Giornalismo: lutto in regione per la scomparsa di Valeria Capezzuto della Tgr Campania
È morta la scorsa notte Valeria Capezzuto, 63 anni, giornalista della Tgr Campania. Ad annunciarlo è il caporedattore centrale della Testata Giornalistica Regionale campana della Rai Antonello Perillo, attraverso un post su Facebook.
“La grande famiglia della Rai di Napoli – scrive Perillo – piange la scomparsa di Valeria Capezzuto. Valeria carissima, abbiamo il cuore a pezzi. Ognuno di noi porterà sempre dentro di sé il tuo sorriso dolce, il tuo sguardo buono, il tuo garbo, la tua innata gentilezza. Ti ricorderemo come una professionista esemplare, scrupolosa, preparata, e come la grande cara amica di tutti noi, sempre attenta, sensibile e premurosa. Sei stata una donna straordinariamente forte e coraggiosa. Ti abbiamo voluto un mondo di bene e te ne vorremo sempre. Un bacio immenso… Antonello con tutte le colleghe e tutti i colleghi della Tua redazione”.
Giornalista professionista dal 1995, per anni inviata della Tgr, Valeria Capezzuto era stata recentemente colpita da una malattia che si è aggravata fino all’esito fatale.
Blitz di Legambiente in Campania contro il cemento illegale che deturpa le bellezze della Regione
Uno striscione con la scritta “Giù le mani dalla costa” srotolato dai volontari di Legambiente all’altezza della Spiaggia di Santa Teresa a Salerno con sullo sfondo la Costiera Amalfitana colpita dai giorni scorsi da una enorme frana a causa di lavori abusivi sui costoni della Divina Costiera. Blitz di Legambiente contro il cemento illegale da decenni nemico del mare e delle coste campane. Ancora una volta l’aggressione cementizia alle coste campane rimane la piaga di cui la Campania e l’intero paese stenta a liberarsi. La Campania detiene anche il primato nazionale del cemento illegale sulle coste con il 17,1%% dei reati accertati in Italia. Si registra un vero e proprio record di infrazioni 1.715 con un aumento del 20% rispetto lo scorso anno con 1.300 persone denunciate e arrestate e 395 sequestri effettuati.
“Accanto alle villette – denuncia Mariateresa Imparato, presidente regionale Legambiente – le cronache locali ci raccontano di una miriade di chioschi, ristoranti, parcheggi, piscine, strade tracciate sulle dune e scalette scolpite nella roccia. Tutto quello che serve, insomma, per accedere alla battigia senza sforzo e godere della vista esclusiva sul mare. In barba alle regole, alla proprietà pubblica e alla salvaguardia dell’ambiente”.
Licenze edilizie fantasma, ordinanze di demolizioni non eseguite,richieste di sanatorie mai vagliate. Betoniere che lavorano sette giorni su sette. Case abusive tollerate e mai abbattute. Ancora di più se su quella casa pende da decenni un ordine di demolizione perché costruita abusivamente, magari in una zona di pregio, in un’area protetta o lungo la costa. In Campania le demolizione sono al palo: secondo gli ultimi dati di Legambiente più del 97% degli abusi edilizi da abbattere sono ancora ben saldi alle fondamenta, infatti su 16.596 ordinanze di demolizione, sono state eseguite solo il 3% pari a 496 immobili abbattuti. Non solo non si demolisce, ma neppure si acquisisce al patrimonio pubblico come prevedrebbe la legge: nella nostra regione appena il 2% di questi immobili risulta infatti trascritto dai Comuni nei registri immobiliari (pari 310 immobili).
Ancora più nera la fotografia della Campania se si analizzano anche le domande di sanatoria a seguito dei tre condoni. Legambiente ha censito ben 362.646 richieste di sanatoria: sostanzialmente una nuova città/metropoli tutta da rimettere in regola. Il record alla Provincia di Napoli dove sono bene 259.170 le richieste di sanatoria, seguita dalla Provincia di Salerno con 71.096 richieste.
(foto ANSA Campania)
E i Napoletani maliziosi chiamarono “pullanchelle” le “pannocchie bollite”…..
E’ uno dei mestieri antichi che sopravvivono. Tutti ricordano a Ottaviano “Catarina ‘a liscia”, che vendeva pannocchie durante la processione della Madonna del Carmine. Forse le “pollanche” erano le piacenti venditrici. L’elogio di Umberto Saba alla moglie. Un “ricordo” di Artieri dedicato a una bellissima “spicaiola”.
