L’INFORTUNIO DURANTE<br> LA PARTITELLA

Può capitare che un alunno si faccia male durante un”attività organizzata dal Circolo didattico. In questo caso, non c”è responsabilità della scuola se tutto è stato predisposto a dovere.

Il caso.
Il minore L., in occasione di una partita di calcetto svoltasi presso il campo della parrocchia e organizzata dal Circolo didattico cui era iscritto, era stato colpito al naso ed alla bocca involontariamente da un coetaneo, riportando la rottura delle ossa nasali con rottura e lesione dei denti incisivi superiori.

Non ha diritto al risarcimento del danno il minore che si infortuna giocando a calcetto all’oratorio. Affinchè sussista la responsabilità degli organizzatori di una partita di calcio, ex art. 2048 c.c., è necessario che il danno sia conseguenza di un comportamento colposo integrante un fatto illecito, posto in essere da altro studente, impegnato nella partita ed inoltre che i responsabili dell’oratorio, in relazione alla gravità del caso concreto, non abbiano predisposto tutte le misure atte ad evitare i danni.

CASSAZIONE. Sent.28 settembre 2009, n. 20743: culpa in vigilando

Motivi della decisione
Deve, infatti, affermarsi, sulla base di quanto già statuito dalla Corte di Cassazione (sentenza n. 15321/2003), che, in materia di risarcimento danni per responsabilità civile conseguente ad un infortunio sportivo subito da uno studente all’interno di una struttura scolastica, organizzatrice di una partita di calcio, ai fini della configurabilità di responsabilità a carico della scuola stessa ex art. 2048 c.c., non è sufficiente la sola circostanza di aver fatto svolgere tra gli allievi una gara sportiva, in quanto è necessario che il danno sia conseguenza di un comportamento colposo integrante un fatto illecito, posto in essere da altro studente, impegnato nella partita ed inoltre che la scuola, in relazione alla gravità del caso concreto, risulti non aver predisposto tutte le misure atte ad evitare i danni.

Nella vicenda in esame è pacifico, per quanto risulta dall’impugnata decisione e per quanto asserito dagli stessi ricorrenti, che l’infortunio in questione avvenne durante “una normale azione di gioco”, per “caso fortuito” e del tutto prescindendo da un comportamento colposo di altro allievo partecipante alla gara sportiva.

Inoltre, sulla base di circostanze di fatto, “nessun appunto può essere mosso agli organizzatori della partita e nessuna specifica violazione può essere contestata al sorvegliante, essendosi il sinistro verificato per un normale fallo di gioco, evento prevedibile in una partita di calcio ma certo non prevenibile in alcun modo da parte dell’organizzatore”.

LA RUBRICA

CUCINA CASARECCIA NEI MENU TRADIZIONALI DEL NATALE NAPOLETANO

I broccoli scostumati d”uoglio. Ippolito Cavalcanti e i menù tradizionali del Natale napoletano. Di Carmine CimminoIppolito Cavalcanti duca di Buonvicino nel suo libro sulla cucina casereccia, pubblicato tra il 1840 e il 1847, illustrò i menù e le ricette della nostra bella Napoli. Alla vigilia di Natale i napoletani mangiavano broccoli soffritti con le alici salate, vermicelli con la mollica di pane o anche essi soffritti con le alici salate, anguille fritte, aragoste bollite con salsa di succo di limone e olio, cassuola di seppie e calamari di piccolo taglio, di calamarielli e seccetelle, pasticcio di pesce, capitone arrostito.

Chiudevano con gli struffoli. L’uso del dialetto e la scaltra penna del duca rendono le ricette stesse un piatto di sapori forti: i broccoli vanno preparati con cinco spicoli d’aglio – leggi e senti in bocca l’amaro esplosivo dell’aglio- e no poco de pepe soverchio. L’anonimo autore di una ricetta dell’ Almanacco contadino del 1854 scrive che ‘e vruoccoli so’ scostumati d’uoglio: i broccoli sono scostumati d’olio: si abbeverano, si ubriacano d’olio senza ritegno. Credo che solo un popolo geniale possa inventare un piatto con i vermicelli e la mollica di pane suduticcio, e cioè sereticcio, raffermo. Solo un popolo che ha piena coscienza di vivere in un mondo che è reale ed è, nello stesso tempo, metafora assoluta, può mettere insieme in un piatto semplice e povero il rigore essenziale delle cose e i simboli del pane, della pasta e dell’olio.

Non meravigliamoci della presenza di aragoste in un menù casereccio: al largo di Capri e di Procida si pescavano in grande quantità ragostine che non pesavano più di 300 grammi: si bollivano, venivano spaccate a luongo a luongo, si acconciavano nel piatto sotto un denso velo di prezzemolo tritato fino fino, e in una salsa veramente salsa: olio, succo di limone, sale e pepe. Il menù della vigilia di Natale era un’ allegoria istintiva della violenza con cui l’uomo aggredisce le cose: spaccare la corazza dell’aragosta, fare a pezzi le anguille – ricordo i duelli tra mia madre e le anguille che sgusciavano via da tutte le parti, per evitare l’inevitabile sanguinoso supplizio -, infilzare i rocchi di capitone nello spiedo, dilacerare calamarielli e seccetelle, dopo aver tirato fuori dal loro intimo le impalcature ossee delle spatelle e delle stecchetelle.

La dolciastra consistenza delle fibre di seppie e calamari e delle necessarie cipolle veniva corretta da una salsa di sapori netti e penetranti: prezzemolo, pignoli, ulive nere e capperi. Il furore dello smembramento trovava la sua antitesi dialettica nel pasticcio di pesce che era in realtà la scarola ripiena con polpa di pesce scaldato e spinato: dentice, orata, o, per chi non aveva soldi, pesce bandiera. Gli struffoli con la loro rigida dolcezza concludevano degnamente la cena della vigilia, che non appesantiva né la testa né le gambe, e dunque permetteva di andare in chiesa per la messa di mezzanotte, non ingolfava lo stomaco, stimolava gli umori e li disponeva a un confronto serrato con il mondo.

Anche la vigilia di Natale i napoletani restavano sobri bevitori di vino: del resto, l’asprinio e il gragnano che si vendevano in città non erano né fumosi né possenti.
Il giorno di Natale trionfava la carne. Il bollito di vaccina, salame, pollo e altre cose era una bomba: “metti in una marmitta di rame carne di vacca, due capponi, prosciutto salato e tre, quattro code di porco: il tutto, opportunamente lavato e pulito; farai bollire a fuoco lento, e sarai attento a portarne via la schiuma, perché il brodo non diventi nero; quando tutto sarà cotto a puntino, metterai le carni in un’altra pentola, filtrerai il brodo e vi aggiungerai lardo pestato, farai bollire di nuovo, e a quel punto immergerai nel brodo le cicorie. Poi mi dirai che minestra e che bollito ne sono venuti fuori”.

Se è vero che il mangiar carne attenua l’aggressività, dopo questo piatto i napoletani diventavano gli uomini più teneri e delicati della terra; e se per caso restava, nei più feroci, un residuo di asprezza, lo spegnevano gli altri piatti, e cioè il cinghiale, ‘o porco sarvateco, in umido, i bucchinotti, gli involtini, di interiora di pollo, le costolette de porco ngrattinate, che erano un piatto difficile, per la delicatezza dell’impanatura che il fuoco lento sotto la graticola doveva rosolare a poco a poco, senza staccarne le molliche. La cotoletta veniva guarnita, nel piatto, con una porpettella, poiché li primmi a magnà songo ll’uocchi: i primi a mangiare sono gli occhi. Poi arrivava l’insalata di cavolfiori e broccoli, digestiva e diuretica. Infine, il dolce: crostate di mandorle e pastiere. E dopo, un lungo dormiveglia.

