La pasta ‘ncasciata di Montalbano

Molto diffusa in tutta la Sicilia, la pasta ‘ncasciata nasce nel Messinese. Per certi aspetti, tra cui alcuni ingredienti in comune, può ricordare la pasta alla Norma, anch’essa originaria del Messinese, ma è la sua preparazione a distinguerla (e a darle il nome). Non tutti i tipi di pasta vanno bene: la tradizione e il metodo di cottura richiedono l’utilizzo di maniche di maccheroncino o sedani rigati, come ultima alternativa potete optare per i maccheroni. Inoltre, la ricetta tradizionale prevede prodotti tipici siciliani, ma per fortuna a questo si può ovviare con vari prodotti presenti in praticamente tutte le regioni d’Italia.  Il tradizionale nome ‘ncasciata ha origini contrastanti, ma è opinione comune che debba le sue origini all’abbondante quantità di caciocavallo presente nella ricetta e che avvolge letteralmente la pasta. Ingredienti – 600 g di magliette di maccheroncino o sedani rigati – 200 g di caciocavallo fresco (potete utilizzare anche prodotti simili delle vostre zone) – 200 g di carne tritata (anche prosciutto crudo) – 50 g di mortadella o salame – due uova sode – quattro melanzane – 100 g di pecorino grattugiato – salsa di pomodoro – mezzo bicchiere di vino bianco – basilico – olio, sale, pepe Tagliare le melanzane a fette e friggerle dopo averle tenute per almeno un’ora in acqua e sale. Soffriggere il tritato con olio abbondante, sfumare con il vino e cuocere aggiungendo un po’ di salsa di pomodoro. Cucinare la pasta, scolandola al dente, versarla in un contenitore e condirla con la salsa di pomodoro. Ungere una teglia o casseruola, dando una spolverata di pangrattato e versare all’interno la pasta, alternandola a strati con il resto degli ingredienti. L’ultimo strato di pasta va poi coperto con melanzane, salsa di pomodoro e abbondante pecorino. Cuocere in forno ben caldo per circa venti minuti   (Foto attori e foto piatto finito: rete internet)

Nas in azione ad Acerra e a Cercola: nel mirino una gastronomia e una lavanderia industriale

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Ad Acerra, in via Dublino, presso una locale macelleria/gastronomia, i carabinieri del NAS di Napoli hanno eseguito un’ispezione igienico sanitaria al cui esito hanno proceduto al sequestro amministrativo di 35 chili circa di prodotti alimentari, carnei e lattiero caseari (misto di salumeria, sugna, soffritto, insaccati e formaggi) rinvenuti privi di qualsivoglia indicazione utile a garantirne la loro rintracciabilità. E a Cercola, presso un’attività di lavanderia industriale ubicata in via Corte, i Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Napoli e quelli del Nucleo Antisofisticazione e Sanità di Napoli hanno eseguito una verifica degli ambienti e sugli scarichi di lavorazione, procedendo al sequestro di macchinari per la pulitura a secco detenuti ed utilizzati in assenza delle prescritte autorizzazioni. Nella circostanza sono state contestate anche violazioni amministrative in ordine alla mancata compilazione del registro di carico e scarico dei rifiuti.

La camorra e il linguaggio dei gesti: ‘a mana ‘nfaccia, ‘o papagno, lo sfregio, ‘o scuonceco del nome.

