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La camorra e il linguaggio dei gesti: ‘a mana ‘nfaccia, ‘o papagno, lo sfregio, ‘o scuonceco del nome.

Per i camorristi di un tempo ‘a mana ‘nfaccia era più umiliante dello schiaffo, del papagno.

Luigi Fucci, ‘o gassusaro, cercò di spiegarlo al giudice del processo Cuocolo. I tre tipi di sfregio indicati da Abele De Blasio. C’era poi lo “sfregio” del nome e degli epiteti, che “annullava” la persona dell’offeso ed era sempre accompagnato da un sorriso di scherno, “’a risatella”.

 

In tutto il territorio delle province di Napoli e di Terra di Lavoro non ci fu cantina  in cui il tuocco a vino non scatenasse risse furibonde e duelli all’ultimo, o al penultimo sangue. Col   tuocco  la comitiva si sceglieva il padrone, che nominava un sottopadrone ( in qualche documento di polizia è chiamato anche il cane ). Incominciava il giro del vino: il padrone stabiliva, a suo piacimento, chi poteva bere, e chi no. Capitava che qualcuno restasse fuori da tutti i giri del boccale,  e che l’esclusione venisse interpretata come un affronto. Il calore del vino e il tormento della sete dettavano parole grosse: da qui allo scatto dei coltelli a serramanico il passo era breve. Nel gennaio del 1908 una comitiva di camorristi vesuviani gioca al tocco nella cantina di Stefano Manca  che sta alla  Marchesa di Boscoreale, in una posizione strategica per il controllo delle decine di carri che ogni giorno trasportano  pietre e brecciame  dalle cave ai cantieri per la ricostruzione di strade e di case devastate dall’eruzione del 1906. A un certo punto  Raffaele Massa di Ottajano, non sopportando l’accanimento con cui il padrone, Antonio Arlitti di Sant’ Anastasia, lo esclude dalla bevuta, gli chiede spiegazioni. L’ Arlitti risponde a muso duro, i due arrivano a mettersi capa e capa, e prima che gli altri si muovano a separarli, Massa uccide il padrone con due colpi di sferra. Interrogato dal capitano dei carabinieri di Torre Annunziata, l’ omicida si giustifica così: m’’a mis’’e mmane ‘nfaccia. Mi ha messo le mani in faccia, che per un camorrista è un gesto più umiliante dello schiaffo.

Proprio l’anno prima aveva tentato di spiegarlo a un giudice Luigi Fucci, “ ‘o gassusaro”, che fu screditato capintesta della camorra napoletana e mediocre attore di quella truce sceneggiata che va sotto il nome di “ processo Cuocolo “. ‘ O gassusaro disse al giudice che lo schiaffo è un’umiliazione sanguinosa, ma, a ben vedere, lo schiaffeggiatore ha paura dello schiaffeggiato, e perciò cerca di imporsi a lui con l’uso immediato della forza. Era un principio che regolava le risse della nostra adolescenza: se corrono i papagni, e cioé  i ceffoni che stordiscono e fanno lo schiocco come i papaveri, vince chi ha “ allungato “ il primo schiaffo. E’ il primo schiaffo che rimane impresso nella memoria di tutti, oltre che sulla guancia o sul muso di chi l’ha ricevuto. Chi, invece, poggia la mano sulla faccia di un altro, e gli copre la bocca e gli occhi, lo umilia perché occupa il suo spazio, lo tratta da servo e da guaglione: nel codice della camorra è un’ offesa sanguinosa. Ma anche al di fuori della camorra e dei suoi codici, c’è chi non sopporta, per esempio, che un estraneo gli metta la mano sulla spalla, soprattutto se la mano incomincia a picchiettare:  si vede, nel gesto, la memoria dei riti del vassallaggio.

Le notizie più precise sullo sfregio le fornisce Abele De Blasio.  C’erano tre tipi di sfregio: a scippo, a sbarzo, a caca faccia. I primi due erano tagli  impressi sulla guancia della vittima con pezzi di vetro ( a scippo ) e con rasoi affilati; il terzo era uno sfregio incruento: sulla faccia della vittima  l’aggressore spalmava un cartoccio di sterco umano, e condiva il gesto con una sequenza di ingiurie volgari. A Napoli si sfregiava ogni giorno, ma i cronisti non si stancavano di descrivere la cruda usanza, atto finale, quasi sempre, di melodrammatiche storie di furiosa gelosia. Nel 1910  il giovane figlio del proprietario della più nota ditta napoletana di pompe funebri, attiva ancora oggi, lasciò la  fidanzata, una ventenne  bustaia , figlia del portiere del Palazzo di Giustizia, bella, “ con certi occhi grandi, neri, espressivi, ciò che si dice ‘na capa nenna. “. La ragazza non gradì e davanti al Conservatorio di S.Pietro a Maiella punì chi l’aveva abbandonata infliggendogli uno sfregio: non in faccia, ma in una natica.

Lo sfregio fa parte della pratica camorrista dello “ scunceco “ . La figura del nemico deve essere deturpata e sconciata in ogni modo: le organizzazioni criminali  spesso non si accontentano di ammazzare chi si mette di traverso: ne infamano anche la reputazione orchestrando, prima e dopo la morte, cori di corvi e di calunnie. Tecnica raffinata è lo sfregio, lo “ scunceco “, del nome. Il camorrista si rivolge al suo antagonista cambiandogli, o storpiando con ironia, il nome: che importa a me se ti chiami Pasquale e non Francischiello; per quello che vali….; talvolta, invece, lo apostrofa con un epiteto sprezzante. L’impiegato comunale diventa ‘o nguacchiacarte, il panettiere che fa la spia dei carabinieri è  ntostavrenna, il medico che non “ si mette all’ordine “ è pisciazzella, e l’avvocato è spilachiacchiere.

Lo sfregio del nome rientra tra i riti del canto a figliola.  Nel Natale del 1910, in una bettola al vico Cristallini, in Napoli,  Ciro Sproviero, cocchiere di piazza e camorrista quotato, canta a figliola  contro Giuseppe Leone, che chiamano ‘o tagliacape, forse perché ha un banco di pescivendolo e dunque squama, sventra  e decapita pesci. “ Fronna ‘e fetente! – intona il cocchiere – Te chiammo ‘ o tagliacape e nun vai niente.”.  Il pescivendolo si mantiene calmo, e ricorda all’altro: mi chiamo Peppino, e non ‘o tagliacape. Ma Sproviero non si arrende: Fronna ‘e pesiello. Zi’ Peppe è ‘o nomme d’’o cantariello. Cantaro, nome del vaso da notte, è tra gli insulti più volgari della lingua napoletana. Ma il termine potrebbe anche indicare il vaso in cui il pescivendolo lava il pesce dopo averlo squamato e sbudellato. Cantariello, invece,  non lascia spazio al dubbio: è un piccolo vaso da notte. Il diminutivo accresce, attraverso l’irrisione, la violenza dell’oltraggio. Si arriva al duello: da una parte lo Sproviero con tre compagni, dall’altra Leone con il suo mastino. Si spara. Resta ucciso il cane. Solo il cane.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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