Ingredienti: pannocchie di mais fresche, acqua e sale. Iniziate a pulire le pannocchie togliendo le foglie esterne e la barba e lavatele sotto un getto di acqua corrente per eliminare residui di polvere e terra. Prendete una pentola abbastanza capiente e versateci all’interno dell’acqua: riponetevi le pannocchie e un pizzico di sale grosso, quindi procedete con la cottura finché non saranno cotte a puntino.(generalmente ci mettono 15-20 minuti circa dopo che l’acqua ha iniziato a bollire).Mi raccomando le pannocchie devono essere coperte di acqua. Una volta pronte, scolatele e servitele belle calde oppure potete anche metterci un pò di burro fuso. ( dal sito:Il mondo di Adry)
Scriveva nel 1848 un giornalista dell’“Omnibus pittoresco” che se le “spicaiole”, le pannocchie bollite o arrostite che esse vendevano per le strade di Napoli, non le avessero chiamate “pullanchelle”, se non avessero dato la voce “so’ténnere e pullanchelle , i Napoletani le avrebbero prese per pazze. E quelli della mia generazione ricordano le “pullanchelle” che vendeva a Ottaviano “Catarina’a liscia”, e le sapienti lezioni che ci faceva sui vari tipi di “spighe” e su come bisogna tenerle nell’acqua, e come girarle, e quando tirarle su. Una sua discendente “indiretta”, che tiene il banco là dove via Pentelete incomincia a “pendere”, ricorda nei gesti precisi la maestria della grande “spicaiola”, la cui figura è legata, nella nostra memoria, alla processione della Madonna del Carmine. Dunque, tutti sappiamo che le pannocchie bollite si chiamano anche “pullanchelle”, ma credo che nessuno sia riuscito a spiegarci in modo convincente il nesso tra le pannocchie e le pollastre: forse perché le “pollanchelle ténnere” erano non le “spighe”, ma le belle venditrici, che giocavano sull’equivoco: “pullanchella” è la “pollastra”, la giovane piacente: anche Saba scrive, in una poesia, che la moglie è “una giovane, una bianca pollastra”. E le giovani “spicaiole” la sera si facevano scortare da “protettori” pronti a difenderle dalle insidie dei clienti, che non si accontentavano delle “pullanchelle” messe a bollire, ma volevano scoprire anche i pregi delle “pullanchelle” venditrici. Una sera del settembre del 1954 Amedeo Maiuri, Giovanni Artieri e Augusto Cesareo passavano per piazza Mercato, a Napoli: era proprio il giorno in cui la statua di “Marianna ‘a capa ‘ e Napule” era stata tolta dal piedistallo e portata in Municipio. Accanto alla “base” vuota c’era, scrive Artieri, “una bellissima venditrice di pannocchie, bollite, una “spicaiola”.Signò’- ci disse- “l’hanno luvata stammatina..mo’ ce stongh’io…La Cibele era stata tolta, per trovar posto nel cortile del palazzo del Municipio, e lei, la bellissima, diceva: “La sostituisco” io. Tanto è stretta la parentela tra i napoletani e gli dei”. Ma non tutte le “spicaiole” erano giovani e piacenti. Scrisse nel 1866 Luigi Coppola che a Santa Lucia vendeva le pannocchie una “tarchiata e grossa popolana” che ogni due minuti, senza posare il ventaglio con cui dava vigore all’ “inestinguibile fuoco della sua caldaia”, lanciava la voce “ Pollanchelle ténnere” con un grido “che potrebbe passare per il re sopracuto” della soprano Giuseppina Medori. Scrive Il Coppola che solo a Santa Lucia c’era “una buona dozzina” di queste “Vestali” – l’immagine gliela dettò la caldaia sul fuoco sempre acceso- che a stento “ soddisfano le esigenze di tutto il quartiere. Chi non si sfamerebbe a quella mensa, ove” per un soldo “ è permesso mangiare fino a quattro pollanche?”.
Achille Lauro si diverte con gli anni Novanta e lancia una sfida
“Ho firmato il più importante contratto discografico degli ultimi dieci anni. Dormivo su un materasso per terra, adesso scelgo in quale stanza passare la notte e con chi. Sto lavorando a due album. Con il primo ci divertiremo, con il successivo cambieremo la musica italiana”. Questo il post di metà luglio scorso di Achille Lauro sul suo seguitissimo profilo Instagram.