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Per i camorristi di un tempo ‘a mana ‘nfaccia era più umiliante dello schiaffo, del papagno. Luigi Fucci, ‘o gassusaro, cercò di spiegarlo al giudice del processo Cuocolo. I tre tipi di sfregio indicati da Abele De Blasio. C’era poi lo “sfregio” del nome e degli epiteti, che “annullava” la persona dell’offeso ed era sempre accompagnato da un sorriso di scherno, “’a risatella”.   In tutto il territorio delle province di Napoli e di Terra di Lavoro non ci fu cantina  in cui il tuocco a vino non scatenasse risse furibonde e duelli all’ultimo, o al penultimo sangue. Col   tuocco  la comitiva si sceglieva il padrone, che nominava un sottopadrone ( in qualche documento di polizia è chiamato anche il cane ). Incominciava il giro del vino: il padrone stabiliva, a suo piacimento, chi poteva bere, e chi no. Capitava che qualcuno restasse fuori da tutti i giri del boccale,  e che l’esclusione venisse interpretata come un affronto. Il calore del vino e il tormento della sete dettavano parole grosse: da qui allo scatto dei coltelli a serramanico il passo era breve. Nel gennaio del 1908 una comitiva di camorristi vesuviani gioca al tocco nella cantina di Stefano Manca  che sta alla  Marchesa di Boscoreale, in una posizione strategica per il controllo delle decine di carri che ogni giorno trasportano  pietre e brecciame  dalle cave ai cantieri per la ricostruzione di strade e di case devastate dall’eruzione del 1906. A un certo punto  Raffaele Massa di Ottajano, non sopportando l’accanimento con cui il padrone, Antonio Arlitti di Sant’ Anastasia, lo esclude dalla bevuta, gli chiede spiegazioni. L’ Arlitti risponde a muso duro, i due arrivano a mettersi capa e capa, e prima che gli altri si muovano a separarli, Massa uccide il padrone con due colpi di sferra. Interrogato dal capitano dei carabinieri di Torre Annunziata, l’ omicida si giustifica così: m’’a mis’’e mmane ‘nfaccia. Mi ha messo le mani in faccia, che per un camorrista è un gesto più umiliante dello schiaffo. Proprio l’anno prima aveva tentato di spiegarlo a un giudice Luigi Fucci, “ ‘o gassusaro”, che fu screditato capintesta della camorra napoletana e mediocre attore di quella truce sceneggiata che va sotto il nome di “ processo Cuocolo “. ‘ O gassusaro disse al giudice che lo schiaffo è un’umiliazione sanguinosa, ma, a ben vedere, lo schiaffeggiatore ha paura dello schiaffeggiato, e perciò cerca di imporsi a lui con l’uso immediato della forza. Era un principio che regolava le risse della nostra adolescenza: se corrono i papagni, e cioé  i ceffoni che stordiscono e fanno lo schiocco come i papaveri, vince chi ha “ allungato “ il primo schiaffo. E’ il primo schiaffo che rimane impresso nella memoria di tutti, oltre che sulla guancia o sul muso di chi l’ha ricevuto. Chi, invece, poggia la mano sulla faccia di un altro, e gli copre la bocca e gli occhi, lo umilia perché occupa il suo spazio, lo tratta da servo e da guaglione: nel codice della camorra è un’ offesa sanguinosa. Ma anche al di fuori della camorra e dei suoi codici, c’è chi non sopporta, per esempio, che un estraneo gli metta la mano sulla spalla, soprattutto se la mano incomincia a picchiettare:  si vede, nel gesto, la memoria dei riti del vassallaggio. Le notizie più precise sullo sfregio le fornisce Abele De Blasio.  