Nel 1847, quando fu pubblicata la quarta sezione del libro del Cavalcanti, Giulio Genoino non si lasciò sfuggire l’occasione per celebrare l’evento con le sue ottave. Riconobbe che la cucina era diventata un argomento di moda, e che i ricchi, per il cibo raffinato, spennono na mola. Ma poiché, anche allora, c’erano gli incompetenti, e parlar di cibo senza averne le competenze è cosa pericolosa, il marchese Cavalcanti aveva deciso di imbrigliare quest’arte, di darle una regola: ha messo la capezza alla cucina. Grazie a lui,

principi e signori/ ngorfano comm’a llupe, benedica ! / e sanno deggerì senza fatica: credo che non ci sia bisogno di traduzione. Genoino esortava coloro che sapevano leggere, a leggere l’opera del duca, e a preparare i piatti da lui consigliati, per una tavola di amici:
si nce capo, mpizzateme a no luoco.. e magnanno magnanno vedarrimmo / che sempe chillo che bbà nnanze è primmo. Chi va avanti è sempre primo: che pare un’ovvietà inodore e insapore, e invece è una verità che sa di forte amaro. Buon Natale.
(Foto: Quadro di G. Arcimboldo: Autunno)

L’OFFICINA DEI SENSI

NATALE. TEMPO DI IMPEGNO PER TUTTI

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Il Natale non è una festa sentimentale. E per evitare di ridurlo a paganesimo e che Gesù nasca invano, occorre impegnarsi e rischiare nelle nostre comunità. Di Don Aniello Tortora

La data reale della nascita di Gesù ci è del tutto sconosciuta, e il fatto che questa si celebri il 25 Dicembre non vuol dire affermare che Egli sia nato in quel giorno. Gesù non è nato il 25 Dicembre. La motivazione per cui si è soliti fissare tale data per il Natale va vista attraverso un certo ragionamento. È noto come verso il 25 dicembre (oggi con più esattezza il 21 dicembre) il sole riprende la sua ascesa dopo il solstizio invernale raggiungendo il perigeo nei cieli boreali; in tale circostanza in tempo pagano si celebrava la festa del Dio Mitra, il grande Dio Sole invitto che costituiva una delle più grandi divinità oggetto di culto presso la cultura romana prima di Cristo.

Sotto l’imperatore Costantino, che favorì la stabilità del cristianesimo a Roma e la libertà di azione dei suoi membri, si cominciò ad operare da parte cristiana un accostamento fra il Dio sole invitto e Cristo, considerato sole di Giustizia, con la conseguenza che, se pure non si conosceva la data esatta della Sua nascita essa veniva commemorata nello stesso giorno del Dio sole, appunto il 25 Dicembre. Fino allora, infatti, il Natale lo si celebrava in differenti giorni dell’anno secondo il punto di vista delle diverse chiese locali. (25 Aprile, 24 Giugno, 6 Gennaio).

Che il cristianesimo si sia adeguato a questa data non vuol dire tuttavia che abbia voluto far proprie usanze e costumi propri della paganità, né tantomeno che avesse voluto includere nel proprio calendario una festa pagana. Il 25 Dicembre non si celebra infatti alcun dio e non si fa riferimento alcuno al paganesimo o ad altre culture, ma si esalta il Verbo Incarnato.
Se veramente non vogliamo “ridurre a paganesimo” ancora una volta il Natale anche quest’anno, è necessario “capire” cosa è il Natale.

Dio si è fatto uomo, anzi bambino, che non sa parlare: l’Eterno è un neonato. E per capire di più dobbiamo pensare al bambino che cerca il latte della madre: e allora Dio si è fatto fame. E poi bisogna pensare agli abbracci che Gesù ha riservato ai più piccoli: e allora Dio si è fatto carezza. E quando Gesù ha pianto davanti alla tomba dell’amico Lazzaro, Dio si è fatto lacrime. E quando Gesù è salito sulla croce, Dio si è fatto agnello, carne in cui grida il dolore. A Natale Dio viene come un bambino: un neonato non può far paura, si affida, vive solo se qualcuno lo ama e si prende cura di lui. Come ogni neonato. Dio viene come mendicante d’amore.

E questo, mi sembra essere il prodigio del Natale: Dio di carne, è questa la parola rivoluzionaria, la parola appassionata del Natale. Natale è l’inizio di un nuovo ordinamento di tutte le cose. Non è una festa sentimentale, ma la conversione della storia. E il Natale cambia il movimento della storia: il forte si fa servo del debole, l’eterno cammina fra le età dell’uomo, l’infinito è contenuto nel frammento. A Natale si conclude l’eterno viaggio di Dio in cerca dell’uomo, e per l’uomo ha inizio la più grande avventura: diventare figlio di Dio. Gesù può nascere mille volte a Betlemme, ma se non nasce in me, allora è nato invano.

Dobbiamo, quindi, tutti quelli che crediamo nel Natale di Gesù, diventare carne intrisa di cielo: Dio si è fatto uomo, perché l’uomo si faccia Dio. E come uomini non potevamo desiderare avventura più meravigliosa di questa, per cui se Natale non è, io non sono.

Ed è questo l’augurio, bello e rischioso, che ci facciamo anche quest’anno. Nelle nostre comunità e nelle nostre città vogliamo che ci sia il Natale, per esserci noi. E allora sarà Natale quando lotteremo insieme perché il lavoro (e un lavoro dignitoso, non precario, rispettoso dei diritti dei lavoratori) ritorni ad avere la sua centralità, soprattutto a Pomigliano. Sarà Natale quando, con l’impegno di tutti, sarà finalmente debellato il sistema perverso che ha prodotto l’“emergenza-rifiuti” e torneremo a vivere una “vita normale”.

Sarà Natale quando smetteremo di pensare di essere felici da soli. Sarà Natale quando “i poveri saranno i nostri padroni”. Sarà Natale quando la politica cesserà di essere litigiosa, narcisista, interessata, per mirare solo al “bene comune”. Sarà Natale, infine, se sogneremo insieme questi sogni e ci impegneremo concretamente a realizzarli. Solo così il sogno di Dio per l’uomo diventerà carne e noi cominceremo ad essere un po’… più Dio.

LA RUBRICA

CAMPANIA. TERRA BELLA MA AVVELENATA

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Nella nostra regione si sono contati oltre 5mila siti abusivi di rifiuti tossici. Forse davvero Napoli è un “bellissimo cadavere barocco”. Di Amato Lamberti

"Mentre i medici discutono, il malato muore". Mi sembra questa l’espressione che meglio fotografa, oggi, la situazione dell’emergenza rifiuti in Campania. I Comuni si muovono in ordine sparso, senza raccordo tra di loro anche quando insistono sullo stesso territorio e risentono ciascuno delle situazioni problematiche degli altri con i quali confinano e condividono strade e terreni. Nessuno si è attrezzato in proprio rispetto allo smaltimento dell’umido e dell’indifferenziato, quando pure sarebbe stato semplice realizzare impianti di compostaggio di piccole dimensioni e di nessun impatto ambientale.

Anche quando hanno attivato la raccolta differenziata porta a porta si sono completamente affidati ai Consorzi nazionali delle frazioni differenziate che tendono ad alimentare pochi impianti dislocati fuori regione, spesso molto distanti, facendo lievitare i costi e diminuire le quote di ristoro previste per il conferimento di frazioni differenziate. Il comune di Napoli è stato addirittura commissariato dal Governo, con grande gioia degli amministratori che così possono scaricare su Governo e Presidente del Consiglio tutte le difficoltà che continuano a registrarsi sul territorio comunale.