E così il 24 luglio è uscito 1990, il nuovo progetto discografico del cantautore e rapper romano che a Sanremo 2020 ha catalizzato l’attenzione del grande pubblico con le sue geniali e provocatorie performance. Il disco vuole rendere omaggio agli anni Novanta e all’anno della sua nascita, a pochi giorni dal compimento del suo trentesimo compleanno, in attesa di un fine anno per cui Achille Lauro promette scintille con l’annunciata sovversione degli schemi della musica italiana.
Il CD arriva dopo l’uscita della bellissima e intimista 16 marzo, pubblicata contestualmente all’omonimo libro in pieno lockdown e già disco d’oro e di Bam Bam Twist ai vertici delle classifiche radiofoniche.
1990 è il primo progetto di Lauro con la Warner Music Italy e contiene delle hit mondiali rivitalizzate da un Achille Lauro che ha voluto coinvolgere tanti amici: dalla storia della dance italiana e internazionale come Alexia, Eiffel 65, Benny Benassi, al panorama attuale come Ghali, Capo Plaza, Gemitaiz, Massimo Pericolo e Annalisa, contestualmente a produttori come Dardust, Gow Tribe, DIVA e Marnik.
Questa la tracklist delle interessanti e riuscite cover che compongono l’album:
- 1990 (Back To Dance)
- Scat Men – feat Ghali & Gemitaiz
- Sweet Dreams – feat Annalisa
- You and Me – feat Alexia & Capo Plaza
- Summer’s Imagine – feat Massimo Pericolo
- Blu – Achille Lauro & Eiffel 65
- I Wanna Be an Illusion – Achille Lauro & Benny Benassi
Poggiomarino, azienda agricola utilizza prodotti chimici senza le prescritte autorizzazioni: sanzionate due persone
Continuano incessanti i servizi disposti dal Comando Provinciale Carabinieri di Napoli contro i reati in materia ambientale.
I militari della Stazione forestale di Roccarainola hanno ricevuto diverse segnalazioni: nella zona c’erano forti odori di prodotti chimici. Sono partiti i controlli e, durante uno di questi, hanno scoperto – nella zona di Poggiomarino – un agricoltore mentre cospargeva i terreni coltivati con del diserbante.
Utilizzava una macchina per irrogazione senza avere i certificati previsti dalla Legge. Controllata l’azienda agricola, varie le sanzioni amministrative per l’agricoltore e il titolare per quasi 7mila euro.
Marigliano, contrasto ai fenomeni di prostituzione: denunciato il titolare di un bed and breakfast
Le attività condotte dal Comando di polizia locale di Marigliano nell’ultimo anno fanno registrare oltre 100 sanzioni in violazione alle ordinanze 17 e 29 che puniscono i cittadini che assumono contatti con donne dedite alla prostituzione.
Nella giornata del 7 agosto scorso, durante un pattugliamento nella zona agricola, battuta a tappeto, e dopo l’ennesima violazione registrata, gli agenti scorgevano una donna dedita al meretricio che si allontanava repentinamente da una struttura ricettiva. Si provvedeva alla identificazione ma la donna si dileguava in un viottolo impercorribile. Si continuava allora il controllo nella struttura alberghiera ove si riscontrava che il titolare ometteva di compilare le schede alloggiative e di registrare i clienti. Immediata scattava la denuncia.
Con l’arrivo dei nuovi agenti, a tempo determinato e a tempo pieno, scatterà una task force di controlli, lungo l’intero arco della giornata, per tutti i fenomeni di degrado, con il contrasto ai roghi e agli sversamenti. Inoltre si porterà a nuovo sviluppo il lavoro di censimento e mappatura del drone.
Jess Kohl al PAN di Napoli con la personale fotografica “Anime Salve”
Debutto partenopeo della fotografa e regista inglese Jess Kohl: le sale del Loft al Palazzo delle Arti Napoli (PAN – Via dei Mille, 60 – 80121 Napoli) si apriranno venerdì 11 settembre 2020 alla sua prima mostra fotografica italiana dal titolo “Anime Salve” e resteranno disponibili al pubblico fino a domenica 27 settembre 2020.
La mostra personale di Jess Kohl è curata da Collettivo Zero ed è stata realizzata con il contributo di ShowDesk a supporto dei giovani artisti emergenti. Le opere fotografiche selezionate presenteranno al pubblico il suo ultimo progetto realizzato tra le vele di Scampia, un interessante e particolare sguardo dell’obiettivo aperto sulla comunità dei femminielli e delle sue contraddizioni.