C’erano tre tipi di sfregio: a scippo, a sbarzo, a caca faccia. I primi due erano tagli  impressi sulla guancia della vittima con pezzi di vetro ( a scippo ) e con rasoi affilati; il terzo era uno sfregio incruento: sulla faccia della vittima  l’aggressore spalmava un cartoccio di sterco umano, e condiva il gesto con una sequenza di ingiurie volgari. A Napoli si sfregiava ogni giorno, ma i cronisti non si stancavano di descrivere la cruda usanza, atto finale, quasi sempre, di melodrammatiche storie di furiosa gelosia. Nel 1910  il giovane figlio del proprietario della più nota ditta napoletana di pompe funebri, attiva ancora oggi, lasciò la  fidanzata, una ventenne  bustaia , figlia del portiere del Palazzo di Giustizia, bella, “ con certi occhi grandi, neri, espressivi, ciò che si dice ‘na capa nenna. “. La ragazza non gradì e davanti al Conservatorio di S.Pietro a Maiella punì chi l’aveva abbandonata infliggendogli uno sfregio: non in faccia, ma in una natica. Lo sfregio fa parte della pratica camorrista dello “ scunceco “ . La figura del nemico deve essere deturpata e sconciata in ogni modo: le organizzazioni criminali  spesso non si accontentano di ammazzare chi si mette di traverso: ne infamano anche la reputazione orchestrando, prima e dopo la morte, cori di corvi e di calunnie. Tecnica raffinata è lo sfregio, lo “ scunceco “, del nome. Il camorrista si rivolge al suo antagonista cambiandogli, o storpiando con ironia, il nome: che importa a me se ti chiami Pasquale e non Francischiello; per quello che vali….; talvolta, invece, lo apostrofa con un epiteto sprezzante. L’impiegato comunale diventa ‘o nguacchiacarte, il panettiere che fa la spia dei carabinieri è  ntostavrenna, il medico che non “ si mette all’ordine “ è pisciazzella, e l’avvocato è spilachiacchiere. Lo sfregio del nome rientra tra i riti del canto a figliola.  Nel Natale del 1910, in una bettola al vico Cristallini, in Napoli,  Ciro Sproviero, cocchiere di piazza e camorrista quotato, canta a figliola  contro Giuseppe Leone, che chiamano ‘o tagliacape, forse perché ha un banco di pescivendolo e dunque squama, sventra  e decapita pesci. “ Fronna ‘e fetente! – intona il cocchiere – Te chiammo ‘ o tagliacape e nun vai niente.”.  Il pescivendolo si mantiene calmo, e ricorda all’altro: mi chiamo Peppino, e non ‘o tagliacape. Ma Sproviero non si arrende: Fronna ‘e pesiello. Zi’ Peppe è ‘o nomme d’’o cantariello. Cantaro, nome del vaso da notte, è tra gli insulti più volgari della lingua napoletana. Ma il termine potrebbe anche indicare il vaso in cui il pescivendolo lava il pesce dopo averlo squamato e sbudellato. Cantariello, invece,  non lascia spazio al dubbio: è un piccolo vaso da notte. Il diminutivo accresce, attraverso l’irrisione, la violenza dell’oltraggio. Si arriva al duello: da una parte lo Sproviero con tre compagni, dall’altra Leone con il suo mastino. Si spara. Resta ucciso il cane. Solo il cane.                                    

