Noi Ora, Alleanza per Sant’Anastasia e l’Aurora Onlus scrivono a De Luca: “Serve maggiore impegno per la prevenzione”
L’Estate Medicea riparte: lunedì il libro di Gianni Scudieri e lo spettacolo “Quotidiane ispirazioni”
Un Sigillo aperto
Emergenza incendi. Il sindaco di Ottaviano: “noi lasciati senza guida. E’ sempre più emergenza nazionale”
Una domenica bestiale
La cronaca disperata di uno dei giorni più tristi che il Vesuviano abbia mai vissuto. Il fuoco riprende grazie al vento ma grazie anche alla sottovalutazione della situazione.
La mattinata di ieri, spazzata da un forte vento di maestrale non presagiva nulla di buono. All’orizzonte si vedeva già il fumo proveniente da Torre del Greco che si pensava ormai placato e un’esile colonna chiara spuntava dai Cognoli di Giacca, prima propaggine del Somma, tra Massa ed Ercolano. Ma anche a valle, in città, il fuoco divampa: Ponticelli, Giugliano e il panorama è costellato di focolai in ogni dove.
Avverto il comune di Massa dell’incendio e gli parlo del luogo impervio dove sta bruciando il bosco di castagno che ricopre buona parte del Monte Somma. Mi reco al DOS ad Ercolano, presso la “Siesta” ma ancora una volta trovo una persona che non conosce il luogo e che non ha neanche una carta topografica per orientarsi.
Vado verso Torre per portare cibo agli animali della pineta a monte di via Resina Nuova e lungo il tragitto mi rendo conto dell’entità del nuovo disastro e nuovo si fa per dire. Due colonne si alzano dalla città del corallo, e ancora una volta in via Montedoro, a est dell’Ospedale Maresca, e in località Cappella Bianchini, più a sud, che imponente minaccia le case. Arrivo in via Resina Nuova dove trovo due case seriamente danneggiate dal fuoco di mercoledì scorso, lì non era necessario inoltrarsi nella pineta per capire l’entità del disastro che era transitato, anzi mi meraviglio che i danni presso le abitazioni fossero relativamente leggeri rispetto a quanto fosse successo, ma non ho potuto non notare i pali della luce abbattuti dal fuoco, i bomboloni del gas anneriti e non esplosi, gli autoveicoli bruciati e la buona sorte che tutto sommato ha accompagnato quell’evento, quella fortuna che evita la tragedia definitiva e di cui troppo spesso godiamo senza meritarcela.
Lo scenario è post nucleare, il colore verde ormai non esiste più e la pineta è una landa desolata nero/grigia, mi inoltro con un folto gruppo di amici e disseminiamo di bacinelle d’acqua e cibo d’ogni genere in quel deserto post bellico nella speranza che gli animaletti sopravvissuti a questo disastro immane riescano a sostenersi per un po’.
Verso le 13.00 torno a casa ma con l’amara sorpresa che anche dal bosco del Molaro che da giorni teniamo sotto controllo, perché vicino alle campagne di Massa e San Sebastiano, fuma e già capisco che è l’ora di intervenire. Trovo lì già la PC di San Sebastiano e quella di Massa e già so che i miei compagni sono all’interno del bosco a lavorare, una pala e via, a creare barriere spartifiamma. L’incendio sarà contenuto per il resto della giornata e fino al mattino dopo, ma col timore delle fiamme che ci minacciano dai Cognoli.
Il pomeriggio trascorre quindi tranquillo ma a Torre del Greco è invece l’inferno, il vento, sempre forte, sposta le fiamme verso le abitazioni che incominciano ad essere evacuate: stiamo punto e a capo! Stesso luoghi e stessi incendi dei giorni precedenti ma nessuno a vigilare.
Mai possibile che si continui ad essere colti impreparati a tali eventi? Perché licenziare così rapidamente i due Canadair francesi? Ce n’era soltanto uno ieri mattina a fare la spola tra il Somma e Torre. La gente si è trovata sola ad affrontare le fiamme, da sola a difendere la propria abitazione mentre tutto intorno, quando non c’era rassegnazione, c’era squallido e meschino cinismo, quello che non valuta nemmeno di fare o meno certe cose, quello di valutare o meno l’opportunità di una processione ed annessi fuochi d’artificio in onore di santi e madonne che purtroppo non interverranno mai sulle nostre disgrazie, il turismo delle catastrofi, i presenzialisti, l’andare fare jogging nel bel mentre delle operazioni di spegnimento e il presidente della regione che va a caccia di altri fantasmi, chiudono in bellezza la bestialità di questo 16 luglio 2017.