Collettivo Zero è un collettivo curatoriale indipendente costituitosi nel 2019 tra i banchi dell’Istituto Europeo di Design a Roma, unendo dei giovani provenienti da diverse città italiane. Composto da Sveva Ventre, Gianluca Sensale, Andrea Pastore, Ilaria Lely, Rita Roberta Esposto, Chiara Di Giorgio, Enrica Mariani e Alice Broggini, è un gruppo eterogeneo di storici dell’arte, architetti, archeologi, educatori all’arte e laureati in Beni Culturali, accomunati da una forte passione per l’arte in ogni sua forma. La sua apertura ai più disparati temi, con una particolare attenzione alla visuale contemporanea, lo ha portato ad essere l’anima portante ed organizzatrice della personale di Jess Kohl.
L’artista negli ultimi anni si è occupata di raccontare, attraverso reportage fotografici e cortometraggi, alcune comunità considerate marginali, dai punk filippini agli Hijras indiani. Attraverso una scenografia ben definita e raccontata senza elementi superflui, le fotografie della personale al PAN rappresenteranno soggetti reali e lasceranno trapelare una realtà poco conosciuta nel suo aspetto più intimo e non ancora documentato. L’opera fotografica di Jess Kohl si allontana da modelli più volte abusati e noti per condurre chi guarda in un contesto quotidiano: un parco, un balcone e sullo sfondo, sempre riconoscibile, il complesso delle vele di Scampia.
«È tutto pronto e, dopo un intenso lavoro, riteniamo che la mostra sarà originale ed interessante – dichiarano gli 8 membri di Collettivo Zero – sotto certi aspetti sarà anche sorprendente. Con la mostra proponiamo un percorso che, allontanandosi dallo stereotipo, vuole avvicinare gli sguardi e la sensibilità di ciascuno a un quotidiano ricco di storie diverse, raccontate in un percorso tematico che sicuramente sveleremo e sarà svelato in modo chiaro ai visitatori. È una mostra che si racconta e si può raccontare, ma è soprattutto da vedere e godere. Vi invitiamo tutti al PAN».
Somma Vesuviana, simulano un falso incidente stradale per nascondere l’infortunio di un lavoratore in nero. Denunciate tre persone
I Carabinieri di somma vesuviana hanno denunciato per simulazione di reato e lesioni colpose un 40enne imprenditore edile, un 47enne e un 68enne medico. I 3 sono tutti di Marigliano ed erano incensurati.
L’imprenditore – il 6 agosto scorso – ha inscenato un incidente stradale con la complicità del suo zio medico. Il 40enne, in particolare, dopo aver trasportato un operaio 60enne di Brusciano all’Ospedale Santa Maria della Pietà di Nola ha dichiarato di aver investito il malcapitato con la propria auto nel comune di Somma Vesuviana. Contava, tra l’altro, sull’iniziale complicità della vittima che è tutt’ora ricoverata in prognosi riservata all’Ospedale del Mare di Napoli per i gravi traumi riportati.
Ad avvalorare e rinforzare questa tesi anche il 47enne parente dell’imprenditore che, ascoltato dai militari, riferì di aver assistito all’incidente.
La situazione è apparsa poco chiara ai Carabinieri che – dopo i primi accertamenti – hanno ricostruito la reale dinamica del fatto.
L’operaio, infatti, era caduto da un’impalcatura mentre lavorava a “nero” presso il cantiere gestito dalla ditta edile dello stesso imprenditore.
I tre sono stati denunciati mentre il cantiere dove l’operaio è caduto (nel comune di Marigliano) è stato sequestrato.
1.Toma,“I funari di Torre del Greco”: la dura fatica degli uomini nella spietata luce del sole.
Olio su tela, cm. 77 x 127, realizzato nel 1882 e donato, nel 1961, al Museo di Capodimonte dagli eredi del pittore. Toma fonde nell’opera il tema del paesaggio e quello della “pittura” sociale. Il lavoro dei “funari” che lavoravano la canapa era pesante e pericoloso. “Accusato” da Netti di essere “pittore del grigio”, Toma dimostra in questo quadro di saper rappresentare, con innovative soluzioni tecniche, una luce assai intensa, che non ha i caratteri di quel “pittoresco” di cui sono testimonianza i quadri di Pitloo e di Gigante, ma serve a rendere più nitida l’immagine della dura fatica degli uomini e della loro solitudine.