“Festini” gay tra preti, la denuncia in un dossier consegnato alla Curia di Napoli

– ”Nel corso di questa settimana, è stato consegnato alla Cancelleria della Curia Arcivescovile di Napoli un dossier, su Cd di denuncia di casi di omosessualità nei quali sarebbero coinvolti sacerdoti, religiosi e seminaristi di alcune Diocesi italiane. Detto materiale verrà opportunamente esaminato per essere trasmesso alle Diocesi interessate per le eventuali necessarie valutazioni”. Lo si afferma in una nota della Curia partenopea. Nei giorni scorsi il sito Gaynews aveva riferito che un dossier di 1200 pagine che svelerebbe una rete ‘hot’ di preti gay da Roma a Catania sarebbe stato consegnato alla Curia di Napoli. Si parlerebbe di app per incontri e di festini in canonica. Il sito aveva riferito che il dossier è stato messo a punto da un giovane escort, che abita a Napoli, già noto alle cronache per avere svelato i presunti traffici di don Luca Morini, soprannominato ‘don Euro’. Ora il nuovo dossier coinvolgerebbe una sessantina di prelati, diocesani e appartenenti ad ordini religiosi

Ente nazionale Parco e Vigili del Fuoco insieme per la Campagna Aib

Firmata la convenzione tra Ente Parco nazionale del Vesuvio e Direzione regionale della Campania dei Vigili del Fuoco per l’istituzione di due presidi fissi dei Vigili del Fuoco nel Parco Nazionale del Vesuvio. I due presidi saranno operativi dal 15 giugno al 15 settembre, periodo di massima allerta per gli incendi, e avranno in dotazione quattro mezzi fuoristrada con moduli antincendio che l’Ente Parco Nazionale del Vesuvio ha consegnato ai Vigili del Fuoco. “Dopo il grave attacco incendiario che il Parco ha subito nel luglio scorso – spiega il Presidente del Parco nazionale del Vesuvio Agostino Casillo – stiamo mettendo in campo tutti gli sforzi possibili per rendere più sicuro il territorio della nostra area protetta. Insieme al sistema di videosorveglianza che a breve sarà operativo e messo a disposizione dei Carabinieri Forestali, – aggiunge Casillo – l’istituzione dei due presidi fissi dei Vigili del Fuoco per il Parco nazionale del Vesuvio rappresentano un passo avanti significativo sul tema della sorveglianza e della tempestività di intervento in caso di incendio. Inoltre, grazie a quattro mezzi fuoristrada con moduli antincendio che consegniamo ai vigili del fuoco, le squadre avranno la possibilità di raggiungere anche le zone più impervie.” “Poiché è accertato purtroppo che la generalità degli incendi è di natura dolosa o quantomeno colposa, – afferma Giovanni Nanni Direttore Regionale dei Vigili del Fuoco Campania – i due presidi realizzeranno una condizione di massima prossimità ai luoghi più vulnerabili ad azioni incendiarie. Con indubbia accresciuta efficacia di azione nel contrasto degli incendi di vegetazione. I presidi determineranno altresì condizioni di estensione del controllo del territorio, quale misura indispensabile per favorire la prevenzione degli incendi dolosi. E’ chiaro – conclude Nanni – che a queste misure sarà utile si associ in ogni caso il contributo di presidio e vigilanza del territorio che ogni abitante dall’area parco potrà fornire.”

Sant’Anastasia: Opere maestro Rea donate all’Ospedale del Mare

Saranno esposte nelle sale di attesa dei vari reparti e nei servizi del neo-Ospedale del Mare 54 litografie del M° Domenico Rea, affermato e quotato pittore, che vanta una lunga carriera artistica ed una vita dedicata all’arte, con le sue tappe e le sue evoluzioni. Con delibere del Direttore Generale dell’ASL NA1 centro, Dr. Mario Forlenza, nel rispetto del regolamento aziendale, è stata accolta la donazione delle opere da parte del pittore anastasiano, con la loro acquisizione al patrimonio ed inventario. Le litografie donate sono frutto di due dei vari e specifici percorsi pittorici del Rea: il classicismo e il divisionismo, dal paesaggio alla tecnica degli equilibri tonali. “Mi trovai nell’Ospedale del Mare tempo fa e rimasi colpito dalla bellezza della nuova struttura, un’opera importante per tutto il territorio. Avvertii il desidero di vedere quel luogo pieno di quadri ed ora mi sento gratificato dall’onore che mi è stato dato accettando la donazione delle opere – dice il M° Rea – che rivelano una parte del mio sviluppo pittorico. Ho avuto varie evoluzioni nel percorso artistico, dal paesaggio al simbolismo (quadri di denuncia storica), dai frammenti (caos e frammentazione dell’uomo) al divisionismo, ed ultimamente sto lavorando ai collage. Spero di poter realizzare una mostra dei miei ultimi lavori a Sant’Anastasia. Ringrazio i vertici dell’Ospedale del Mare e mi sento veramente onorato perché ritengo importante lasciare in quel luogo un’impronta della mia arte e regalare emozioni a tutti coloro che poseranno lo sguardo sulle mie opere”. “E’ motivo di orgoglio per la nostra comunità il fatto che il nostro artista contemporaneo abbia donato le sue litografie – commenta il Sindaco Lello Abete – alla moderna struttura ospedaliera. E’ un bel gesto che certamente resterà nella memoria presente e futura”.

Gelo in arrivo, Gori: “Proteggere contatori”

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Nelle ultime ore, da varie fonti di informazione, si è appreso che nei prossimi giorni è prevista in gran parte del territorio nazionale, ed anche in Campania, una ulteriore diminuzione delle temperature, accompagnata probabilmente da un’ondata di gelo. GORI, quindi, invita gli utenti ad adottare alcuni accorgimenti che possono limitare i fenomeni di congelamento dei contatori.