Anche gli accordi con le altre Regioni italiane per verificare la messa a disposizione di impianti e discariche per lo smaltimento dei rifiuti prodotti ogni giorno e di quelli accumulati per mesi sulle strade sono demandati al Ministero dell’Ambiente e alla Conferenza Stato-Regioni. Nessuno si scandalizza per questo totale esautoramento di compiti e funzioni del Comune, pure previste dalle leggi, e, anzi, molti lo giudicano come l’unica strada percorribile vista la totale incapacità dell’amministrazione a far fronte anche alla sola raccolta dei rifiuti urbani. Naturalmente nessun amministratore prende in considerazione l’ipotesi che, vista la conclamata incapacità, per questo problema,come per altri, come il traffico o la manutenzione stradale, forse sarebbe meglio passare la mano ad una struttura commissariale che affronti ed avvii a soluzione almeno le emergenze che si sono trasformate in condizioni strutturali e patologiche.

Non parliamo dello smaltimento dei rifiuti. Le leggi, ma anche il buon senso, prevedono che ogni Comune sia responsabile della fine che fanno i rifiuti prodotti dai cittadini e raccolti in modi e forme decisi dalla stessa amministrazione comunale. Non può smaltirli come e dove gli pare ma sarebbe tenuto a fare proposte all’amministrazione provinciale e regionale per indicare disponibilità ad accogliere impianti di smaltimento e di trattamento sul proprio territorio, da mettere eventualmente a disposizione di altri Comuni. Saranno poi la Provincia o la Regione, sentiti tutti i Comuni, a redigere il piano provinciale e regionale di smaltimento dei rifiuti.

Quindici anni di Commissariamento dell’emergenza rifiuti, tra gli altri danni dolosamente prodotti, su cui forse la magistratura avrebbe fatto bene a fare chiarezza, hanno lasciato in eredità un atteggiamento di totale deresponsabilizzazione delle amministrazioni locali, provinciali e regionali, rispetto al problema dello smaltimento dei rifiuti urbani, tanto che per la Campania, contrariamente a quanto avviene per le altre regioni, si rendono necessari decreti a livello di Consiglio dei Ministri.

Non parliamo poi dei rifiuti industriali, di cui non si occupa nessuno, anche se la quantità dei rifiuti industriali da smaltire è almeno quattro volte quella dei rifiuti urbani. Si tratta, inoltre, di rifiuti classificati generalmente come tossici e nocivi ma non attivano l’attenzione né degli amministratori né degli organi di stampa, anche se vengono smaltiti spesso in maniera impropria, o, abusivamente, insieme ai rifiuti urbani, rendendo le discariche delle vere e proprie bombe ecologiche capaci di inquinare definitivamente il territorio, l’atmosfera, le falde acquifere e di produrre danni significativi alla salute dei cittadini.

La maggioranza dei rifiuti industriali, come ci documentano decine di indagini di carabinieri e magistratura, viene però smaltita in discariche abusive appositamente preparate ad opera di vere e proprie organizzazioni criminali, le ecomafie, formate da clan criminali, imprenditori, amministratori locali, tecnici, professionisti e apparati dello Stato. In Campania si sono contati più di 5000 siti di smaltimento abusivo di rifiuti industriali anche pericolosamente tossici. In particolare, nelle province di Napoli e Caserta, sono stati sversati rifiuti industriali provenienti da fabbriche chimiche del Nord Italia, ubicate soprattutto nella cosiddetta Padania. Anche terreni inquinati, come quelli di Seveso e dell’Acna di Cengio, hanno avuto come destinazione finale le campagne del casertano e del napoletano.

Una situazione terribile che ha trasformato la Campania in una enorme discarica di rifiuti speciali, tossici, nocivi, radioattivi, come documentano i rapporti di Legambiente sulle Ecomafie e sulla Rifiuti Spa, di cui non si discute neppure a livello istituzionale.

Come se tutto fosse normale, come se questo fosse il destino ineluttabile di una Regione, la Campania, che, però, bisogna tenere nascosto, per continuare, paradossalmente, a cullarsi in un passato fatto di storia, di civiltà, di archeologia, di monumenti, di arte, di cultura, di bellezze paesaggistiche, di gente ospitale, di qualità del vivere. Oggi, la realtà è ben altra: la Campania è una terra avvelenata da milioni di tonnellate di rifiuti, non quelli urbani che al massimo puzzano quando fermentano, ma quelli che provocano allergie, tumori, malformazioni, avvelenamento del sangue.

Come ha scritto un autore catalano, Napoli è “un bellissimo cadavere barocco”. Forse è proprio la sua bellezza che ci impedisce di accorgerci del suo stato cadaverico.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

ALLA POLITICA NAZIONALE É PREFERIBILE “A RRETENATA. DÁ PIÙ CALORE

La corsa a briglie sciolte, questo è “a rretenata. Si svolgeva durante il ritorno dei pellegrini dal Santuario di Montevergine, dopo il saluto a Mamma Schiavona. Di Carmine Cimmino

Avevo scritto una lettera a quel giovane che si è beccato, in presa diretta, un sonoro Vigliacco dall’ on. La Russa Ignazio; ma poi ho dovuto modificare il tutto alla luce delle successive riflessioni dell’ on. Cota, per il quale i dimostranti di Roma sono, senza se e senza ma, delinquenti, e di quelle dell’on. Lupi, il quale ha dichiarato in una trasmissione televisiva che quei dimostranti avevano intenzione di offendere la dignità e l’autonomia del Parlamento. Di quale Parlamento ? Ma del nostro, ovviamente. Poi l’on. Gasparri ha proposto di arrestare preventivamente non so chi, non so come, non so quando.

Poi ci sono state le reazioni composte e scomposte a tale proposta, e l’on. D’Alema ha dichiarato, da Fazio, che lui per abitudine antica non commenta le dichiarazioni dell’on. Gasparri, e io ho pensato alla malizia di Wittgenstein che chiuse la sua ricerca filosofica con la scoperta che il silenzio è la più alta forma di comunicazione. Poi ha parlato l’on. Bersani, poi ha parlato l’on. Vendola. Infine l’on. Calderoli mi ha dato il colpo di grazia con la sua Italia capovolta. Mi arrendo. Per ora. Scriverò della retenata.

A Pentecoste, i napoletani andavano in pellegrinaggio al santuario di Montevergine, a venerare la Mamma Schiavona. Era un viaggio della devozione, e una scampagnata. Quella antica, fantastica strada portava dagli dei del mare a quelli dei monti, dall’acqua salsa alle limpide sorgenti del Partenio, dal ventre della corruzione alla verginità della natura. Scrisse Emanuele Bidera, nel 1845, che nessun napoletano avrebbe mai rinunciato al pellegrinaggio, e che perfino in qualche contratto matrimoniale era previsto, come clausola, il viaggio annuale al santuario di Montevergine.

“Gli accattoni e gli storpi sono i primi a partire: li seguono i mercantuzzi detti cassettieri, che recano ad ogni festa il torrone e i tarallini inzuccherati, gli acquavitari e i venditori di tamburelli, di chitarre battenti, di crotali, sistri e tricche ballacche, e tutti vanno a formare le loro piccole baracche a Mercogliano e a Monteforte. I festeggianti intanto adornano i loro carri coperti di lenzuola con mirti e con rose“.

