C’è nel “suo” occhio e nel suo pennello un quieto furore ordinatore, a cui si ribella talvolta la luce nostra, violando con i suoi riflessi la geometria delle forme. Dall’ocra Leto trae effetti di cupa arsura e di luminoso calore.
Niccolò Leto, pittore, restauratore, a vederlo seduto nella splendida sua casa di Lauro, su cui incombe la massa del maniero dei Lancellotti, mentre discorre con pacatezza di restauri e di pittura, non riesco a immaginarlo protagonista di una vita che potrei definire avventurosa, se all’aggettivo non fossimo abituati ad attribuire le connotazioni della casualità e di una frenesia motoria che fornisce abbondanza di esperienze, di pezzi succosi di esistenza, ma quasi mai la cornice in cui il tutto si sistema. E invece i modi di Niccolò, i modi di stare, di muoversi, di parlare, suggeriscono solo ordine.
Niccolò è nato nel 1958, in Zimbabwe, da una signora inglese e da un ingegnere italiano impegnato nella costruzione della diga Kariba sullo Zambesi. Ha studiato in Inghilterra, ha lavorato in Costa d’ Avorio, in Israele, in Irak, in Sudafrica, ha formato il suo “occhio“ e la “sua” mano di restauratore a Venezia, a Firenze, ha esercitato l’uno e l’altra in importanti cantieri: i dipinti murali della Basilica Superiore di Assisi, Villa Giulia, gli affreschi dell’ Auditorio di Mecenate, la Certosa di San Lorenzo a Padula, gli interventi coordinati dalle Soprintendenze di Avellino e di Salerno dopo il terremoto dell’80.
Niccolò Leto elenca con calma mete, tragitti, luoghi, non cede nemmeno per un istante a quell’entusiasmo in posa – un po’ di vanità, un po’ di malinconia- a cui talvolta indulge chi si mette a sciorinare il lungo catalogo delle vicende personali come se questo, da solo, bastasse a garantire la profondità e la ricchezza degli interessi. Niccolò Leto è uno splendido signore delle proprie emozioni, e la pittura gli serve per trasferire ogni tappa dei suoi viaggi – i viaggi in terre lontane, le esperienze nei luoghi dell’arte – in un itinerario interiore. E’ lui che ci fornisce la chiave per capire il senso primo della sua pittura: “Prediligo la pittura murale, che comprende l’affresco, ma anche il trompe l’oeil che falsa l’architettura reale con giochi illusionistici e a volte provocatori. In effetti, sono sempre stato attratto dall’architettura come mezzo di espressione creativo.“.
E’ l’imperio della prospettiva, come lo chiamava Panofsky, quando la prospettiva si pone come tramite unico tra lo spazio e il tempo interiori, e il tempo e lo spazio esterni, e l’artista è costretto ad accettare il privilegio di “manipolare“ il mondo – la passione di Leto per il trompe l’oeil -, ma anche il rischio di esserne manipolato: è il “dramma“ di architetti e pittori del Barocco. Non è un caso che Niccolò Leto si confronti soprattutto con il paesaggio della Toscana etrusca così analiticamente e oggettivamente definito nella griglia delle sue forme geometriche – le tarsie dei macchiaioli – che pare impedire all’ ”occhio“ dell’artista qualsiasi libertà di interpretazione.
E invece la lettura che egli fa di questo paesaggio ci dice, attraverso una fitta trama di segni non clamorosi, anzi signorilmente composti, che l’artista cerca costantemente la sintesi, per via di disegno e di colore, tra i toni contrastanti della musica di dentro. E perciò il suo “occhio“ e la sua “mano“ costruiscono sulla tela fasce e veli di vegetazione, intrecci di rami contorti e lucidi e ricami di foglie disegnate una per una in una incredibile varietà di sfumature che innalzano il verde dai toni dell’azzurro agli acuti del rosso, e poi cieli bassi e saturi di luce viola, che schiacciano la terra sotto il peso di una lastra compatta, qua e là attraversata da vene di giallo. La pittura è lavoro paziente, diceva John Ruskin: ma qui, nella pazienza tipica del restauratore, si esprime il bisogno di conoscere la sostanza delle cose, e di controllare i momenti notturni dello spirito, e l’affanno del respiro, e l’incalzare delle domande.
Altre volte, invece, come nel quadro “Ombre lunghe“, la cui immagine correda l’articolo, pare che il respiro si liberi e si prolunghi fin dentro il cielo. Ma il segno della sofferenza resta nelle serie dei gioghi montani che si succedono incalzandosi, sta nel calore afoso dell’ocra che inaridisce gli immobili recinti del verde, sta, questa filosofica pena del vivere che pare accettata e forse non lo è, sta nella villa che si chiude (si chiude? è stata chiusa?) dentro la siepe dei cipressi: è, questa “macchia“, come l’acuto di un tenore, è un virtuosismo tecnico. E’ prodigioso l’uso che Leto fa dell’ ocra, traendone effetti ora di cupa arsura, ora di calda luce: mi ricorda, questo trattamento dell’ocra, “La veduta della fortezza di Volterra“ di Corot, “Le balze di Volterra“ che Elihu Vedder dipinse nel 1860 (vedi galleria fotografica), e certe liriche “visioni“ di Otello Chiti.
Dice Niccolò Leto che i suoi paesaggi sono “privi di figure umane, strade asfaltate, pali telegrafici od altri elementi che vincolerebbero la datazione ai tempi odierni nei quali l’uomo impone la sua volontà in modo forzoso, spesso lasciando cicatrici indelebili.“. Ma non possono essere cancellati tutti i segni della opere dell’uomo che gioca con le apparenze della natura . È questo il senso dei covoni di grano, della strada che si biforca e gira intorno alla casa, della casa, dei cipressi che la circondano (la chiudono? la nascondono? la difendono?). L’artista è riuscito a coordinare l’insieme e i singoli particolari con tale rigore di logica visiva che se eliminassimo una sola pennellata, la trama si sfalderebbe.
L’occhio dell’artista pone nessi e corrispondenze nel campo dell’immagine: toglie, smagrisce, cerca, nelle cose, l’essenziale, per trovarlo (o l’ha già trovato?) dentro di sé. Ma al quieto furore del suo “occhio“ e del suo “pennello“ si ribella la luce, che non si lascia irretire nella geometria, che guizza qua e là, accendendo riflessi e insinuandosi nel corpo delle ombre. E’ la luce della Campania Felice: da sempre artefice di miraggi che poi si rivelano verità, e di verità vestite da allucinazioni.
(Foto: Niccolo Leto. Ombre lunghe)
L’OFFICINA DEI SENSI