Alla presenza di basse temperature è consigliabile proteggere con materiale isolante i contatori ubicati al di fuori dei fabbricati e, se le temperature si abbassano al di sotto dello zero, è opportuno lasciar scorrere durante la notte un filo d’acqua da un rubinetto interno all’abitazione. Questo accorgimento esclude il permanere dell’acqua senza flusso all’interno delle tubature, che potrebbe congelare e quindi danneggiare l’impianto stesso. Per le abitazioni o i locali non utilizzati nel periodo invernale (soprattutto nei comuni pedemontani) è invece preferibile provvedere alla chiusura della valvola di intercettazione del flusso dell’acqua (chiave d’arresto) posta in prossimità del contatore, svuotare l’impianto idraulico privato dall’acqua presente attraverso i rubinetti e proteggere il contatore con materiali isolanti. Si ricorda che per eventuali segnalazioni di guasti o disservizi idrici è disponibile il Numero Verde 800-218270 gratuito ed attivo h24. Si fa presente, inoltre, che nella sezione Video del sito www.goriacqua.com e sul canale Youtube “GORI spa” è presente un video-tutorial utile per la protezione dei misuratori dal gelo.

Migranti, D’Angelo (PD): “Estendere modello Minniti anche nel Nolano”

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“C’è qualcuno che si sta arricchendo sulla pelle di chi soffre. E’ giunto il momento di punire gli speculatori per garantire la pace sociale”. Così Libera D’Angela, candidata al Senato Pd nel collegio Portici-Nola, commenta il boom di richieste di residenza di bengalesi a Palma Campania, al centro ieri sera di un servizio del programma tv “Matrix”.

“Dietro la guerra tra poveri che i populisti stanno scatenando esiste un sottobosco fatto di proprietari che tengono una decina di migranti in affitto in un tugurio ma anche sindacalisti che intascano migliaia di euro al mese sfruttando le maglie larghe della legge. E’ su queste persone che bisogna agire con controlli mirati: penso che il modello Minniti presentato dal ministro per il litorale domizio possa essere esteso anche ad altri fronti caldi, compreso il Nolano. Il Pd è in prima linea per costruire comunità solidali e coese a partire da Palma Campania”.

Crisi Fiat, sale la tensione: gli extraparlamentari bloccano l’accesso alla fabbrica di Pomigliano

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Appena ieri la Fiat ha comunicato che, oltre agli otto giorni di stop da definire lunedi prossimo per la catena di montaggio della Panda, chiuderà per quattro giorni a marzo il centro ricerche Elasis, sempre a Pomigliano, e gli enti centrali di Mirafiori, a Torino, nei giorni 22, 23, 29 e 30 marzo. Ancora a marzo l’assemblaggio di Mirafiori sarà operativo soltanto otto giorni. Inoltre e linee di montaggio si fermeranno a Grugliasco dal 22 al 27 marzo e a Cassino dal 22 al 31 marzo. Stop anche alla FCA di Melfi, dove dal 19 al 30 marzo sarà bloccata la linea della Punto. Dunque, sale la tensione nell’azienda più significativa d’Italia sia sotto il profilo politico che sindacale. Ieri gli extraparlamentari di sinistra capeggiati dal Si Cobas del comitato cassintegrati e licenziati Fiat e dal collettico 48 Ohm di Pomigliano sono quindi passati all’azione bloccando per trenta minuti il ponte che consente l’accesso automobilistico alla Fiat di Pomigliano. Qui appena l’altro giorno gli animi si sono accesi quando è trapelata la notizia che l’azienda ha sospeso, ufficialmente per motivi organizzativi, il piano di salvataggio dei duemila operai di Pomigliano i cui contratti di solidarietà scadranno il 30 giugno. Per poter consentire un altro anno di ammortizzatori sociali la Fiat deve traghettare in “area Panda”, dove cioè sono ubicate le produzioni manifatturiere dirette, migliaia di addetti attualmente dislocati in area extra Panda. Ma l’operazione non appare semplice come invece era stato detto in un primo momento. Intanto dopodomani, lunedi 26 febbraio, secondo giorno di stop alle produzioni programmato in questo mese, i sindacati, in particolare la Fiom, chiederanno spiegazioni nell’incontro programmato con la direzione aziendale.