Il mirto é simbolo dell’ amore sensuale, e la rosa lo è dell’amore ideale, più forte del tempo che finisce e della bellezza terrena che purtroppo sfiorisce. I benestanti e i camorristi ingaggiavano i cantafigliole, “giovani lazzaroni di voce gagliarda“, che per quattro carlini al giorno e “a tutto pranzo“ intonavano dalle carrozzelle le canzoni composte per l’occasione, e costruite intorno alla cadenza: figliole, figliole. Decine di carrozzelle partivano da Napoli, la notte del venerdì che precedeva la Pentecoste.
Era, al lume delle torce, dei lampioni e dei fuochi di artificio, una lussuria di cavalli bardati con preziosi finimenti di cuoio, ‘e guarnimienti, di testiere, di pennacchi e di sonagli e di gualdrappe ricamate; sfavillavano i bracciali e le grosse catene d’oro degli uomini e i monili delle donne:

“primma d’’e quatto partono. ‘A Maesta / quant’ oggette teneva s’ha mettuto:/ sulo ‘a partenza, n’abito ‘e velluto / e quatto veste ‘e seta dint’ a cesta./ Se fa a chi metta a coppo…” Così scrisse Raffaele Viviani. L’esibizione del tesoro di famiglia era dettata da un bisogno di legittimazione sociale e da un impulso apotropaico, dall’istintiva reazione al malocchio: non mancava mai tra i monili il piccolo corno di corallo incastonato nell’oro. Nel 1867 Il corteo dei camorristi napoletani fece la prima tappa a Pomigliano, alla cantina di Gennaro Paparo, dove i compari del posto e quelli che erano venuti dal Vesuviano offrirono agli amici di città una lauta refezione: così scrive l’ispettore di polizia che aveva il compito di seguire il pellegrinaggio.

A Nola arrivò una processione di quasi trecento carrozzelle: la maggior parte dei camorristi provinciali si era accodata al tiro di Salvatore Lubrano, noto caposocietà, forse parente di quell’ Antonio Lubrano che fu avversario di Salvatore De Crescenzo, Tore ‘e Crescienzo. Il prestigio dei capi della camorra si misurava dal numero di carrozzelle che li seguivano, e dal valore dei doni che facevano al Santuario. I camorristi dei quartieri Porto, Vicaria, Mercato e Pendino attaccavano alla capote delle loro vetture drappi su cui era ricamata una bilancia, mentre l’immagine di un fiore distingueva i tiri dei guappi di Chiaia e di Montecalvario. Le carrozzelle che scendevano dai paesi vesuviani spesso portavano, annodate intorno alla serpa e alle redini, fasce bianche e azzurre con il volto della Madonna dell’ Arco.

Anche il ritorno durava due giorni. A Nola, davanti al duomo, si svolgeva un’accesa gara di canti a figliola tra i cantanti venuti da Napoli e quelli del posto, che la festa di San Paolino aveva reso famosi in tutta la provincia. Lungo la strada, dopo cerimoniosi saluti, si staccavano le carrozzelle vesuviane, che rientravano nei paesi di provenienza risalendo da Marigliano a Somma e da Pomigliano a Sant’ Anastasia. Poco fuori del centro abitato i cocchieri, sollecitati a voce alta dai passeggeri riscaldati dal vino, lanciavano al galoppo i cavalli in una corsa che poteva diventare pericolosa. Era ‘a rretenata, la corsa a briglia sciolta.

Ovviamente, ‘a rretenata più importante si svolgeva a Napoli, lungo la strada di Poggioreale, tra due fitte file di curiosi che aspettavano, quasi fosse un rito, il ritorno dei pellegrini e si ammassavano a ridosso delle carrozzelle, per valutare e giudicare ‘ a ‘ncignata d’’e maeste, gli abiti nuovi che le donne dei camorristi indossavano per l’entrata trionfale in Napoli: come le mogli dei galantuomini per una prima al San Carlo. Si tornava da Montevergine con abiti nuovi e sentimenti purificati: l’abbigliamento era anche allora uno strumento di comunicazione. Il pellegrinaggio non era un viaggio tranquillo: le circostanze, l’antagonismo, la presenza delle donne e i molti bicchieri di vino accendevano risse anche sanguinose.

Nel 1891 Camillo La Monica, mercante di cavalli di Marigliano, e Francesco Limmatola, cavallaro napoletano legato probabilmente al gruppo di Francesco Cappuccio, si spararono addosso, ferendosi entrambi, nel foro boario di Nola, tra grida, invocazioni alla Madonna e svenimenti: i due avevano un conto in sospeso per una coppia di cavalli ballerini che il Limmatola aveva promesso al La Monica e poi aveva ceduto a un concorrente. I cavalli ballerini sono, suppongo, quelli che, attaccati in testa ai tiri dei carri da morto, avevano il compito di fare scena, impennandosi e battendo con gli zoccoli il selciato. Ma le risse si potevano ingaggiare al di qua di Monteforte: dalle fosse della neve incominciava il territorio sacro, che nessuno avrebbe osato profanare con la violenza.
(Foto: Quadro di L. Robert: ragazze napoletane pronte per la festa).

LA STORIA MAGRA

ITALIA-MACEDONIA. PROVE TECNICHE DI EDUCAZIONE ALLA CITTADINANZA

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“Cittadini di Macedonia” è un progetto che intende rafforzare i legami tra scuola, giovani e società. Sono invitati a partecipare tutti i docenti delle scuole secondarie superiori di II grado. Di Annamaria Franzoni

Si parla molto spesso di Intercultura nel processo di crescita dei nostri adolescenti: ecco un segnale concreto pluridimensionale, rivolto ai docenti e ai giovani: “Cittadini di Macedonia”, un progetto della ong CISS il cui obiettivo è quello di contribuire a migliorare il sistema d’istruzione secondaria superiore della Repubblica di Macedonia, rafforzando le pratiche di Educazione alla Cittadinanza nei giovani delle diverse provenienze linguistiche e culturali dei municipi di Tetovo, Struga, Gevgeljie, Negotino, Bogdanci, Valandovo.

Tale progetto intende creare una rete tra i diversi attori del sistema sociale macedone, rafforzando i legami tra scuola, giovani e società attraverso la partecipazione attiva dei beneficiari all’intervento, della società civile e delle istituzioni pubbliche tenendo conto della complessità etnica della Macedonia e creando spazi e momenti che definiscano la diversità come ricchezza.

Il progetto ha molteplici dimensioni: una dimensione locale (intervento diretto nelle scuole e nelle municipalità), una dimensione nazionale (condivisione di esperienze tra scuole e municipalità di zone diverse del Paese), una dimensione internazionale (condivisione del percorso con scuole di diverse città italiane).

Sul territorio nazionale, Il CISS, in collaborazione con un gruppo di esperti di settore del territorio, sta organizzando un percorso di approfondimento sui temi legati all’Educazione alla Cittadinanza. Obiettivo del percorso è promuovere la condivisione, il confronto e lo scambio tra docenti italiani e macedoni che partecipano al progetto “Cittadini in Macedonia”, attraverso la messa a disposizione della propria esperienza.

Il percorso di approfondimento si muoverà sulla base della partecipazione attiva di tutti i partecipanti, attraverso la realizzazione di quattro moduli (Educazione alla Cittadinanza, Educazione alla Cittadinanza e Intercultura, Patrimonio artistico e culturale, Sviluppo Sostenibile).

Ogni modulo sarà costituito da due incontri ciascuno: uno teorico e uno pratico per un totale di 5 h per modulo. L’educazione alla cittadinanza sarà da sfondo a tutto il percorso andando via via a trattare temi più specifici, quali: diritti umani e doveri, cittadinanza attiva, valorizzazione del patrimonio territoriale, dialogo interculturale, etc. Ogni modulo sarà condotto da operatori CISS e da esperti esterni, con la distribuzione di materiali di approfondimento da utilizzare nella didattica in aula. Tutti i moduli seguiranno il percorso in fase di realizzazione in Macedonia, per creare uno scambio comune sulle differenze territoriali tra la Macedonia e l’Italia, realizzandosi in contemporanea in Sicilia, Campania e Puglia, promuovendo ulteriori momenti di scambio anche a livello nazionale.

