La Unicoop tiene nel cassetto le lettere di revoca del rapporto di lavoro. Intanto si parla di un incontro al vertice finalizzato al rientro delle cooperative emiliane.
Giornate di silenzi, di bocche cucite negli uffici che contano, mentre i 700 lavoratori di Ipercoop Campania restano col fiato sospeso. La cooperativa toscana Unicoop Tirreno non ha ancora spedito le 250 lettere di licenziamento che tiene pronte nel cassetto, da un pezzo.
Si parla di diplomazie al lavoro per tentare di convincere le cooperative più grandi e importanti d’Italia, le emiliane Estense e Adriatica, a revocare il no al salvataggio della Campania, espresso in un drammatico confronto con i sindacati il 29 luglio scorso. Nel frattempo la procedura di mobilità è stata espletata: tempo scaduto già il 13 settembre scorso, col mancato accordo tra Unicoop e organizzazioni di categoria all’Ufficio regionale del Lavoro, l’Ormel. Intanto si vocifera di un intervento di Legacoop Campania presso le sedi centrali di Bologna, dove c’è il quartier generale di tutto il sistema cooperativo nazionale facente capo alle cosiddette “coop rosse”, espressione che però le stesse cooperative non intendono accettare.
Oggi più che mai tutta la grande distribuzione deve fare i conti con numeri spietati. Da qui la necessità di non identificare l’azione delle cooperative di consumo nell’ambito di un’azione che di politico pare non avere più nulla, stando almeno a quello che accade in Campania. Qui per la prima volta in assoluto il sistema cooperativo sta “sperimentando” l’esperienza, non certo gratificante, del licenziamento collettivo: tagli molto consistenti con la chiusura contestuale di un intero ipermercato, quello di Afragola. Per impedire questo tracollo a nulla finora sono valsi gli appelli dei lavoratori, che hanno scritto una lettera al presidente di Unicoop, Marco Lami, dal contenuto molto significativo: “Tagliateci gli stipendi, temporaneamente, ma salvateci il posto”.
Cooperative che sono rimaste sorde anche all’iniziativa dell’assessorato regionale al Lavoro, retto dal professore Severino Nappi, che ha messo a disposizione fondi europei destinati alle aziende in crisi del Mezzogiorno per coprire i tagli salariali eventualmente operati in cambio del piano di salvataggio. Tutti sforzi che non sono bastati. Almeno per il momento. Sullo sfondo si staglia l’attesa dei lavoratori dei tre ipermercati di Afragola, Quarto e Avellino e dei due supermercati di Napoli-Arenaccia e di Santa Maria Capua Vetere. Un’attesa senza sussulti in queste ultime settimane. Calma apparente spezzata domenica dallo sciopero bianco dei 226 addetti di Afragola, che in molti non si sono recati al lavoro costringendo l’ipermercato a chiudere i battenti anticipatamente, dalle 12 e 30 e per tutta la giornata, fino alla chiusura delle 21.
Dura da più di un anno la lotta dei lavoratori campani di Ipercoop. Una vertenza che ha conosciuto due fasi, quella della proposta di cessione di addetti, mezzi a merci al gruppo casertano Catone e quella del piano di salvataggio presentato ufficialmente a luglio dalle coop emiliane. La prima fase è culminata con il referendum delle maestranze campane, che a dicembre dell’anno scorso hanno respinto l’ipotesi dell’arrivo dell’azienda di Pastorano. La seconda, quella del piano di salvataggio, è invece abortita sul nascere. Il confronto sindacale tra le coop e le organizzazioni nazionali di categoria è stato infatti interrotto quasi subito, poche ore dopo il suo inizio, il 29 luglio, in un albergo romano: distanze eccessive tra le parti.

