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Olio su tela, cm. 77 x 127, realizzato nel 1882 e donato, nel 1961, al Museo di Capodimonte dagli eredi del pittore. Toma fonde nell’opera il tema del paesaggio e quello della “pittura” sociale. Il lavoro dei “funari” che lavoravano la canapa era pesante e pericoloso. “Accusato” da Netti di essere “pittore del grigio”, Toma dimostra in questo quadro di saper rappresentare, con innovative soluzioni tecniche, una luce assai intensa, che non ha i caratteri di quel “pittoresco” di cui sono testimonianza i quadri di Pitloo e di Gigante, ma serve a rendere più nitida l’immagine della dura fatica degli uomini e della loro solitudine.

 

Fu Raffaello Causa ad aprire, nel 1975, il dibattito su questo quadro importante nella storia della pittura italiana della seconda metà dell’Ottocento. Si chiese lo studioso quale fosse il tema centrale dell’opera, il paesaggio o la fatica degli uomini. Credo che la domanda servisse soltanto a sottolineare la complessità del quadro, e a “dirigere” l’attenzione degli studiosi e del pubblico sull’importanza della pittura “sociale” che l’Esposizione napoletana del 1877 aveva chiaramente consacrato come protagonista anche del mercato. E non per caso Francesco Netti notò e scrisse che in quella Esposizione era del tutto assente la pittura di paesaggio: in realtà, i “macchiaioli” toscani e i pittori napoletani della “Scuola di Portici” tentavano di mettere insieme i due temi, quello “sociale” e il paesaggio, seguendo la strada suggerita già nel 1864 da Telemaco Signorini con il quadro “L’ alzaia”, in cui degli uomini trascinano a forza di braccia un’imbarcazione lungo l’Arno. Nel 1883 anche Antonino Leto dedicò ai “funari” un quadro significativo.

Al Fronte di Calastro, presso Torre del Greco, alcuni “funari” reggono delle pertiche da cui pendono le filacce della canapa che le loro mani con movimenti netti e violenti trasformeranno in corde e gomene, usate su barche e navi: notevole era la produzione di “funi” di lino e di canapa tra Torre Annunziata e Torre del Greco.  A sinistra c’è la macchina che serve ad arrotolare le corde, anche essa mossa dalle braccia degli operai. Per capire che l’interesse di Toma per il lavoro dei “funari” non ha nulla di “pittoresco”, basta ricordare che percorrono tutta la storia del nostro Ottocento le proteste che i cittadini levavano contro gli imprenditori della canapa, i quali erano abituati a mettere all’ammollo le balle della fibra nelle cisterne pubbliche, inquinando l’acqua e provocando epidemie di “febbre tifoidea”. Inoltre, le operaie e gli operai addetti alla tessitura e alla lavorazione delle corde si procuravano, alle mani, alle braccia e alla bocca, ferite che si trasformavano rapidamente in piaghe assai pericolose. La fatica dei “funari” Toma la “esprime” in modo incisivo attraverso i colori scuri dei loro volti: è la “terra ombra” della sofferenza, che la larga tesa dei cappelli di paglia copre, ma non nasconde del tutto. I corpi dei “funari” sono “macchie” sintetiche, sembrano un’appendice delle pertiche e degli ampi e lunghi fasci di filacci, e i loro gesti, uguali, vengono orientati dal moto delle mani che devono reggere ed avvolgere. Questa lenta danza che occupa tutta la destra del quadro è una invenzione geniale: e geniale è la decisione di bilanciare a sinistra l’altezza delle pertiche solo con l’irregolare incrociarsi degli “alberi” delle barche, e di accentuare gli effetti dell’asimmetria con le linee basse del mare, della spiaggia, del muro, delle ruote e degli operai addetti alla manovra.Il paesaggio di Toma è l’esatto contrario delle incantevoli e magiche “vedute” della “Scuola di Posillipo”: il mare è una sottile striscia di celeste e di azzurro, il cielo è una coltre di grigi che all’orizzonte si riduce a un velo, la spiaggia è un’aspra distesa di sabbia e di pietre. Ma la spiaggia, gli attrezzi, la canapa e i “funari” sono immersi in una luce intensa che viene da sinistra, e tocca anche le ombre dei corpi. Questa luce intensa segna una svolta nella pittura di Toma che il Netti e il De Zerbi avevano bollato da anni come “pittore del grigio”, come rappresentante di quegli artisti che usano il “grigio” perché sono “vittime del destino, dei confinati della vita”.  Commentando i quadri che Toma aveva presentato all’ Esposizione napoletana del ’77, “Il viatico dell’orfana” e “La ruota dei trovatelli”, il Netti aveva ancora una volta ripetuto che la pittura di Toma è debole nel disegno, “scolorita, timorosa, quasi sofferente” e si accorda con i soggetti “tristi e melanconici”. Cinque anni dopo, nel quadro “I funari”  Toma dimostra che può andare oltre il “grigio” e oltre la tecnica dei “macchiaioli”: basta osservare le strisce sovrapposte di bianco e di giallo stese sulla sabbia e  i “segni” di giallo brillante puro depositati a punta di pennello sulle pietre, sui fasci di canapa e sui cappelli di paglia dei “funari”.  Ma, soprattutto, Toma dimostra di sapere che le soluzioni tecniche sono “dettate” dall’idea che il quadro si propone di rappresentare. In questo quadrol’ardore del sole rende ancora più dura la fatica degli uomini, e dà, nella luce spietata, la misura della solitudine dei “funari”: ognuno è  avvolto e isolato, materialmente e simbolicamente, dal suo fascio di filacci.