Sono invitati a partecipare tutti i docenti delle scuole secondarie di II grado che hanno voglia di partecipare attivamente ad a un percorso di condivisione, riflessione e scambio sulle tematiche proposte dal progetto al fine di rafforzare le pratiche di Educazione alla Cittadinanza tra i giovani studenti.
Per prendere parte al percorso basta partecipare agli incontri! Il primo incontro si terrà il 24 gennaio 2011 presso la sede del CISS (c/o Piazza Bellini 75) alle ore 15.30. Io ci sarò.

LA RUBRICA

STOICISMO E PAROLEFUMO

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Il dialogo di quest”oggi vede impegnati i nostri professori a parlare del gesto estremo di Mario Monicelli, ma anche di quanti “se la tirano”, credendosi fini letterati o abili scrittori. Di Giovanni Ariola

– Che avrà voluto dire Mario Monicelli con le parole “Comunque, io non credo che morirò. Certo è una possibilità, ma potrebbe non accadere”? – si chiede e chiede ai colleghi il prof. Geremia – Escluderei naturalmente una lettura e una interpretazione religiosa nel senso di un’ipotesi metafisica di sopravvivenza dopo la morte…

– Certo – concorda il prof. Eligio…Credo che si riferisca ad una sua sopravvivenza artistica…Ripete il motivo oraziano: “Exegi monumentum aere perennius/…Non omnis moriar multaque pars mei/ vitabit Libitinam…” (Odi, III, 30, 1-6) (“Ho creato un’opera più duratura del bronzo/…Non morirò del tutto e una gran parte di me/ sfuggirà alla morte…”)

– Infatti – interviene il prof. Piermario – nell’epitaffio dettato dallo stesso regista prima di morire leggiamo che “muoiono soltanto gli stronzi!”… Sono dell’avviso del giornalista che sull’Unità (Mercoledì, 1 dicembre 2010) dà una sua originale interpretazione dell’affermazione del regista. “…Monicelli asserì: io non credo che morirò. E aveva ragione. Non solo perché rimarrà nella storia e nel cuore di molti in tutto il mondo ma anche per un altro motivo. Perché ha scelto di morire da vivo e non da morto. Con un gesto tremendo come saltare giù dal quinto piano dell’ospedale, Avrebbe avuto un’alternativa? Se Mario Monicelli avesse chiesto a un medico di potersene andare ancora cosciente e in libertà, avrebbe trovato qualcuno che lo avesse aiutato?”

– Io sono cattolico – interviene il prof. Geremia – e sostengo che la nostra vita appartiene a Dio e dico con il poeta: “…Amo la terra, amo// Chi me l’ha data// Chi se la riprende” (E. Montale, “Il diario del ’71 e del ‘72”, Oscar Mondadori, 2010, p.201).
– Anch’io sono cattolico – ribatte il prof. Eligio – ma non mi sento di condannare dall’esterno il gesto di un uomo, sia Monicelli o chiunque altro, che prende una così estrema e dolorosa decisione…Lasciamo che sia Dio a giudicare…Ricordiamoci di Dante che ben considerò l’imperscrutabilità della mente divina e nello stesso tempo la sua infinita misericordia quando fece dire a Manfredi: “Orribil furon li peccati miei;/ ma la bontà infinita ha sì gran braccia/ che prende ciò che si rivolge a lei” (Purg., III, vv.121-123).

– E se – ribatte il prof. Piermario con una certa foga malcontenuta – la mettiamo sul piano di un principio da affermare che è quello del rispetto a cui hanno diritto coloro che cattolici non sono e che non credono in nessun Dio e che vogliono avere la libertà di poter decidere della propria vita?…

A interrompere il discorso del giovane prof., che si avviava a diventare un torrente in piena, è l’arrivo del prof. Carlo, stranamente in ritardo di ben trentacinque minuti sul suo orario abituale. Ancora più stranamente, il nuovo venuto ha appena finito di dire “Buongiorno!” che comincia, o per essere più precisi, continua una risata, spenta momentaneamente nell’entrare, riesplosa poco dopo incontenibile, così rumorosa così di gusto da far perdere al docente il suo aplomb naturale e da suscitare lo stupore dei colleghi.

– Scusate, amici – dice dopo un po’, ricomponendosi e detergendosi con il fazzoletto dagli occhi le lacrime provocate dal ridere prolungato. – Scusate, ma non ho saputo trattenermi. Ho incontrato una mia vecchia conoscenza, un mio compagno di liceo, Gioviano Caracolla…non lo vedevo da quasi un anno. Lavora al MIUR (Ministero,Istruzione, Università e Ricerca) ma non so cosa faccia di preciso…corre voce che è perennemente in giro per i corridoi a parlare delle sue opere pubblicate e da pubblicare. Sempre allampanato con lo sguardo fisso in alto “all’azzurro spazio” (da “Andrea Chenier” di Umberto Giordano), sciarpa di seta rigorosamente blu o celeste, un fazzoletto nel taschino, il borsalino a falde larghe in testa dal quale fuoriesce sul collo una zazzera, un tempo nera e riccioluta ora argentea e sfilacciata, aria da intellettuale…

Un giorno, eravamo in seconda liceo, si presentò a scuola con una bottiglia di spumante e ci invitò a brindare con lui perché aveva appena finito di comporre la sua terza sinfonia…E le altre due? Gli chiedemmo E lui candidamente rispose che era la prima che aveva composto ma la chiamava “terza” perché aveva lo stesso stile dell’Eroica di Beethoven…E ora mi ha annunciato che sta per pubblicare la sua dodicesima tragedia e un romanzo che sarà il best seller del prossimo anno e che è stato già contattato da case editrici francesi, tedesche, spagnole…

– So che si attornia – osserva il prof. Eligio – di giovani aspiranti scrittori che guardano a lui come a un vate e ai quali lui vende quintali di parolefumo e l’illusione di diventare qualcuno…ha messo su un cenacolo letterario come lo chiama lui, dirige una rivista e pubblica qualsiasi scritto, spesso autentica robaccia, di chiunque gli paghi un cospicuo abbonamento…

– … di che ti meravigli? – ride sempre sarcastico il prof. Piermario – È ormai un malcostume generalizzato vendere parolefumo. Ci sono personaggi che ci nascono imbonitori, vendichiacchiere, dulcamara (Personaggio da “L’elisir d’amore” di G. Donizetti, venditore di elisir fasulli). Mio nonno mi diceva di guardarmi da quelli che “cu ’e chiacchiere fanno arrejere l’acqua allerta” (“con le chiacchiere sono capaci di far sì che l’acqua si regga da sola in piedi, in aria”) e alludeva anche a certi onorevoli

– D’altronde – concorda il prof. Geremia – basta vedere quello che si pubblica e chi pubblica oggi: ormai chiunque può soddisfare la sua grafomania e la sua ambizione di vedere in vetrina o sul banco di una libreria un proprio testo senza dover passare prima per il vaglio critico di un comitato di persone competenti (spesso una vera e propria ghigliottina, non sempre giusta ma necessaria)… basta pagare adeguatamente un editore compiacente…e ce ne sono tantissimi… c’è solo l’imbarazzo della scelta…È proprio vero, il mondo è invaso dalla spazzatura!
– …ma – commenta il prof. Carlo – alla fine “habent sua fata libelli” (“i libri hanno il loro destino”)…Scusate, amici, se ho interrotto la vostra conversazione.