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Carmine Aliperta nel ritiro del Napoli a Dimaro: primo taglio “azzurro” per Ounas
Dopo il primo gol in azzurro, arriva il primo taglio di capelli con la maglia del Napoli.
A curare il look del neo acquisto Adam Ounas è l’hair stylist di Somma Vesuviana , Carmine Aliperta.
Il titolare della Luxury Spa, gia famoso per aver curato il look di tanti giocatori del Napoli e della serie A, è volato a Dimaro nel ritiro Azzurro presso l’Hotel Rosatti e ha subito “messo le mani in testa” al nuovo acquisto del Napoli.
Proprio ieri Ounas si è messo in evidenza con il primo sigillo in maglia azzurra, un gran gol al volo realizzato nell’amichevole contro il Trento vinta degli azzurri 7-0. Da oggi Ounas sará notato anche per la sua capigliatura “luxury” firmata dal barbiere somnese Carmine Aliperta. (Nelle foto con Ounas, Milik, Rog e Maksimovic)
Il Vesuvio col senno di poi
Riflessioni ex post di un attivista.
Le fiamme sul Vesuvio, temute da molti già dallo scorso inverno LEGGI si sono puntualmente presentate con il loro drammatico conto; le operazioni di spegnimento, soprattutto per quel che riguarda il lavoro a terra, sono state effettuate con notevole ritardo e in situazioni ormai, tanto avanzate, da essere, in certi casi, quasi inutili o pericolose. Solo quando gli incedi vesuviani sono diventati un caso nazionale e forse qualcosa in più, solo allora, il governo centrale, nella persona del ministro dell’Ambiente, si è degnato di recarsi sul posto per rendersi conto della situazione o magari tutelare semplicemente il presidente del Parco in difficoltà.
Non sono le ecomafie, non è il cambiamento climatico ad aver dato fuoco al Vesuvio, caro ministro Galletti, e neanche i gatti e i cani kamikaze o i presunti piromani beneventani, specchietti per le allodole da tastiera ma non per chi vive il Vesuvio e il suo Parco a 360°, ma è stata la cultura emergenziale che da sempre e in ogni contesto vige qui da noi, una cultura che sembra vivere più sul precetto scaramantico che sul buon senso organizzativo. Un atteggiamento tale da non intraprendere nessuna iniziativa programmatica che non fosse un qualcosa di esclusivamente e burocraticamente cartaceo e inattuato. Lo stato dei boschi del Parco Nazionale del Vesuvio era in completo abbandono prima di questo che consideriamo il più grande incendio che si ricordi qui di noi, e lo era anche l’anno scorso, quando la piazza d’onore spettò al rogo di Terzigno e comuni limitrofi.
Se prima nulla si faceva, non è stato certo opportuno non aver fatto nulla di concreto nell’anno intercorso tra i due eventi, soprattutto quando c’erano le istanze dei cittadini e delle associazioni a richiederlo VEDI. E non puntiamo il dito solo sull’Ente Parco, con un piano antincendio mai attuato e con protocolli d’intesa approssimativi ma anche su chi avrebbe dovuto partecipare a questa prevenzione mai partita. Parliamo ad esempio di chi avrebbe dovuto fare manutenzione e pulizia lungo le strade provinciali e comunali, vi ricordiamo infatti che l’incendio più grande dei tanti roghi divampati sul Vulcano, è scoppiato proprio in via Vesuvio ad Ercolano, strada che accoglie i turisti che vanno al Vesuvio e vera e propria discarica; bene, il rogo, incominciato tra le sterpaglie e i rifiuti del bordo strada, ha poi innescato una reazione a catena che ha distrutto praticamente tutta la riserva integrale del Parco, includendo il Tirone/Alto Vesuvio, la vegetazione di Colle Umberto, del Salvatore, Atrio del Cavallo, Fosso della Vetrana, Valle del Gigante, attraverso il bosco del Molaro fin sui Cognoli per arrivare all’amato Ciglio di Somma. Gli altri roghi, quali quelli di Terzigno, Ottaviano, Torre del Greco potrebbero aver avuto più o meno la stessa sorte e lo stesso innesco fortuito, vista la medesima e precaria situazione di partenza.