Napoli, sabato 3 marzo la presentazione del libro: “Il Capocella”

La casa editrice Homo Scrivens è lieta di invitarvi alla presentazione del libro “Il Capocella”,  sabato 3 marzo, alle ore 11:00, presso la Libreria Raffaello Vomero – Books & Cooffee, Via Michele Kerbaker, 35 – Napoli.   Insieme all’autore, intervengono: Carmela Esposito, presidente dell’associazione “Gioco di squadra ONLUS”, Chiara Tortorelli, scrittrice, Celeste Napolitano, editor. Modera l’editore Aldo Putignano.   Il libro Claudio, costretto a delinquere dopo un’adolescenza difficile e un impossibile inserimento nel mondo del lavoro, finisce al carcere di Poggioreale. Lì incontra Teodoro, un capo cella, cioè il detenuto con più “anzianità detentiva” ed è rinchiuso con lui in una stanza di 24 mq. Dove le istituzioni hanno fallito, non garantendo quei fondamentali diritti della Costituzione quali studio e lavoro, riesce l’amicizia, che permetterà a entrambi di riscattarsi.  Ispirato a una storia vera, un romanzo che esplora dall’interno dinamiche e relazioni degli istituti penitenziari.   L’autore Vincenzo Russo, scrittore e animatore culturale impegnato nel sociale, è stato più volte premiato per la sua attività. Con Homo Scrivens ha pubblicato Che bello lavorare (2012), Una vita fa (2014) e la raccolta di poesie Distrazioni di massa (2017).     Sarà esposta una tela del M° Riccardo Minervino, creata ad hoc ed ispirata al testo dell’autore. La Sinossi Racconto ispirato alla fantasia dell’autore, stimolata da particolari smagliature del sistema carcerario italiano. L’Italia è stata infatti ammonita diverse volte dall’Europa in materia di Diritti Umani, tra i quali rientrano anche quelli dei detenuti. La storia racconta le sfortunate vicende criminali di Claudio, costretto a delinquere in seguito a un’adolescenza difficile e a un impossibile inserimento nel mondo del lavoro, fino al momento in cui la sua vita s’interseca a quella di Teodoro, un Capocella, termine con il quale si è soliti definire, in gergo carcerario, il detenuto con più anzianità detentiva in quella cella. Claudio e Teodoro però sono anche accomunati dalla consapevolezza di essere due persone in realtà estranee al malaffare, finite nel carcere di Poggioreale solo a causa di particolari circostanze fortuite. Anche per questo, tra i due nel tempo nasce un sincero rapporto di amicizia e affetto, per cui il Capocella sarà in grado di cambiare in meglio la vita di Claudio. Questo a sottolineare che talvolta si sbaglia anche a causa dell’inadeguatezza delle Istituzioni, che dovrebbero garantire quei fondamentali diritti della Costituzione quali studio e lavoro. La vita però offre sempre una o molteplici possibilità di riscatto, e tali opportunità non sono altro che il frutto di uomini buoni che spendono la propria vita a fare il bene. La vita in fondo è una questione tra uomini, e si è fortunati a incontrarne di onesti e leali. E vale anche per un detenuto, che non può essere marchiato a vita. Oltre la condanna che arriva dalla Giustizia, quella più grave arriva dalla società, che alla fine, spesso sbagliando, arriva a considerarlo una sorta di scarto umano. Il racconto quindi è volutamente orientato verso tutto quanto di buono si può sviluppare tra gli esseri umani anche in un ambiente non proprio d’elite come è quello tra le sbarre di una cella, oggi chiamata camera di pernottamento. Diversi tratti del racconto sottolineano luoghi e atteggiamenti sbagliati messi in campo per il recupero del detenuto; altri raccontano di una vita che, nonostante le avversità, vale sempre la pena vivere. Una società può ritenersi civile quando è organizzata secondo un modello non basato sulla vendetta ma sul recupero verso chi sbaglia. Claudio alla fine ritrova la sua libertà e la sua voglia di vivere solo grazie a Teodoro, un semplice uomo, e non perché abbia trascorso un periodo della sua vita introdotto nel sistema rieducativo carcerario, in 24 mq, con altri tre coinquilini.   Le carceri italiane, nel loro complesso, sono la maggior vergogna del nostro Paese. Esse rappresentano l’esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si abbia mai avuta. Filippo Turati, Discorsi alla Camera dei Deputati, 1904