– Si discuteva del gesto tragico di Mario Monicelli… – lo informa il collega Eligio.
– Io mi son fatta in proposito la mia idea – dice allora l’altro, divenuto improvvisamente triste – … non credo che Monicelli avesse perso la speranza di poter cambiare la realtà, quanto per la consapevolezza che gli era venuta a mancare, per l’età e non per la volontà, l’energia necessaria per continuare a lottare…
– Povero grande vecchio! – concorda amaro il collega Piermario – come poteva continuare a voler vivere in una realtà politica, sociale e culturale così degradata?…Per citare ancora Dante, ricordiamoci di Catone: “Libertà va cercando, ch’è sì cara,/ come sa chi per lei vita rifiuta.” (Purg, I, vv. 71-72)

“Niente, niente è certo, – cita a memoria il prof. Carlo – se non la nullità di tutto ciò che io posso capire e la grandezza di qualche cosa che non si può capire, ma che è di somma importanza…” Mi sono ricordato di questi pensieri e di queste parole, attribuiti da Tolstoj al principe Andrej in “Guerra e pace”, e mi piace immaginarli nella mente e sulle labbra di Mario Monicelli nel momento della sua estrema decisione.

LA RUBRICA

**NATALE 2010
“Questo Natale mi sembra molto promettente. Per quanto possano differire, opinioni e sforzi sono diventati più liberi, e se la stanchezza e l’incomprensione non fossero così spinte all’estremo, si esaudirebbe la volontà che alberga in milioni di cuori di andare insieme incontro ad una stagione migliore come quei cereali invernali sui quali cade la neve e che, dopo un periodo di temporanea miseria e freddezza, ritornano in primavera a crescere rigogliosi e a dare frutti abbondanti.” (Libera rielaborazione da Rainer Maria Rilke)
Il Laboratorio augura buone feste! Arrivederci al 2011!

NAPOLI: UNA CITTÁ NEL PRESEPE

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Simboli e tradizioni si innestano nella rappresentazione natalizia I drammi e le speranze di un popolo Immortalati in diorami e statuine. E la Cantata dei Pastori diventa la sua drammatizzazione. Di Luigi Jovino

Il presepe non è una cartolina o un quadro, né tantomeno un diorama costruito per offrire sensazioni dall’esterno. Il presepe è molto più di una tradizione. È l’essenza stessa di una comunità, in cui ognuno organizza liberamente gli spazi senza l’assillo dei piani regolatori. Nel presepe una cultura popolare si rappresenta. Si immedesima e si ripropone in un ciclico andirivieni. Le scenografie non sono mai brulle: colline di cartapesta, cieli stellati al Bristol nero, fiumi e fontane a motore, muschio, moquette verde e capanne di cartone, neve al polistirolo e giochi di luci intermittenti. Su tutto domina il mistero di una stella cometa.

Le botteghe degli artigiani ripropongono contesti semplici prima dell’avvento dei centri commerciali. Tutto, però, è confuso, come le strade di Napoli, stratificate sulle architetture del vecchio e dell’orrido-moderno. Dio ha scelto di nascere in un presepe perché in esso la gente ricovera i beni rifugio: le atmosfere compiacenti delle vecchie osterie, la bonarietà di un macellaio che dispensa consigli spaccando i quarti di carne, la ruota magica dell’ arrotino. Se Gesù avesse voluto seguire la morale corrente avrebbe scelto senz’altro di nascere in mondovisione.

Nel presepe napoletano la gente è abituata a viverci dentro, scegliendo il senso di una figurazione. Ci sono cantanti, pastori, mercanti, extracomunitari, Di Pietro e Bassolino cui il popolo dedica misere statue di creta, colorate con misture acriliche provenienti dai paesi cinesi. La cultura popolare non usa mezzi termini e si è confusa per secoli nei diorami rappresentativi, costruendoli ad immagine e somiglianza. A Napoli il presepe, insomma, è una pratica sociale viva in cui si mescola passato e presente per dare credibilità al senso dell’immortalità, fiorito da una mangiatoia. Nel periodo natalizio dalla fine del 1600 in poi è usanza rappresentare “La cantata dei pastori”, una drammone popolare scritto dall’abate Andrea Perrucci in sestine, a rima alternata e baciata.

La cantata dei pastori, in tre atti, prologo e scena della Natività racconta del tentativo attuato dai diavoli (Belzebù, Astarrotte, Pluto, Belfagor) di impedire la nascita del Redentore. La scena si svolge in un clima agreste ed ovattato, dove i pastori Armenzio, Benino, Cidonio e Ruscellio recitano elegie, accompagnando il faticoso peregrinare di Maria e Giuseppe in fuga da Gerusalemme per eludere le persecuzioni di Erode. Pagine di vera poesia vengono narrate nelle scene di una pesca miracolosa o della tempesta, scatenata ad arte da Belzebù per impedire che Maria e Giuseppe vengano traghettati alla riva opposta di un fiume. La recita si apre con il vecchio pastore Armenzio che cerca di svegliare il giovane figlio Benino per accompagnarlo al duro lavoro del “governo degli armenti”.

Nei presepi napoletani, infatti, non manca mai la statuina di un giovane addormentato vicino ad un fascio di paglia cui la tradizione popolare ha cambiato il nome da Benino a Benito (evidentemente la mutazione è avvenuta nel periodo del Fascismo, per somiglianza fonetica ma non per emulazione). Il piatto forte della Cantata dei pastori, però, è rappresentato da due personaggi: Razzullo e Sarchiapone che a differenza degli altri recitano in un napoletano antico ricco di termini andati in disuso. Razzullo di lavoro fa la scrivano, indossa abiti con almeno due taglie in meno, è un po’ meschino ed è sempre alla ricerca di qualcosa da mangiare.

Sembra che questa figura abbia ispirato il celebre drammaturgo Eduardo Scarpetta, padre naturale di Eduardo De Filippo che nelle sue riuscitissime commedie ha creato il personaggio di “Felice Sciosciammocca”, preso poi come riferimento da Charlie Chaplin per lanciare la maschera di “Charlotte”.

Sarchiapone, invece, è un barbiere in fuga per sfuggire ad una condanna. Conosce solo termini dialettali ed è un po’ “scemo del paese”. Nei presepi napoletani è rappresentato con andatura goffa o addirittura a torso nudo. I due nella Cantata dei pastori recitano sempre in coppia e diventano il reale bersaglio delle malefatte dei diavoli che cercano in tutti i modi di fermare la nascita di Gesù Redentore. Tutti i personaggi della Cantata dei pastori sono entrati di diritto a far parte del vero presepe napoletano in cui non devono mancare mai Benino, Sarchiapone, Razzullo, Cidonio (il cacciatore), Ruscellio (il pescatore) e l’oste. Il presepe è stato aggiornato ed è diventato emblema di massa nel 1700, all’epoca dei Borboni, ma per essere degnamente rappresentativo dell’anima di Napoli deve sintetizzarne sensazioni sentite e riconosciute.

Tra le numerose drammatizzazioni popolari (ricostruzioni storiche o riti cristiani), nessuna meglio della “Cantata dei pastori” riassume l’essenza di una cultura di fronte al miracolo della vita e nel suo complicato dualismo di nascita e morte. Innanzitutto c’è la totalità della comunità che si mette in gioco. Nelle varie edizioni della Cantata dei pastori, infatti, hanno recitato generazioni di napoletani. Già un anno dopo la pubblicazione del libretto in ogni teatro di Napoli la vigilia di Natale si sospendevano le repliche delle commedie e anche delle sceneggiate per dare spazio alla Cantata dei pastori, recitata da filodrammatiche popolari. Si racconta di un mitico “Totonno e’ Cangiano”, di professione scaricatore di porto che nei panni di Belfagor faceva faville.