Formulare il binomio incendi = spazzatura è sbagliato, fuorviante e pericoloso. E lo è nella misura in cui si accomunano due fenomeni con distinte cause e distinte responsabilità. Gli incendi boschivi di quest’anno, così come quelli degli anni precedenti, hanno la loro natura nell’incuria e tale mancanza ha permesso a chi, colposamente o in maniera criminale, ha fatto scoccare la scintilla. Se non ci fosse stato quindi il carburante, a nulla o quasi sarebbe valsa la miccia per la sua accensione. Se i boschi vesuviani avessero avuto una corretta pulizia, vie spartifuoco e sentieri degni di questo nome, e soprattutto un efficiente servizio antincendio, tutto questo non sarebbe accaduto o, quanto meno, sarebbe stato di gran lunga ridimensionato; inutile quindi parlare di camorra, e creare un nemico immaginario come si faceva durante la guerra il nemico ce l’abbiamo dentro, il nemico siamo noi con la nostra passività!
Il collegamento degli incendi vesuviani ai roghi dei rifiuti ha un che di ideologico e non mi riferisco solo a chi, istintivamente, in simili frangenti, cerca un qualcosa o un qualcuno a cui addurre colpe e responsabilità per darsi una ragione di quanto non accetta o non capisce e di cui vede solo gli effetti, ma anche a chi vuol vedere nel fatto un complotto tra economia di mercato, il governo e chicchessia con forze oscure che regolerebbero le sorti del pianeta; sembra assurdo ma è stata una delle tante tesi esposte negli articoli che hanno girato in questi giorni.
Sta di fatto che se esistessero i controlli e un sistema civico decente, i luoghi di sversamento e di rogo non sarebbero mai esistiti e tanto meno in area parco ed è comunque bene non confondere ciò che accade nelle discariche del Parco con quanto accade nei boschi più integri della riserva naturale. Ma ciò che più inquieta è il fatto che si escluda a priori la strada che potremmo definire boschiva, ovvero insita nella natura dei boschi e delle loro condizioni, seguendo invece rigidamente la strada criminale, senza capire che nei boschi di montagna, là dove non arrivano carrozzabili, il problema rifiuti non c’è e questo dimostra, ancora una volta, quanta ignoranza ci sia sull’argomento Vesuvio.
Non parliamo quindi di ecomafie, di ecoterrorismo, di piromani, di clima e di altre leggende metropolitane perché chi conosce il contesto vesuviano, chi lo conosce realmente, sa qual è il problema e non si nasconde dietro un dito. Ci sono stati all’interno del parco roghi e vasti incendi legati alle discariche ma non hanno innescato gli incendi boschivi di questi giorni, basti ricordare il rogo di Cava Fiengo dello scorso 12 giugno LEGGI dove per tre giorni la cava e zone limitrofe hanno bruciato il loro venefico contenuto.
La macchina dei soccorsi, fin dal 5 luglio è stata in buona parte limitata agli interventi della Protezione Civile locale e dai presidi dei Vigili del fuoco che difendevano abitazioni e siti strategici e questo fino a martedì 11 allorquando si crea finalmente un DOS (Direttore Operazioni di Spegnimento) nella rotonda cosiddetta della Siesta, e dove incominciano a confluire gruppi di Protezione Civile e volontari da ogni dove. La domenica precedente i già ridotti soccorsi erano stati rallentati dal previsto, ma non imprescindibile, giro d’Italia rosa, chiudendo, durante il passaggio della gara, le uniche due vie d’accesso ai luoghi dell’incendio e dirottando parte dei volontari sul percorso della gara. Quest’atteggiamento la dice lunga sulla consapevolezza, da parte delle autorità, di ciò che stava realmente accadendo e la superficialità con cui si è agito.
Ora col clamore della cronaca tutti si indignano e si mobilitano con varie manifestazioni, sit-in e flash-mob ma mi chiedo: prima, dov’erano? Prima in quel lasso di tempo intercorso tra il luglio 2016 e il luglio 2017, dov’era chi ora organizza opportunisticamente queste mobilitazioni?
Tutto il resto è storia, folclore e speculazione, un mondo che vive in sordina nell’attesa di poter intervenire e dire la sua su cose per le quali, non solo non ha competenza o il coraggio per parlare, ma soprattutto non ha visto, non ha vissuto e non ha neanche del tutto compreso.

