomeno, repliche di vecchi spettacoli politici.
E agli elettori va ricordato che vale la pena recarsi alle urne. Non per favorire amici, parenti o clientelismi, ma per scegliere chi davvero può cambiare le cose. Per il bene comune, per una città migliore, per interrompere finalmente il ciclo delle stesse vecchie facce. Ogni voto conta: non sprechiamolo.
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