E nei paesini tutti i nuclei familiari restavano, almeno per una volta nella vita, coinvolti. Non è una cosa facile recitare sestine “Dantesche”, in un ambiente teatrale con scene, trucchi ed effetti speciali. Ed è ancora più complicato farlo una volta e mai più. Nella Cantata dei pastori, insomma, ci sono entrati quasi tutti e si raccontano storie e leggende su rappresentazioni rimaste epiche. È opinione corrente, infatti, che tutti quelli che hanno interpretato i diavoli abbiano poi avuto morti violente e problemi esistenziali. Alcune morti accidentali accadute negli ultimi anni sembrano confermare questa tendenza. Diversi compaesani, poi, hanno conservato a vita il nome del personaggio interpretato e sono riconosciuti dalla comunità semplicemente come Sarchiapone, Armezio e Benino. Ancora oggi ci sono gruppi di giovani che cercano di tenere alta la tradizione.

A settembre inoltrato iniziano le prove ed il successo è assicurato. Per tutti i giorni delle festività natalizie alle repliche della Cantata dei pastori c’è sempre il pienone e non si trova un posto libero neanche a pagarlo oro. Oramai la maggior parte delle persone conosce a memoria i testi, ma segue l’evolversi del dramma tra risate a squarciagola e lacrime agli occhi. Una sequela di tante coincidenze non può essere casuale.
(Fonte foto: turismocampano.it)

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QUELLA MANO STRETTA ATTORNO AD UNA FORCHETTA…

Diverse sono le tecniche per impugnare la forchetta, nel “confronto” con un piatto di maccheroni. Da quest”analisi nasce un dubbio: non è che i patiti del pesto sono nemici del rosso del pomodoro? Di Carmine CimminoI lazzari e gli scugnizzi che nelle strade di Napoli afferravano con le dita, sollevavano in aria e calavano in bocca un groviglio di spaghetti incaciati erano personaggi di una brutta cartolina per turisti. I turisti stranieri, anche quelli di una certa cultura, provavano per i maccheroni un’avversione talvolta manifesta, che un belga, J. Chalon, autore di un inconcludente libro sui viaggi suoi a Napoli tra il 1874 e il 1886, cercò di spiegare come una naturale reazione dei lindi figli di Francia, Germania e Gran Bretagna al culto napoletano della sporcizia.

“L’impasto da cui si fanno i maccheroni – scrive questo belga – è lavorato da poveri diavoli quasi del tutto nudi: è una fatica massacrante, perché quell’impasto deve restare il più possibile duro e compatto. Gli impastatori si guadagnano da vivere con il sudore della fronte e di altre parti del loro corpo, letteralmente e necessariamente. Questo sudore è indispensabile per l’eccellenza del prodotto, perché nessuna impastatrice meccanica potrebbe dare all’impasto quel sapore lievemente salato che gli dà la pelle dell’uomo”.

Italo Calvino ha dedicato due splendidi racconti alla capacità della mano di commettere, in piena autonomia, tutti i peccati capitali. Lo sfortunato ladro di Furto in una pasticceria non riesce a bloccare la sua mano, che, in preda a una frenesia bulimica, afferra cannoli, bigné, babà e fette di torta e gliele infila a forza in gola. L’avventura di un soldato è, in realtà, l’avventura della mano lussuriosa del fante Tomagra: la quale mano, dopo un lungo e tortuoso scivolamento, riesce a palpare licenziosamente il ginocchio di una signora alta e formosa, che nello scompartimento vuoto del treno ha deciso di sedersi accanto al fante.

Ma a noi interessa la mano stretta intorno a una forchetta, e chiamata a confrontarsi con un piatto di maccheroni di vario calibro. Partiamo dalla tecnica dell’impugnatura. Se sono spaghetti, la mano che afferra e brandisce con forza la forchetta (non è una regola, ovviamente), può essere la mano dell’uomo sicuro di sé, o del presuntuoso, dell’avido, dello strafottente, del pescecane, del membro della cricca, insomma di chiunque si proponga o si illuda di mangiarsi il mondo. La forchetta viene infilata nel mucchio degli spaghetti, li arravoglia, li solleva, e intanto la testa dell’uomo si piega, e la bocca va verso il viluppo, lo ingoia, e lo getta giù dopo averlo sottoposto a un intervento meccanico e approssimativo delle mandibole.

Talvolta, dietro un impatto in apparenza arrogante si nasconde solo la memoria istintiva del tempo della fame, quando una era la zuppiera, piazzata al centro della tavola, e molte erano le mani che si protendevano verso di essa, e nel protendersi cercavano di sopraffare e di respingere le mani antagoniste del vicino. Chi porta dentro di sé questa memoria tende a usare la mano sinistra per tener fermo il piatto, o come barriera simbolica innalzata davanti al piatto per difenderlo da un attacco esterno: in quel gesto ancestrale la mano difensiva vede solo nemici intorno a sé: come la mano del divoratore di zuppa nel disegno potente di Honoré Daumier (foto).

C’è poi l’impugnatura ferma e nello stesso tempo delicata della mano che stringe la forchetta non a metà dello stelo, ma per la coda, e un momento prima di arravogliarli va a pungere gli spaghetti, per sentirne la consistenza, se sono al dente, oppure apre, dall’alto, il mucchio di pasta, lo allarga, lo scava: è la mano del sospettoso, dell’incredulo, di colui che ha fede solo nella natura sperimentale della conoscenza, e non oserebbe mettersi a mangiare il mondo senza averlo prima misurato e formato. È, insomma, il mangiatore educato, che non fa schiocchi con la bocca, che fa viluppi piccoli, che gli spaghetti non li vuole troppo rossi: il rosso è pur sempre il simbolo di qualcosa di eccessivo, e sarebbe interessante studiare se per caso i patiti del pesto e della genovese non siano prima di tutto nemici del rosso del pomodoro.

L’educato li vuole appena macchiati, i suoi spaghetti, e se sono spaghetti a vongole, le vongole le mette di lato, dopo averne titillato il frutto con la punta della forchetta, e se le conserva per dopo, quando ha buttato giù l’ultimo rotolino di pasta. I più democratici tra questi educati mangiatori sono quelli che agli spaghetti fanno fare un solo giro intorno ai denti della forchetta, e li sollevano fino all’altezza della bocca, e poi li accompagnano verso le labbra, e infine li ingoiano, e nell’ingoiare, abbassano il capo, per non infastidire chi sta di fronte. Così vuole il galateo. Talvolta, mentre la forchetta disposta di traverso accompagna la sua preda alla bocca, il mangiatore galante poggia la mano sinistra sul petto: che è un gesto di rispetto e di ossequio. Ti divoro sì, ma con reverenza.

La poesia dei maccheroni di grosso calibro, i maltagliati, mettiamo, o gli ziti spezzati nel ragù, sa di misticismo. Prima di tutto, i maccheroni vanno masticati. Consapevolmente. Artisticamente. E masticare è un verbo che da solo macina simboli e richiami. Masticare forse viene dal greco mastòs, la mammella, il latte, il cibo primigenio, il ritorno all’infanzia, il piacere archetipo dell’eros del cibo. L’uomo che mastica si oppone all’uomo che divora, perché anche se sminuzza le cose, sa che non può trarne fuori tutti i segreti: le cose, pur sminuzzate, sono più forti di lui, e lui si arrende al mistero, o si accontenta di sollevare solo il primo velo. Il masticatore assapora il piacere del tempo lento, che è negato al divoratore.

In Notturno D’ Annunzio scrive: “Usciamo. Mastichiamo la nebbia. La città è piena di fantasmi”. Gli occhi ammalati del poeta affidano alla bocca il compito di provare e di capire la vanità, vera e simbolica, delle cose.