Fu Raffaello Causa ad aprire, nel 1975, il dibattito su questo quadro importante nella storia della pittura italiana della seconda metà dell’Ottocento. Si chiese lo studioso quale fosse il tema centrale dell’opera, il paesaggio o la fatica degli uomini. Credo che la domanda servisse soltanto a sottolineare la complessità del quadro, e a “dirigere” l’attenzione degli studiosi e del pubblico sull’importanza della pittura “sociale” che l’Esposizione napoletana del 1877 aveva chiaramente consacrato come protagonista anche del mercato. E non per caso Francesco Netti notò e scrisse che in quella Esposizione era del tutto assente la pittura di paesaggio: in realtà, i “macchiaioli” toscani e i pittori napoletani della “Scuola di Portici” tentavano di mettere insieme i due temi, quello “sociale” e il paesaggio, seguendo la strada suggerita già nel 1864 da Telemaco Signorini con il quadro “L’ alzaia”, in cui degli uomini trascinano a forza di braccia un’imbarcazione lungo l’Arno. Nel 1883 anche Antonino Leto dedicò ai “funari” un quadro significativo.
Al Fronte di Calastro, presso Torre del Greco, alcuni “funari” reggono delle pertiche da cui pendono le filacce della canapa che le loro mani con movimenti netti e violenti trasformeranno in corde e gomene, usate su barche e navi: notevole era la produzione di “funi” di lino e di canapa tra Torre Annunziata e Torre del Greco. A sinistra c’è la macchina che serve ad arrotolare le corde, anche essa mossa dalle braccia degli operai. Per capire che l’interesse di Toma per il lavoro dei “funari” non ha nulla di “pittoresco”, basta ricordare che percorrono tutta la storia del nostro Ottocento le proteste che i cittadini levavano contro gli imprenditori della canapa, i quali erano abituati a mettere all’ammollo le balle della fibra nelle cisterne pubbliche, inquinando l’acqua e provocando epidemie di “febbre tifoidea”. Inoltre, le operaie e gli operai addetti alla tessitura e alla lavorazione delle corde si procuravano, alle mani, alle braccia e alla bocca, ferite che si trasformavano rapidamente in piaghe assai pericolose. La fatica dei “funari” Toma la “esprime” in modo incisivo attraverso i colori scuri dei loro volti: è la “terra ombra” della sofferenza, che la larga tesa dei cappelli di paglia copre, ma non nasconde del tutto. I corpi dei “funari” sono “macchie” sintetiche, sembrano un’appendice delle pertiche e degli ampi e lunghi fasci di filacci, e i loro gesti, uguali, vengono orientati dal moto delle mani che devono reggere ed avvolgere. Questa lenta danza che occupa tutta la destra del quadro è una invenzione geniale: e geniale è la decisione di bilanciare a sinistra l’altezza delle pertiche solo con l’irregolare incrociarsi degli “alberi” delle barche, e di accentuare gli effetti dell’asimmetria con le linee basse del mare, della spiaggia, del muro, delle ruote e degli operai addetti alla manovra.Il paesaggio di Toma è l’esatto contrario delle incantevoli e magiche “vedute” della “Scuola di Posillipo”: il mare è una sottile striscia di celeste e di azzurro, il cielo è una coltre di grigi che all’orizzonte si riduce a un velo, la spiaggia è un’aspra distesa di sabbia e di pietre. Ma la spiaggia, gli attrezzi, la canapa e i “funari” sono immersi in una luce intensa che viene da sinistra, e tocca anche le ombre dei corpi. Questa luce intensa segna una svolta nella pittura di Toma che il Netti e il De Zerbi avevano bollato da anni come “pittore del grigio”, come rappresentante di quegli artisti che usano il “grigio” perché sono “vittime del destino, dei confinati della vita”. Commentando i quadri che Toma aveva presentato all’ Esposizione napoletana del ’77, “Il viatico dell’orfana” e “La ruota dei trovatelli”, il Netti aveva ancora una volta ripetuto che la pittura di Toma è debole nel disegno, “scolorita, timorosa, quasi sofferente” e si accorda con i soggetti “tristi e melanconici”. Cinque anni dopo, nel quadro “I funari” Toma dimostra che può andare oltre il “grigio” e oltre la tecnica dei “macchiaioli”: basta osservare le strisce sovrapposte di bianco e di giallo stese sulla sabbia e i “segni” di giallo brillante puro depositati a punta di pennello sulle pietre, sui fasci di canapa e sui cappelli di paglia dei “funari”. Ma, soprattutto, Toma dimostra di sapere che le soluzioni tecniche sono “dettate” dall’idea che il quadro si propone di rappresentare. In questo quadrol’ardore del sole rende ancora più dura la fatica degli uomini, e dà, nella luce spietata, la misura della solitudine dei “funari”: ognuno è avvolto e isolato, materialmente e simbolicamente, dal suo fascio di filacci.