Ogni maccherone ha la sua individualità, fatta di consistenza, lunghezza, colore e permeabilità al sugo: perciò i maccheroni vanno mangiati uno alla volta, o, tutt’al più, a coppie. Il vero mangiatore di ziti sta a schiena diritta, osserva i maccheroni infilzati, medita sulla sacralità dei gesti: non si chiacchiera, intorno ai maccheroni, si parla con gli occhi. Sono improvvise ventate di silenzio: il silenzio è necessario, perché la mano non si distragga, e perché i denti e la lingua trasmettano a tutti i nervi e a tutte le fibre la percezione assoluta e definitiva dell’istante in cui il corpo del maccherone e l’essere del mangiatore diventano una cosa sola. E questa è esperienza mistica.

Questa è percezione panica dell’unità del cosmo. Bartolomeo Nardini ci ha tramandato un motto dei lazzari napoletani che egli vide in azione durante i moti del 1799: ‘stu maccarone se magagna / guardanno ‘ncielo. In questo detto si accordano, mirabilmente, il moto dello sguardo che volgendosi al cielo esprime il valore ideale del piacere, e la forza ferina della fame che magagna i vermicelli, li maltratta, li stropiccia, li lacera, e poi li ingoia.

I vermicelli come i nobili e i borghesi: magagnati dai sanfedisti e dalla plebe in rivolta. Mi chiedo: i traditori mangiano maccheroni? e se sì, come li mangiano? E i maccheroni sopportano di essere mangiati dai traditori?
(Foto: Quadro di H. Daumier, La zuppa)

QUANDO SI MANGIANO I MACCHERONI LA MANO PARLA

L’OFFICINA DEI SENSI

IL CENSIS RILANCIA IL DRAMMA DEL SUD

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Il Rapporto Censis di quest”anno evidenzia l”aumento della povertà, spirituale e materiale, e del divario tra Nord e Sud. Ma Sud è anche Pomigliano e la Fiat, dove il lavoro va coniugato con dignità e diritti acquisiti. Di Don Aniello Tortora

Due Italie sempre più lontane, a causa delle marcate differenze fra Nord e Sud, compongono una nazione con deprimenti valori medi dei principali indicatori rispetto agli altri grandi Paesi europei. È la fotografia scattata dal Censis con l’annuale Rapporto sullo stato del Paese.

Un’Italia che "alla crisi ci crede e non ci crede": per alcuni si sfiammerà presto, per altri il tracollo durerà a lungo. Questa diversa percezione, spiega il Censis, riflette l’assenza di una consapevolezza collettiva, a conferma del fatto che restiamo una società "mucillagine", con un contesto sociale condizionato da una soggettività spinta dei singoli, senza connessioni fra loro e senza tensione a obiettivi e impegni comuni.

Una vera e propria "regressione antropologica", con i suoi pericolosi effetti di fragilità sociale, visibile nel primato delle emozioni, nella tendenza a ricercarne sempre di nuove e più forti, al punto che "la violenza o lo stravolgimento psichico si illudono di avere un bagliore irripetibile di eternità, mentre nei fatti sono solo passi nel nulla".

Su questa base – rivela il Censis – si sono moltiplicate piccole e grandi paure (i rom, le rapine, la microcriminalità di strada, gli incidenti provocati da giovani alla guida ubriachi o drogati, il bullismo, il lavoro che manca o è precario, la perdita del potere d’acquisto, la riduzione dei consumi, le rate del mutuo).

Ma, avverte l’Istituto, "le difficoltà che abbiamo di fronte possono avviare processi di complesso cambiamento. Attraverso un adattamento innovativo reso vitale e incisivo dalla combinazione dei "caratteri antichi della società" con i processi che fanno da induttori di cambiamento: la presenza e il ruolo degli immigrati, con la loro vitalità demografica e la moltiplicazione emulativa di spiriti imprenditoriali; l’azione delle minoranze vitali, specialmente dei player nell’economia internazionale; la crescita ulteriore della componente competitiva del territorio (dopo e oltre i distretti e i borghi, con le nuove mega conurbazioni urbane); la propensione a una temperata gestione dei consumi e dei comportamenti; il passaggio dall’economia mista pubblico-privata a un insieme oligarchico di soggetti economici (fondazioni, gruppi bancari, utilities); l’innovazione degli orientamenti geopolitici, con la minore dominanza occidentale e la crescente attenzione verso le direttrici orientali e meridionali.

Ci saranno, ancora, sempre più anziani e meno giovani. Nel 2030 la popolazione residente in Italia sarà di 62 milioni 129 mila persone, il 3,2% in più rispetto al 2010. Mentre gli abitanti delle regioni del Sud diminuiranno (-4,3%), saranno i residenti nel Centro-Nord ad aumentare in modo consistente (+7,1%) soprattutto per effetto dell’immigrazione. Nel medio periodo crescerà quindi l’Italia più ricca (2,8 milioni di persone in più nel Centro-Nord nei prossimi vent’anni), mentre il Mezzogiorno, in assenza di interventi significativi, continuerà a perdere attrattività (890 mila abitanti in meno). L’emorragia di risorse umane nel Sud è indicata anche da un tasso migratorio (saldo tra iscrizioni e cancellazioni anagrafiche) negativo (-1,0 per mille abitanti nel 2020) rispetto a quello positivo del Centro-Nord (+5,2).

Il trend di impoverimento del capitale umano al Sud comporterà un allargamento del divario rispetto al Nord sia come mercato di consumatori, sia come bacino di lavoratori, intaccando così i principali fattori di generazione della ricchezza.
In base alle previsioni demografiche, i giovani di 18-34 anni diminuiranno, con un forte calo nel prossimo decennio. I giovani passeranno quindi da una quota del 20% della popolazione complessiva al 17,4% e i bambini di 0-14 anni passeranno dal 14% di oggi al 12,9% fra vent’anni.

Contemporaneamente gli over 65 anni aumenteranno dagli attuali 12 milioni 216 mila a 16 milioni 441 mila nel 2030 (+34,6%), rappresentando così il 26,5% della popolazione italiana (il 20,3% nel 2010).

E gli over 80 anni aumenteranno di 1 milione 940 mila (+55,2% nel periodo 2010-2030) arrivando a 5 milioni 452 mila, ovvero l’8,8% della popolazione complessiva (il 5,8% nel 2010).
Anche la vita media continuerà ad allungarsi, di quasi due mesi in più all’anno per i prossimi vent’anni, fino a 82,2 anni per gli uomini e 87,5 anni per le donne nel 2030.
Ciò che più preoccupa in questo Rapporto è l’aumento della povertà, sia spirituale che materiale. Ritorna prepotentemente la cosiddetta “questione antropologica”. L’uomo non è certamente messo al centro dell’economia, della politica, della stessa vita sociale. Anche l’aumento del divario Nord-Sud deve far riflettere tutti.

Davanti a questa “fotografia” del nostro Paese la politica non può far finta di non vedere.
Una politica che deve ritornare, necessariamente, ad interessarsi veramente dei problemi reali della gente, mettendo al centro delle sue preoccupazioni la “questione meridionale” che è una “questione nazionale”. L’Italia non può crescere senza il Sud. E Sud, in questo momento, significa soprattutto Fiat a Pomigliano d’Arco. Mi pare che il Piano-Panda sia a buon punto. Mi auguro che i lavoratori non debbano più soffrire altri tempi di Cassaintegrazione, di precariato (mi riferisco ai famosi 36 “ex contrattisti”) e che finalmente nella società, partendo da Pomigliano d’Arco, si riesca, con il contributo di tutti, a coniugare il Lavoro con la Dignità e i Diritti Acquisiti. Se così sarà, avremo anche un’Italia più giovane e meno “vecchia”.
(Fonte foto: Rete Internet)

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